Il tema dell’AI che mi ha fatto scomodare Pier Luigi
Sapete di cosa parlo se vi dico che ognuno di noi vive ormai da anni in una bolla di contenuti. L’ecosistema di algoritmi nel quale oramai si sviluppa la vita di ognuno di noi, ha avuto tempo di conoscerci nel profondo e, ogni mattina, è pronto a fornirci una valanga di informazioni e dati per continuare a farci allegramente pascolare nel suo gigante pascolo. Per questo motivo, ogni volta che apro un social network (e questo mi succede ahimè da tanti anni) vengo aggiornato sulle novità nel settore in cui lavoro, che è la musica (ovviamente). Da qualche mese a questa parte, il mio feed (credo quello di tutti noi) è governato da un solo argomento, un’unica keyword: AI.

L’intelligenza artificiale è sulla bocca di tutti e sembra che tutti vogliano nutrirsene. Nel settore della musica ha attecchito fin da subito. I motivi? Il nostro mondo ha da anni perso la concezione del tempo in quanto entità fisica e, quasi filosofica. Le canzoni, che fino a 30 anni fa avevano un tempo di realizzazione e produzione di qualche anno prima di ottenere un profitto, oggi sono pensate, prodotte, distribuite in pochi mesi. Si deve ottenere profitto e lo si deve ottenere subito.
L’avvento dello streaming aveva già dato un’accelerata incredibile a tutto questo: con la distribuzione digitale e la nascita di quelli che chiamiamo ‘aggregatori’, si è passati da una scarsità di mercato a una sovraproduzione e diffusione di contenuti. Si parla (oggi) di più di 150000 canzoni pubblicate ogni giorno sulle maggiori piattaforme. È un numero allucinante. Ma adesso il tavolo da gioco si è ribaltato: con l’avvento delle intelligenze artificiali produrre una canzone (sia nella parte autorale che in quella prettamente produttiva) costa pochi euro e soprattutto pochissimi minuti. Le previsioni per il futuro sono un flusso incontrollato di nuovi brani pubblicati ogni singolo giorno dell’anno senza sosta.
È questa la mucca nel corridoio della discografia, caro Pier Luigi
La celebre citazione di Pier Luigi Bersani calza a pennello in tantissimi contesti, compreso il nostro. Ma, come ho anticipato nel titolo di questo articolo, oggi faremo qualcosa di davvero nuovo. Ribalteremo insieme la metafora del Presidente Bersani e proveremo a spingerci un pochino oltre. Dove tutti pensano alla ‘mucca’ noi oggi invece ci dedicheremo al ‘corridoio’.
Chi è il ‘corridoio’ e chi ‘la mucca’?
È qui che, secondo me, viene il bello. Il corridoio è, come nella metafora, lo spazio dove si trova la mucca che nessuno riesce a vedere. Ma un bovino come quello che stiamo osservando noi si nutre giornalmente di centinaia di migliaia di balle di fieno. Diventa ogni giorno sempre più grande e non sembra (ad ora) che si metterà mai a dieta. Allora cosa succede alle pareti del corridoio man mano che il tempo passa?
Usciamo dalla metafora e parliamoci chiaro. Spotify è un capannone pieno di server: lo spazio di questi serve necessariamente a contenere due cose.
- I profili di tutti gli utenti che si iscrivono alla piattaforma, i loro dati, le preferenze, le playlist che creano, le immagini di profilo ecc.
- Il catalogo di tutta la musica mai pubblicata che, oltretutto, cresce di giorno in giorno con le nuove uscite che vengono pubblicate.
Mentre l’industria cerca di mettere al sicuro le royalties che tutti questi brani genererebbero (come tantissime piccole gocce che, da sole non hanno valore, ma costituiscono una massa critica che potrebbe svuotare in maniera evidente l’oceano) non si rende conto che questo oceano sta pian piano mangiandosi la spiaggia. Lo spazio nei server non è inesauribile e il costo per mantenere un pascolo troppo grande per le mucche che brucano una quantità di erba comunque limitato sarà presto insostenibile. Ricordiamo, infatti, che seppur viva nei sogni più belli di Spotify l’idea per cui gli utenti progressivamente arrivino a non far altro se non ascoltare musica tutto il giorno, questa è impossibile.
La soluzione che salvi il mondo della musica?
Sicuramente il modo per uscirne esiste ma non è semplice: innanzitutto bisogna agire sugli utenti, gli utilizzatori della musica, e rieducarli ad un ascolto più selezionato. A scegliere con attenzione come dedicare quelle ore di tempo al ‘pascolo’. Le piattaforme di streaming, va detto, hanno sempre lavorato in senso opposto a questa affermazione. Il loro unico obiettivo è che le mucche dedichino sempre più tempo al giorno per recarsi al pascolo e brucare ma questo, purtroppo per loro, è il modo migliore per rendere il pascolo nel tempo un terreno arido in cui l’erba non crescerà più.
La seconda cosa da fare è agire sulla distribuzione che oggi è davvero un processo troppo semplice e poco costoso. Con pochi euro al mese d’investimento si possono creare profili artisti e pubblicare, a quel punto a tariffa fissa, migliaia di brani ogni anno. Questo problema si era già verificato per la cosiddetta ‘musica di sottofondo’. Si tratta di canzoni che non ascolterete mai nel prime time di radio deejay e che non verranno mai citate nella classifica settimanale della FIMI, in corsa per il 50mo disco di Platino.
Ma questi brani creavano un profitto in royalties enorme, tanto che Spotify è stata costretta ad aggiungere clausule al payout mensile che escludessero dal pagamento diverse categorie di quelli che, fino ad allora, venivano considerate canzoni a tutti gli effetti (almeno dal punto di vista di remunerazione).
Siamo in un momento cruciale in cui, volenti o nolenti, siamo chiamati tutti a diventare allevatori e pensare a come salvaguardare, nello stesso sistema, ‘animali’, pascoli e…corridoi.

