Amedeo Guillet

L’incredibile storia del Comandante Diavolo: Amedeo Guillet

“Io mi considero l’uomo più fortunato che abbia mai visto, naturalmente ho sofferto, ma la fortuna si paga.”

di Daniela Castiglia

Questa è la storia di un uomo, un soldato, un guerriero, un diplomatico, una spia, un comandante empatico, imprevedibile, temerario, camaleontico, lontano da ogni tipo di pregiudizio razzista, da pensieri di superiorità etniche o morali, propri dei colonizzatori. Un uomo che si conquistò l’onore e il rispetto anche di quei nemici che lo hanno a lungo cercato. Il suo nome è Amedeo Guillet, passato alla storia come il Comandante Diavolo. La sua vita avventurosa sembra essere la trama di un film d’azione.

Chi era il Comandante Diavolo?

Classe 1909, Amedeo proviene da una nobile famiglia piemontese. Da giovane inizia a frequentare l’Accademia Cavallerizza. Entra nel Reggimento di Monferrato di Cavalleria. Era un abile cavallerizzo, così abile che viene selezionato per partecipare alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Amedeo però non può partecipare, perché lui e il suo reggimento vengono richiamati per partecipare alla Guerra di Etiopia. Ed è proprio qui, in Etiopia, che Amedeo pone le basi per diventare l’uomo che è passato alla storia come il Comandante Diavolo.

addestramento truppa amhara del comandante diavolo
Addestramento truppa Amhara

Trascorse diversi anni impegnato su diversi fronti. Viene inviato in Spagna da Mussolini, insieme ad altri, per aiutare i fascisti di Franco.

Non ero un fascista, ma ho fatto la guerra di Spagna e direi che la rifarei perché altrimenti tutta e dico tutta la Spagna, sarebbe diventata comunista. Io non sono contro a questo e quello, ma la Spagna comunista non la vedo di buon occhio né per l’Italia, né per l’Europa.”

Amedeo Guillet

Viene chiamato a comandare un reparto di Spahis libici, per contrastare il potere di Hailè Selassiè. Amedeo si dimostra uno dei migliori ufficiali della cavalleria coloniale del Regio Esercito.

foto di amedeo guillet
Amedeo Guillet il Comandante Diavolo

Nel 1938 torna in Eritrea e in Etiopia. Si organizza per formare un gruppo di combattenti cavallerizzi, composta dagli indigeni del luogo, per supportare l’esercito italiano.

All’epoca erano presenti diverse divisioni di truppe coloniali, eritrei, etiopi e somali, che combattevano al fianco dell’esercito italiano. La truppa cavallerizza era conosciuta come la truppa Amhara, e arrivò a contare fino a 1700 uomini, impiegati principalmente per contrastare le guerriglie in Etiopia, e coloro che erano ancora fedeli a Hailè Selassiè.

Durante un’azione combattuta contro questi ribelli, Amedeo Guillet si guadagna il nome di Comandante Diavolo. Durante un combattimento il suo cavallo viene ucciso, Amedeo ne prende un altro e torna alla carica. Viene ucciso anche il secondo cavallo, e non potendone trovare un altro, Amedeo raccoglie una mitragliatrice e inizia a sparare, allontanando il nemico. Alcuni dei suoi combattenti cominciarono a pensare che fosse immortale.

articolo del corriere della sera sulla guerra in etiopia

Il tempo passa, siamo nel 1940, inizia la guerra nell’Africa Orientale italiana, inizialmente favorevole all’Italia, vide ben presto le forze coloniali italiane arretrare sotto la spinta delle truppe inglesi.

Il Comandante Diavolo e i suoi guerriglieri

Il Comandate Diavolo e la sua truppa di combattenti si distinsero per il loro valore. Durante la battaglia di Agrodat, per impedire che le truppe inglesi  piombassero sulle colonie italiane che erano in fuga, lanciò le sue truppe a cavallo contro il nemico. 1700 guerrieri muniti di spade, pistole e bombe a mano, caricarono i carri armati inglesi dotati di mitragliatori e cannoni.

