- Edison e la musica: dall’intuizione al fallimento in discografia nel 1930
- La distribuzione discografica e la storia delle sue origini (1877-1950)
- L’era delle Major discografiche e il boom del primo dopoguerra (1950-1980)
- Le Major discografiche dal 1980 al 2000: da sei a tre l’Olimpo è troppo stretto per tutti
- La Columbia Records e l’incredibile parabola dell’etichetta discografica più antica al mondo
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La storia della Columbia Records, l’etichetta discografica più antica ancora in vita, rappresenta l’incarnazione stessa dell’industria musicale moderna.
Quella di oggi è, a mio personale avviso, una storia cardine che ruota attorno all’industria discografica. Perché le vicissitudini, i colpi di genio, le grandi rivoluzioni che ruotano attorno alla Columbia Records si sono susseguite in oltre centotrentacinque anni di storia. Collante culturale per decine di generazioni di appassionati di musica, gli albori di questo gigante della discografia risalgono a fine 1800 (per la precisione tra il 1887 e il 1889). Con l’avvento della rete elettrica e con il successo dilagante del telefono brevettato da Alexander Graham Bell l’America sta vivendo un’epoca straordinaria dal punto di vista economico e industriale

In questo contesto di grande fermento, Edward Easton, un avvocato ed ex stenografo, intuisce la portata rivoluzionaria del fonografo inventato da Thomas Edison. Mentre molti considerano l’apparecchio un semplice dispositivo d’ufficio per la dettatura di lettere e dibattiti politici, Easton comprende che la macchina possiede il potere unico di registrare la musica, che fino ad allora poteva essere ascoltata solo se eseguita materialmente dal vivo.
Nel gennaio del 1889, insieme ad alcuni soci finanziatori, fonda la Columbia Phonograph Company, battezzandola così in onore del distretto di Columbia in cui la società ha sede. All’inizio l’azienda si limita a commercializzare i fonografi e i relativi cilindri di cera nelle zone limitrofe, ma Easton arriva quasi subito a una verità fondamentale che avrebbe ridefinito l’intera industria di li a poco: il valore economico non risiede tanto nei macchinari di riproduzione, quanto nei contenuti musicali che quei macchinari possono diffondere.
Inizialmente, i negozi espongono cilindri di cera contenenti pochi minuti di incisione, caratterizzati da una voce gracchiante e da canzoni popolari. Trattandosi di supporti estremamente fragili, complessi da stampare in serie e riproducibili su un unico lato, il limite tecnologico appare subito evidente. All’inizio del Novecento irrompe sul mercato il disco piatto, un supporto più pratico, resistente e facile da duplicare.
La storica competizione con la Victor Talking Machines
La Columbia coglie immediatamente la direzione del mercato e nel 1901 inizia la produzione dei propri dischi piatti, entrando in diretta competizione con la Victor Talking Machine Company di Camden. Nel 1908 l’etichetta compie un’innovazione epocale introducendo il disco a doppia faccia: la durata della musica raddoppia su un singolo supporto e il riscontro del pubblico è clamoroso.

