discografia Fabrizio Basciano

La discografia oggi: 4 chiacchiere con Fabrizio Basciano

Quanto è cambiata la musica (e quanto siamo cambiati noi) dopo Napster

di Clu

Una lunga chiacchierata di Discografia con Fabrizio Basciano

Dopo aver scrutato Fabrizio leggendo e guardando i contenuti che pubblica regolarmente sulla sua pagina Facebook, ho deciso di scrivergli per poter registrare questa piacevole conversazione, durante la quale il tema centrale è stato l’evoluzione del mercato discografico e, inevitabilmente, di chi ne usufruisce.

Fabrizio Basciano è uno scrittore e insegnante di Storia della Popular Music e Jazz al Conservatorio di Catanzaro. Pubblica per diversi editori ed è in libreria la seconda edizione del suo ”Manuale di storia della popular music e del Jazz”. Con Fabrizio è stato un flusso di pensiero condiviso tra due amanti della musica e della discografia in generale. Il primo argomento che abbiamo trattato ha riguardato il rapporto tra gli utilizzatori e la musica stessa che utilizzano. Dopo anni di mercato fisico le persone hanno deciso di non voler più pagare per fruire di contenuti musicali.

Fabrizio Basciano discografia
Fabrizio Basciano (Fonte: Pagina Facebook dell’autore)

A tal proposito Fabrizio Basciano ci ricorda che non può coesistere la qualità in un mercato nel quale questa dipenda irrimediabilmente dal costo di produzione. La musica è una merce come tutte le altre e, da sempre, è dipesa (e mossa) dal denaro. Anche se siamo soliti a voler edulcorare il passato dicendo che una volta la musica non dipendeva strettamente dal denaro diciamo una cosa profondamente errata. Sono sicuramente cambiati i committenti con l’evolversi della società e il suo naturale tendere verso modelli sempre più democratici e di partecipazione.

Se, dunque, un tempo ogni artista doveva rivolgersi al nobile (o cardinale) di turno che commissionava lui l’opera, ora che il mercato si è aperto a 360 gradi, paradossalmente, è ancora più difficile ottenere notorietà. In definitiva se si annulla il valore economico del prodotto musicale, i contenuti si annullano nella loro qualità, con una discografia che sta diventando, anno dopo anno, sempre più celere; senza concedere alcun spazio temporale affinché i progetti artistici possano maturare.

Interessante è capire se questo processo sia avvenuto in maniera immanente per effetto del progresso (dunque con modalità non controllabili) o se questo sia stato la causa di un eccessivo sfruttamento dell’arte (quando la sua commercializzazione era ai massimi storici) con conseguente disaffezione e astio del pubblico nei confronti del mercato discografico. Parallelamente a quello accaduto in Francia nel 1789 quando il Terzo Stato (ovvero ‘il Popolo’) insorse e la nobiltà venne messa al patibolo. Questo accadde per via di un divario sociale ormai incolmabile tra chi aveva troppo (che in questo caso potremmo identificare con l’industria discografica) e chi doveva accontentarsi delle brioches (in questo caso il pubblico).


Se in effetti andiamo ad analizzare dei casi specifici, Gigi D’Alessio ha detto pochi mesi fa a Muschio Selvaggio che, nel mercato fisico, un disco di platino dava la possibilità all’artista di acquistare due case, ora a malapena può offrire dei caffè agli altri (stava ovviamente esagerando ma fa capire il peso).
Gli ultimi 20 anni, ricorda Fabrizio, hanno vissuto uno stravolgimento del modello economico discografico; è cambiato il sound, il processo di produzione e tutto è dipeso da una grandissima rivoluzione avvenuta nei primi anni 2000. Si tratta dell’avvento di Napster: aprendo la strada al download illegale, la piattaforma ha sferrato il primo vero colpo critico a tutta l’industria musicale.


Per cercare di arginare questo fenomeno sono nate piattaforme (prime tra tutte ITunes di Apple) che offrivano una soluzione: un servizio in abbonamento e la possibilità di usufruire comunque dei contenuti con un piano totalmente gratuito (o ‘freemium’) nel quale venivano inseriti in maniera cadenzata messaggi pubblicitari agli utenti che sceglievano di non pagare per il servizio. È da subito intuibile che, nonostante queste piattaforme riescano indubbiamente a distribuire la musica in maniera più capillare, danno indietro dei proventi che, da soli, non riescono in nessun modo a mantenere l’intera catena di produzione.


Questa è composta, ricordiamolo, non solo dagli artisti e interpreti, ma anche dagli autori e compositori dei brani, dai produttori, dalle etichette discografiche, dagli uffici stampa e da tutti i reparti che servono ad una struttura per promuovere i suoi progetti, farli conoscere e avere (solo a quel punto) indietro le royalties di tutto questo lavoro da poter ridividere.

E quanto valgono queste royalties nel mercato digitale?

Beh, si va dagli 0,001 centesimi di dollari che offre Youtube agli 0,005 centesimi di Itunes (per ogni stream premium). Ulteriore ragionamento va fatto sulle novità (in tema di redistribuzione di royalties) che la stessa Spotify ha comunicato a tutti gli artisti che distribuiscono sul portale la loro musica. Infatti il colosso smetterà di pagare le royalties a tutti quegli artisti che non avranno almeno 1000 ascoltatori unici negli ultimi 28 giorni. Sebbene, per chi ha meno di 100000 utenti unici al mese, questa novità rifletterà una variazione impercettibile del bilancio mensile, se sommiamo tutte le royalties che spotify risparmierà nella redistribuzione, queste si tramuteranno in un guadagno enorme.

Con Fabrizio, a questo punto, ci siamo addentrati in argomenti ancora più ”sovranazionali”; poiché le aziende come spotify sono multinazionali, con sede in paesi esteri, che operano in mercati nazionali. È naturale che, quando si parla di discografia, si parla di un mercato che può essere usato come metro di giudizio per analizzare macromercati. Vi lascio, dunque, al video sotto con l’intervista completa per scoprire il proseguo.

Riproduzione Riservata ®

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