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Selton

I Selton si raccontano: il folk rock che non ti aspetti

Dal Brasile all'Italia passando per Barcellona

Selton, una storia che parte dalla musica di strada

Daniel, Eduardo e Ramiro. Nascono sotto lo stesso cielo, quello di Porto Alegre in Brasile. Ma è in Europa che la loro passione per la musica li unisce e diventano i Selton. Comincia quindi un percorso insieme, una simbiosi che è destinata a durare anni. Dapprima fanno musica di strada, Parc Guell a Barcellona è il luogo di riferimento per le esibizioni live, fino a quando partecipano a uno show televisivo che li renderà famosi e gli aprirà le porte dell’Italia.

Selton

Brasile-Spagna-Italia: qual è stato il momento più difficile che avete dovuto affrontare durante questo passaggio?

Il passaggio da Barcellona a Milano probabilmente. In Spagna facevamo musica di strada e ci siamo arrivati per una curiosità, per fare un’esperienza fuori dal nostro continente, mentre a Milano avevamo un compito, un obiettivo. Non conoscere la lingua, non essere ancora inseriti in quel contesto e passare da una città solare come Barcellona a Milano d’inverno non è stato facile, nonostante abbiamo vissuto delle esperienze bellissime. In quel periodo abbiamo iniziato a registrare, eravamo in tour, e ufficialmente è partita la nostra carriera.

C’è stata una figura in particolare che vi ha spinto a Milano?

Sì. Gaetano Cappa e Marco Drago, i due produttori di MTV che lavoravano nel programma ItaloSpagnolo di Fabio Volo al quale abbiamo partecipato. E’ stato lì che ci hanno notato e portato a Milano.

Quali sono le differenze che avete riscontrato tra la discografia brasiliana e quella italiana?

L’Italia è molto legata alle parole, al testo. Il Brasile meno. Abbiamo anche noi un filone cantautoriale importante, ma il ritmo ha la stessa rilevanza del testo, mentre in Italia no, passa decisamente in secondo piano. Per esempio posso compromettere una melodia a favore del testo, che rimane l’aspetto principale.

Il concetto di saudade è sempre molto presente nei vostri album, soprattutto in Manifesto Tropicale. Ma se dovesse definirlo per voi cos’è esattamente?

Letteralmente la saudade è la presenza dell’assenza. E’ una nostalgia mista a curiosità di chi ha lasciato la propria casa per andare altrove. E quando ci si sofferma a pensare a come sarebbe potuta andare la vita nel proprio paese, ecco lì che scaturisce la saudade.

All’attivo avete numerosi featuring. Qual è secondo voi quello meglio riuscito? Ne avete invece qualcuno nel cassetto che vi piacerebbe realizzare?

Nel cassetto ce ne sono tanti, perché l’idea di condividere musica ci piace molto. Mentre è difficile individuarne uno migliore, tutti ci hanno dato qualcosa. Il primo che abbiamo realizzato è stato quello con Dente e in quel periodo noi ancora scrivevamo molto poco in italiano, lui ci ha aiutato con i nostri testi, abbiamo imparato tantissimo da lui.

Qualcuno vi ha chiesto di scrivere in italiano?

No, è stato un processo naturale. Quando abbiamo capito il rapporto che l’Italia aveva con i testi è stato anche nel nostro interesse avvicinarci alla lingua per esprimerci al meglio musicalmente.

Perché “Pasolini”?

Quel pezzo nasce casualmente mentre suonavamo insieme ed è venuto fuori quel ritmo, ma non abbiamo trovato subito un testo adatto. Un giorno parlando con un nostro amico siamo rimasti colpiti da un suo racconto bizzarro. Lui ci ha confidato che usava la poesia di Pasolini come pretesto per rimorchiare, e a quel punto ci è venuta l’idea di parlare esattamente di questo. Infatti il brano non parla del personaggio Pasolini ma di quella tendenza a far sembrare ciò che non è, la tendenza a far credere di possedere delle conoscenze e una cultura che in realtà non si hanno.

Selton group pic

C’è stato un momento in cui avete rischiato la rottura? E qual è invece la chiave per rimanere insieme tanti anni?

I momenti di discordia ci sono spesso ma il nostro è come un matrimonio. Il fatto di lasciare il Brasile e avventurarci in quest’esperienza ci ha unito molto. La chiave per restare insieme è sicuramente il dialogo e il compromesso.

Negli ultimi anni la discografia vive una vera e propria “febbre da numeri”. Qual è il vostro rapporto con questa tendenza? Riuscite a non farvi influenzare dal risultato?

Il mercato discografico corre velocemente. Abbiamo visto molti gruppi andare di moda in un determinato momento per poi cadere nel dimenticatoio. E’ un continuo adattarsi, ma la storia della musica è esattamente questa. Si evolve, cambia a seconda del periodo storico. Noi cerchiamo di rimanere fedeli al nostro essere.

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