Sono passati circa due anni dal pensiero sugli anni ’20 che scrissi riguardo la situazione della mia generazione; in questo mondo nel quale il lavoro diventa sempre più l’obiettivo, perdendo il grande significato di mezzo che aveva per i nostri genitori. Eppure, nonostante questo biennio, decido di pubblicarlo ora poiché la situazione, come facilmente è prevedibile, non è cambiata per nulla…anzi.
La macchina del tempo a spasso per gli anni ’20
È una fredda domenica di Dicembre qui in Liguria e le temperature, sebbene in maniera molto lenta, si sono finalmente riportate sulla media stagionale. Così mi trovo seduto sul divano con la copertina da sessantenne (anche se ho la metà degli anni) a fare una piccola rassegna stampa e inizio a leggere questo interessante spunto di riflessione su Repubblica. Viene raccontata la storia di Roberto Cannavò, un videomaker trentenne originario della Sicilia trasferitosi a Bologna dove, oltre a essersi laureato, svolge la sua professione con passione e dedizione ma, come succede un po’ a tutti ultimamente, in un contesto lavorativo che fa acqua da tutte le parti.
La storia di Roberto è, senza voler troppo generalizzare, quella di tutte le ragazze e i ragazzi che hanno dai 18 ai 35 anni: la generazione più penalizzata di tutte, secondo un rapporto del Censis che vive il pieno dei suoi anni in una società che dà sempre meno opportunità e possibilità di pianificazione del futuro. Basti pensare che fino a 30 anni fa le persone ‘mettevano su famiglia’ intorno ai 25 anni e il primo figlio arrivava (mediamente) non dopo i 28 anni. Oggi, nei nuovi anni ’20, l’età media delle donne che hanno il primo figlio è di 32 anni.
Trentadueanni (come si scriverebbe su di un assegno).
Anche la scelta di comprare una casa è sempre di più un miraggio: se non arriva in aiuto la generazione dei nostri genitori, questo è destinato a rimanere un sogno nel cassetto. Si sta perdendo, insomma, progressivamente il potere d’acquisto. E la cosa ancora più grave è che si perde potere d’acquisto mentre il mercato, nei nuovi anni ’20, continua a diminuire i prezzi.

Mi spiego con un esempio.
Fino a 25 anni fa una persona, se voleva ascoltare della musica, doveva recarsi presso un negozio nel quale si vendevano i supporti fisici (CD, audiocassette, vinili ecc.) e acquistare una bella borsa di musica. Se aveva con se 50000 lire (25 euro) poteva uscire dal negozio con un album e 3 singoli, dunque con circa 18 canzoni. Oggi con 18000 lire al mese (9 euro) hai tutta la musica di tutti i negozi di tutto il mondo: eppure tutti si lamentano del costo eccessivo di Spotify.
Ecco, è calato il nostro potere d’acquisto e nonostante oggi la musica di cui fruiamo è praticamente data a gratis, non percepiamo il risparmio durante un mese nel quale abbiamo pochissime entrate e tantissime ‘micro-uscite’. Manca, in primis il lavoro. Uno dei temi più dibattuti e affrontati nelle tribune elettorali (come le avrebbe definite il compianto Franco Battiato) che, anno dopo anno, sembra peggiorare tanto da portarsi dietro con se degli effetti paralleli. Eh già perchè, come è scritto sulla nostra Costituzione, “L’Italia è una Repubblica Parlamentare fondata sul Lavoro”, quindi una volta che questo viene a mancare tutta la struttura dello Stato entra in grandissimo affanno.
È proprio il caso delle pensioni che vengono percepite dalla nostra generazione come un qualcosa di praticamente già archiviato. Della serie: anche se non lo ammetteremo mai davanti a voi adulti (per non farvi salire eccessivamente la paranoia) noi trentenni sappiamo benissimo che, quando avremo 70 anni, non saranno più rimaste fette per noi nella torta delle pensioni. Altrimenti come mai ci sarebbero state recapitate le buste arancioni? Alla fine la ruota gira e, sembra proprio, di essere a tutti gli effetti tornati agli anni ’20, basta solo capire da quale parte guardare.