Quando la nostra batteria prese posizione, un gruppo di cavalleria indigena, guidata da un ufficiale su un cavallo bianco, la caricò dal Nord, piombando giù dalle colline. Con coraggio eccezionale questi soldati galopparono fino a trenta metri dai nostri cannoni, sparando di sella e lanciando bombe a mano, mentre i nostri cannoni, voltati a 180 gradi sparavano a zero. Le granate scivolavano sul terreno senza esplodere, mentre alcune squarciavano addirittura il petto dei cavalli. Ma prima che quella carica di pazzi potesse essere fermata, i nostri dovettero ricorrere alle mitragliatrici.” Testimonianza di un ufficiale britannico

gruppo squadroni amhara del comandante diavolo

La prima carica li lasciò impreparati e gli inglesi furono costretti ad abbandonare l’inseguimento. Il Comandate Diavolo ordinò una seconda carica, contro il nemico ora pronto a reagire. Fu un massacro. 800 tra morti e feriti. Ma l’azione del comandante riuscì a fermare gli inglesi, permettendo agli italiani di fuggire.

“Le imprese del Cummundar-as-Sbeitan, il Comandante Diavolo, e dei suoi cavalieri del Gruppo Bande Amhara, danno molto filo da torcere agli inglesi che gli dedicano tuttora ammirati articoli di giornale. Amedeo Guillet è l’italiano che smentisce il luogo comune, ben diffuso tra i brittanici, secondo il quale gli italiani sarebbero “useless in combat”, inetti in battaglia, mentre “The Italians’ last action hero” è il titolo con cui l’Observer ha presentato la biografia di Guillet scritta dal giornalista Sebastian O’Kelly e intitolata “Amedeo. A true story of love and war in Abyssinia.”

Il Foglio, 2004

La campagna in Africa Orientale fu comunque una sconfitta per l’Italia, ma il comandate non si diede per vinto. Chiese ai suoi uomini se volessero rimanere con lui per continuare a combattere, e lasciò liberi di tornare a casa, chi non voleva più partecipare. Si diede così alla guerriglia, insieme a 100 guerriglieri, rimasti a combattere al suo fianco contro le truppe inglesi. Inizia così la resistenza organizzata dal Comandante Diavolo.

spahis libici del comandante diavolo
Spahis libici

Abbandona l’uniforme per evitare di attirare l’attenzione, e si trasforma in un vero e proprio yemenita, grazie alla sua padronanza della lingua islamica e dei costumi della società araba.

La guerriglia del Comandate Diavolo costò cara ai britannici. Per quasi otto mesi assaltò e depredò depositi, convogli ferroviari ed avamposti. Fece saltare ponti e gallerie rendendo insicura ogni via di comunicazione.

Nell’ottobre del 1941 l’Impero di Mussolini era ormai un ricordo e la situazione in Italia era sempre più preoccupante. Amedeo decide così di cercare di ritornare in patria, e lasciar liberi i suoi uomini combattenti. Aveva contratto la malaria e le ferite che si era procurato durante le battaglie, lo avevano indebolito.

Andò in Eritrea, e si stabilì sotto falso nome, nella città di Massaua. Ahmed Abdallah al Redai era il suo nuovo nome. Lavorò come scaricatore di porto, guardiano notturno e acquaiolo, per guadagnare due soldi per ritornare in patria. Un giorno gli inglesi scovarono il suo rifugio. Il Comandante Diavolo uscì fuori e, camminando lentamente, si diresse verso la collina, sopra al rifugio in cui si trovava. Un suo fedelissimo convinse i soldati inglesi che era un musulmano sordo, che non poteva sentire gli ordini che gli gridavano, che stava andando a pregare. Gli inglesi credettero alla versione e se ne andarono.