Nel 1912, confermando una visione aziendale costantemente proiettata al futuro, la Columbia diventa la prima grande casa discografica ad abbandonare definitivamente la produzione dei vecchi cilindri di cera. Negli anni Venti del Novecento, durante l’epoca del proibizionismo e l’esplosione del jazz nei locali clandestini, la musica diventa un bene di consumo primario per la società.
Nel 1925 la Columbia adotta la tecnologia della registrazione elettrica sviluppata dalla Western Electric: grazie all’introduzione dei microfoni, la qualità del suono compie un salto qualitativo straordinario, offrendo al pubblico incisioni nitide in cui l’orchestra sembra suonare direttamente nel salotto di casa.
La crisi economica del 1929
Tuttavia, la devastante crisi economica del 1929 travolge il settore. La Columbia riesce a sopravvivere barcollando, fino a quando nel 1934 viene rilevata dalla American Record Corporation. La vera svolta societaria avviene nel 1938, quando la Columbia Broadcasting System (CBS), il colosso radiofonico americano guidato da William S. Paley, rileva la casa discografica. L’unione tra la rete radiofonica e il catalogo di incisioni crea una sinergia ideale tra promozione aerea e vendita dei supporti. Il momento di massimo splendore tecnologico si verifica nel 1948. Va detto che la sorte della Columbia Records sarà condivisa anche dalla Victor Talking Machines acquisita da RCA.
Fino ad allora, i dischi a 78 giri potevano contenere soltanto tre o quattro minuti di musica per facciata. Il team di ingegneri della Columbia sviluppa e lancia sul mercato il disco in vinile a 33 giri e un terzo, il leggendario Long Playing o LP. La prima pubblicazione storica in questo formato reca la sigla di catalogo ML 4001: il Concerto in Mi minore per violino e orchestra Op. 64 di Felix Mendelssohn, eseguito dal violinista Nathan Milstein con la New York Philharmonic diretta da Bruno Walter.
La nascita dell’LP non rappresenta soltanto un traguardo tecnico, ma stravolge la fruizione artistica: la musica non si limita più alla singola canzone, ma si apre alla dimensione del concept album, consentendo agli artisti di concepire opere complesse ed articolate.
Durante gli anni Cinquanta, la Columbia esplora molteplici generi. Sul fronte della musica pop commerciale, la direzione artistica di Mitch Miller porta al successo interpreti tradizionali come Tony Bennett e Doris Day. Tuttavia, la visione conservatrice di Miller dimostra una forte miopia nei confronti del nascente rock ‘n’ roll, portando l’etichetta a perdere l’opportunità di mettere sotto contratto fenomeni d’oltreoceano come i Beatles, che negli Stati Uniti verranno poi pubblicati dalla rivale Capitol Records.
Se nel pop l’approccio appare cauto, nel campo del jazz la Columbia costruisce un impero incontrastato grazie al lavoro di produttori illuminati come George Avakian e Teo Macero. Nel 1959 l’etichetta dà alle stampe capolavori immortali destinati a rimanere nella storia della musica, tra cui Kind of Blue di Miles Davis, Time Out di Dave Brubeck e le storiche incisioni di Charles Mingus e Thelonious Monk.
Gli anni ’70 e ’80 della Columbia Records
Gli anni Sessanta segnano una nuova stagione di rivoluzione culturale. Lo storico talent scout John Hammond scopre e ingaggia uno sconosciuto cantautore folk: Bob Dylan. Inizialmente chitarra e voce del movimento di protesta, Dylan diventa il simbolo della trasformazione della musica giovanile quando, nel 1965 al Newport Folk Festival, decide di imbracciare la chitarra elettrica.
Sotto la nuova presidenza di Clive Davis, l’etichetta abbraccia pienamente la controcultura, il rock psichedelico e le istanze dei movimenti giovanili, accogliendo nel proprio catalogo artisti del calibro di Simon & Garfunkel, Janis Joplin e Santana, protagonisti assoluti dell’era di Woodstock.
Negli anni Settanta e Ottanta, la casa discografica continua a sperimentare con l’introduzione dei dischi quadrifonici e l’esplorazione del rock progressivo e della fusion. Nel 1988 si verifica un altro snodo storico fondamentale: la multinazionale giapponese Sony acquisisce la CBS Records e la Columbia, integrando il catalogo musicale con il proprio colosso industriale hardware formato da Walkman, lettori CD e nuovi supporti digitali.
La storia della ‘Guerra delle due Columbia’

Un capitolo affascinante e complesso della storia dell’etichetta riguarda la secolare vicenda delle cosiddette “due Columbia”. All’inizio del Novecento, la Columbia americana aveva fondato in Inghilterra una filiale denominata Columbia Graphophone Company. A causa delle gravi difficoltà finanziarie incontrate dalla casa madre statunitense durante gli anni Venti, la filiale britannica iniziò ad operare in totale autonomia sul mercato europeo.
Nel 1931 la filiale inglese si fusa con la Gramophone Company, dando vita al colosso britannico EMI. Di conseguenza, la EMI mantenne il diritto esclusivo di utilizzare il nome e il marchio “Columbia” in quasi tutto il mondo, compresi l’Europa e i paesi del Commonwealth. L’originale Columbia americana, acquistata dalla CBS, rimase vincolata a poter utilizzare il proprio nome storico unicamente nei territori di Stati Uniti, Canada, Messico, Spagna e Giappone.
Per oltre cinquant’anni si creò così un singolare paradosso: quando i dischi dei grandissimi artisti americani della Columbia — come Bob Dylan, Miles Davis o Simon & Garfunkel — venivano distribuiti sul mercato internazionale, la casa madre era costretta a pubblicarli sotto un marchio creato appositamente, denominato “CBS Records International”. Inoltre, le due entità si distinguevano visivamente attraverso loghi differenti: la Columbia americana adottò dagli anni Sessanta il celebre simbolo del Walking Eye (l’occhio che cammina), mentre la Columbia britannica gestita da EMI utilizzò un logo tradizionale con le note musicali.
Questa complessa coesistenza diplomatica e legale si è risolta soltanto nel 1991 quando, a seguito dell’acquisizione da parte di Sony, il colosso giapponese ha condotto estenuanti trattative finanziarie con la EMI per riacquistare i diritti sul nome in tutti i paesi. Dopo oltre mezzo secolo di separazione, la Columbia americana e quella britannica si sono infine riunificate sotto l’ombrello di Sony Music, tornando ad essere un unico marchio globale con un’identità condivisa.
Dai primi cilindri di cera fino alla presenza sui moderni servizi di streaming, la storia della Columbia Records dimostra come la passione per la musica e la spinta verso l’innovazione tecnologica possano superare guerre, crisi finanziarie e trasformazioni industriali, lasciando un’impronta indelebile nella cultura dell’umanità rompendo i muri e diffondendosi come un’onda inarrestabile. A proposito, vi lascio con un disco Columbia che ha cambiato la storia della musica.

