Il contesto dietro la fine del Marchesino Francesco Longhi:
Nobili cavalieri, abiti sontuosi, banchetti sfarzosi e immense biblioteche dove perdersi, tra antichi saperi e maestose architetture. Questa è l’immagine affascinante, e profondamente idealizzata, che il nostro immaginario moderno ha costruito attorno ai castelli. Forse complice di questa visione è il genere Romantasy, che unisce le atmosfere del fantasy classico – spesso di stampo medievale, con corti reali e regni in guerra – a trame incentrate su intense e tormentate storie d’amore.
Eppure, troppo spesso tendiamo a dimenticare gli intrighi e i tradimenti che hanno macchiato di sangue le antiche fortezze, a opera non soltanto dei nemici, ma anche, e soprattutto, di familiari accecati dall’avidità e dalla sete di potere. L’Italia è ricca di castelli e di simili storie. E una delle più cupe ci porta nel Lazio, tra i freddi corridoi del Castello di Fumone dove si compirà un terribile omicidio.
Francesco Longhi: un erede (maschio) di troppo
Per chi è appassionato di storia, questo Castello è noto come il luogo dove Papa Celestino V venne imprigionato, a seguito del “gran rifiuto”, e in cui trovò la morte nel 1296. Ma la nostra storia ci chiede di fare un salto nel tempo, di giungere a metà Ottocento per entrare nella vita della famiglia Longhi.
Dopo aver dato alla luce ben sette figlie femmine, la Marchesa Emilia Caetani Longhi partorì finalmente il tanto desiderato erede maschio: Francesco. All’epoca, però, le leggi dinastiche parlavano chiaro. Per le sette sorelle, la nascita di un fratello significava perdere ogni diritto sull’eredità e sulle ricchezze del castello, condannandole a matrimoni combinati svantaggiosi o al convento.
Tra arsenico, vetro tritato e verità nascoste sull’omicidio
Un affronto che non erano disposte a tollerare e, per questo, decisero di sbarazzarsi del piccolo nel modo più lento, insospettabile e crudele possibile: attraverso graduali somministrazioni di arsenico. Secondo un’altra versione, le sorelle iniziarono a sbriciolare del vetro finissimo, mescolandolo ai pasti quotidiani del bambino. Giorno dopo giorno, boccone dopo boccone, il vetro lacerò gli organi interni del piccolo Francesco, condannandolo a un’agonia atroce che i medici del tempo non riuscirono in alcun modo a spiegare. Successivamente, le analisi confermarono la veridicità della prima tesi, rintracciando la presenza di arsenico in alcune parti del corpo. In ogni caso, ciò che è certo, è che il piccolo marchesino Francesco Longhi perse la vita a soli cinque anni tra indicibili sofferenze.

La teca di cristallo e il pianto eterno
Se la morte del bambino fu dolorosa, la reazione della madre fu altrettanto estrema. Impazzita dal dolore per la perdita del suo unico figlio maschio, la Marchesa Emilia rifiutò categoricamente l’idea di separarsi da lui e di seppellirlo. Per questo, incaricò un anatomista – morto poco dopo in circostanze misteriose – di imbalsamarne il corpo con la cera per preservarne intatte le sembianze, custodendolo poi in una teca di cristallo circondato dai suoi giocattoli.
La donna continuò per anni a vestirlo, a parlargli e a cullarlo come se fosse semplicemente addormentato, piangendo al suo fianco per decenni, al punto che, secondo i racconti, la mano destra del bambino risulterebbe ancora oggi corrosa dalle innumerevoli lacrime versate dalla madre. Questa spirale di lutto perenne finì per inghiottire l’intero castello, poiché la nobildonna pretese che tutti i quadri venissero ridipinti per eliminare qualsiasi colore che richiamasse la gioia.
Così, anche un quadro che la raffigurava in abito bianco subì la damnatio memoriae: il pittore fu costretto a tramutare la veste in un luttuoso drappo nero e a cancellare una collana, simbolo di frivolezza, per dipingere invece tra le sue mani una “cullina” contenente l’effigie del figlio perduto. Un dolore cristallizzato nel tempo, tanto che ancora oggi, varcando quelle stanze, è possibile vedere il corpicino del piccolo marchesino Francesco Longhi riposare nella teca di cristallo.
I fantasmi del Castello e le presenze soprannaturali
Come in molte vicende oscure che si muovono sul confine tra storia e leggenda, la verità sull’omicidio è emersa molti anni più tardi. Dopo la morte della marchesa, una delle sorelle, ormai logorata dal senso di colpa e dal rimorso, decise di confessare il complotto. Tuttavia, secondo le testimonianze degli abitanti del borgo, i numerosi appassionati di paranormale che visitano il Castello di Fumone e dei rispettivi custodi, né madre né figlio hanno mai realmente abbandonato questo mondo.
C’è chi giura di aver sentito il pianto disperato di un bambino echeggiare dalle stanze disabitate, e chi di aver notato impercettibili cambiamenti nell’espressione del Marchesino Francesco Longhi. Come se non bastasse, i giocattoli lasciati vicino alla teca vengono regolarmente trovati spostati la mattina seguente, e c’è chi racconta di aver visto una figura femminile affranta vagare ancora nel cuore della notte per i corridoi.
Incuriositi da queste testimonianze, alcuni appassionati hanno cercato conferme delle presenze spettrali attraverso strumenti sofisticati, finendo per registrare una forma antropomorfa seduta accanto alla teca, simile a quella di un bimbo. Che si creda o meno ai fantasmi, la teca di Francesco Longhi resta lì a ricordarci una crudele verità: i veri mostri non sono creature soprannaturali, ma esseri in carne e ossa che celano spesso i volti più insospettabili.