Dopo essere stato rapinato, pestato, buttato in mare e abbandonato nel deserto dai contrabbandieri, riesce a raggiungere lo Yemen. Dopo essere arrivato a Hodeidam, si reca a Sanaa, dove viene ricevuto dall’Iman Yahiah, che gli offre ospitalità, protezione, il grado e lo stipendio da colonnello yemenita. L’Iman era affascinato dalle esperienze e dalle avventure di Amedeo, e anche dalle sue capacità cavallerizze.

“Lawrence d’Arabia (Amedeo Guillet) aveva dietro di sé un impero che lo sosteneva e milioni di sterline d’oro con cui comprava la fedeltà. Amedeo Guillet non aveva un becco d’un quattrino, non aveva il sostegno di nessun impero e di nessuna forza politica.”

Vittorio Dan Segre, biografo di Guillet

Per l’Iman l’Italia è un paese amico, il primo che ha riconosciuto l’indipendenza dello Yemen dalla Turchia. Amedeo lavora per la famiglia reale dell’Imam, come precettore dei principi per un anno. Sulla sua testa pende una condanna a morte e una taglia di 1000 sterline, a causa della sua vita da guerrigliero.

taglia di 1000 sterline sul comandante diavolo
Taglia sulla testa del Comandante Diavolo

L’Imam lo aiuta a tornare in patria. Si imbarca per Massaua, nel giugno del 1943, come clandestino, su una nave della Croce Rossa Italiana. Prima di salire, il capitano della nave, un italiano, si imbatte in Amedeo, vestito da mendicante arabo, e gli intima di scendere subito dalla nave.

“Io sono italiano. Guardi questa è una medaglia al valore che ho guadagnato in guerra. Lei non mi può cacciare dalla nave perché sono un ufficiale di cavalleria dell’esercito italiano. Lei può fare due cose: o mi consegna alla scorta delle guardie inglesi, che mi fucileranno subito dopo, oppure può aiutarmi a nascondermi.”

Amedeo Guillet

Il capitano decide così di aiutarlo, e lo nasconde nel manicomio della nave, dove doveva fingersi pazzo. Arriva in Italia il 3 settembre del 1943, lo stesso giorno in cui viene firmato l’armistizio dal Governo Badoglio. Dopo cinque giorni, Amedeo arriva a Brindisi e si arruola nelle forze italiane, che lavoravano alla nascita dell’esercito, dopo il regime fascista.

Amedeo Guillet
Amedeo Guillet

Lavora nel Servizio d’Informazioni Militari fino alla fine della guerra e della monarchia, nel 1947, inizia la sua carriera diplomatica. Amedeo diventa poi l’incaricato d’affari per lo Yemen, che lo aveva accolto e aiutato, e poi anche ambasciatore italiano in Egitto, nello Yemen, in Giordania, in Marocco e in India. Sopravvive a due incidenti aerei nello stesso giorno e a due colpi di Stato di cui è testimone in Yemen e in Marocco

Amedeo non dimenticò mai i suoi compagni eritrei. Ormai novantenne torna in Eritrea da eroe, ricevuto dal presidente Isais Afewerki, che lo accolse con tutti gli onori degni di un Capo di Stato. Incontra anche i suoi ex compagni d’armi per l’ultima volta prima di morire, il 16 giugno del 2010, all’età di 101 anni.

Riceve l’onore di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Militare d’Italia, la massima onorificenza militare italiana, dal presidente Carlo Azeglio Ciampi.

Fonti

La Storia siamo noi: Amedeo Guillet, il Comandate Diavolo

Vittorio Dan Segre, La guerra privata del tenente Guillet, Corbaccio Editore, Milano 1993

Sebastian O’Kelly, Amedeo, vita, avventure e amori di Amedo Guillet, un eroe italiano in Africa Orientale, Rizzoli, Segrate 2002

Riproduzione Riservata ®

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