Quanta solitudine si respira nell’aria?
“Ti sei accorta anche tu, che siamo tutti più soli?” canta Cesare Cremonini in “Nessuno vuole essere Robin”. Verrebbe da rispondergli che sì, ce ne accorgiamo sempre, tutti i giorni, di quanto somigliamo sempre di più a monadi solitarie. Chiusi nella nostra bolla – spesso digitale – dirigiamo le nostre energie nel lavoro e nello studio, relegando il tempo e lo spazio della socialità ad un angolo, perché non possiamo, non riusciamo, a volte nemmeno vogliamo fare diversamente.
Stress e solitudine: quando lo smart-working diventa un problema
Le ricerche ce ne danno un’immagine chiara: uno studio della Cambridge University, risalente ad ottobre 2024, ha dimostrato come il livello di stress è aumentato con lo smart working mentre la soddisfazione lavorativa è diminuita; Forbes presenta un quadro simile, analizzando come gli effetti della solitudine abbiano influito in modo negativo negli Stati Uniti sia a livello economico – proprio per la maggiore frustrazione dei dipendenti – sia a livello psicologico, con un aumento dell’11% della depressione fra i lavoratori.
In Italia è la cultura a riportarci fuori casa
Nonostante i dati ci farebbero desumere il contrario, le persone continuano a preferire il lavoro da remoto. In Italia la situazione non è diversa: secondo un’indagine condotta dall’Università del Sacro Cuore di Milano tra il 2021 e il 2024, il tempo trascorso in casa è aumentato per oltre un italiano su tre e l’uso di internet ha raggiunto il 37%, occupando le ore del tempo libero. Eppure, sebbene le abitudini siano cambiate e si tenda ad uscire sempre meno da casa, spinte aggregative – per fortuna – esistono e, anzi, aumentano. È il mondo dello spettacolo, in tutte le sue forme, che registra un influsso sempre maggiore di persone pronte a lasciarsi coinvolgere.
La risposta alla solitudine è nei concerti
A fare da traino è la musica dal vivo: nel 2024, secondo i dati Ansa, sono stati 29 milioni di spettatori a partecipare a concerti di ogni genere, dagli artisti internazionali a quelli italiani. Alla domanda di Cremonini, dunque, non è possibile rispondere in modo univoco. Le 18 mila persone che hanno vissuto insieme lo Spring Attitude Festival il 12 e il 13 settembre forse risponderebbero di no. La XIV edizione del festival si è svolta alla Nuvola dell’EUR a Roma con una line up che abbracciava il mondo dell’indie e quello dell’elettronica, quello rock e quello alt pop, in un ricambio costante di sonorità che sono tutte facce della caleidoscopica medaglia della musica contemporanea.

Tra le note si costruisce un’identità collettiva
Un grande coro eterogeneo di voci che cantano all’unisono, di corpi sudati che saltano allo stesso ritmo, di volti attraversati dall’ebbra sensazione di essere parte di un gruppo: è questo che è accaduto durante il festival, come succede in qualsiasi concerto. Si diventa un pezzo di una moltitudine rumorosa e ci si riconosce negli altri, ci si identifica perché si condivide un pezzo di storia culturale comune.
La musica dal vivo: condivisione attraverso un rito collettivo
Non importa l’età: i bambini salgono sulle spalle dei genitori esattamente come i ragazzi saltano su quelle dei propri amici; i 60enni cantano accanto agli adolescenti in un rito dionisiaco civilizzato. Con un algoritmo che sceglie per noi i pezzi che ci piacciono e che ascoltiamo nelle cuffie, investire tempo e denaro per partecipare ad un concerto o ad un festival musicale non è una scelta che riguarda soltanto l’esperire l’emozione di ascoltare dal vivo chi ci ha fatto compagnia per ore attraverso un ascolto digitale, ma si tratta anche di farlo con centinaia, a volte migliaia, di persone che condividono lo stesso sentire e, proprio per questo, lo amplificano.

“We’ve lost dancing” canta Fred Again in un brano scritto durante il Covid. È una fortuna che ci siamo ritrovati tutti sotto ad un palco e abbiamo imparato di nuovo a farlo, insieme.

