Gigi D'Alessio

Gigi D’Alessio ci spiega la gavetta: “Contare da 0 a 100”

Ospite dell'ultimo episodio di Muschio Selvaggio, il cantautore napoletano racconta alcune tappe della sua carriera

di Alessia Maselli

Gigi D’Alessio docet

I trenta anni di carriera di Gigi D’Alessio non sono il risultato di un’equazione fortunata, ma la prova provata di un concetto semplice che viene ripetuto da millenni ma al quale puntualmente non viene data la giusta importanza. Perché nell’epoca del tutto facile, tutto semplice e tutto subito, vale ancora la lezione che i nostri antenati hanno cercato di tramandarci, gutta cavat lapidem. Anche se ultimamente la locuzione latina è stata mal interpretata, letteralmente significa ‘la goccia scava la pietra’. Quindi il tempo consuma la pietra. Quindi il tempo porterà al raggiungimento dei risultati. La costanza è la miglior amica del tempo.

Come viene alimentata la costanza? Dalla gavetta. Più faccio, più la mia strada è in salita, e più la costanza sarà messa alla prova. Chi supera quello sbarramento vince. Sempre.

Gigi D'Alessio

Ospite da Fedez a Muschio Selvaggio, Gigi D’Alessio ha parlato della sua carriera, delle difficoltà, della napoletanità. “Ho contato da zero a cento, anzi da meno dieci. Oggi si conta da cento in su”. Ripensa al suo passato Gigi, a quando suonava nei locali “ma mica i locali fighi”, le camerette, le feste di piazza, i battesimi. La gavetta. In coppia con Luchè in questa puntata, generazioni e stili diversi ma Napoli come denominatore comune.

Entrambi hanno raccontato di come la napoletanità li abbia penalizzati, ghettizzandoli in uno stereotipo. “Mi hanno censurato una frase di Non dirgli mai al Festival di Sanremo. Perché era in napoletano” ricorda Gigi. E poi lo snobbismo che lo ha travolto, “Mi ascoltavano di nascosto”.

Durante la chiacchierata Fedez prende da esempio Nickelback, band rock che vive un momento di gloria per poi essere presa di mira da un comico e da quel momento in poi veder scemata la sua credibilità. “Sei stato anche tu vittima di questo. C’è stato un periodo in cui venivi associato alla musica di basso livello” chiede Federico.

Gigi trova la risposta a questo nella mediocrità che circola. Sostiene che la sua competenza potesse dar fastidio. Così è diventato un bersaglio semplice di quel sistema ‘mediocre’. Ma è sempre andato avanti per la sua strada, proprio in rispetto di quella gavetta che l’ha portato a calcare i palchi più importanti e a rimanerci nel tempo.

Una lezione di vita quella di D’Alessio, che ci riporta a un mondo reale e concreto, la ‘real life’ alla quale ironicamente accenna più volte durante l’intervista. La sua testimonianza è uno spunto di riflessione in un contesto musicale che oggi non accetta i No, non accetta le critiche e pretende il gradino più alto del podio senza mai aver corso la maratona. E non solo nella musica, ma in tutti i contesti che prevedono un percorso. E’ il risultato di una società improntata alla vittoria in cui il fallimento non è contemplato. Dimenticando però quanto una consacrazione fulminea possa essere pericolosa.

Siamo nati per non avere

Che Napoli abbia contribuito alla tenacia di Gigi non c’è dubbio. “Siamo nati per non avere” dice del suo popolo. Una condizione che porta ad apprezzare maggiormente un risultato conquistato con fatica. Ed è così in ogni ambito, per ogni traguardo raggiunto, da uno scudetto a un disco di platino “qui il disco di platino vale di più rispetto a Milano. Quello che arriva è visto come un miracolo, e la vittoria di uno è la vittoria di tutti”.

Una visione romantica del cantautore da sempre attaccatissimo alla sua terra, che si prepara per la prossima stagione a una serie di concerti in Piazza del Plebiscito, otto date che andranno a replicare il successo di ‘Uno Come Te’. E chissà quanti di quelli che lo ascoltavano di nascosto si paleseranno.

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