Adriana Mater: il male della Storia entra all’Opera
Adriana Mater è l’opera in francese portata in scena al Teatro dell’Opera di Roma. Ciò che colpisce nel momento in cui ci si siede, ancor prima che inizi lo spettacolo, è che l’orchestra non si trova nella fossa orchestrale, ma sul palco insieme al coro e a due soppalchi. Palchetti quadrati, simili a quelli sul palco, nel proscenio, che sarà la zona di interesse della maggior parte della rappresentazione.

Adriana: donna indifesa dalla violenza sotto lo sguardo del pubblico
La scena – la prima di sette – si apre con la protagonista, Adriana (interpretata da Fleur Barron), in veste da notte rannicchiata sul proscenio. È nuda davanti agli occhi di tutti, non c’è nemmeno l’orchestra a proteggerla, a schermarla dagli sguardi inquisitori del pubblico: é una donna senza difese. Il suo torpore viene disturbato da un uomo ubriaco, Tsargo, che la importuna, è verbalmente molesto; Adriana cerca di respingerlo in un miscuglio di emozioni perturbanti, tra il disprezzo e la compassione.
Sì, compassione. Non vorrebbe provarla, come dice poco dopo a Refka, sorella affettuosa e preoccupata, che invece invita Adriana all’indifferenza. Ma come si può restare completamente indifferenti di fronte ad un uomo così disperato? Tsargo ritorna, è cominciata la guerra civile e lui è in abiti militari, vuole – deve – entrare in casa di Adriana, la quale cerca di combattere contro questo destino, contro la violenza che dirompente sgomita per entrare. Dopo quella notte, la donna resta incinta.
La storia di Adriana è La Storia di Elsa Morante
Un soldato che stupra una donna sola e indifesa, entrando prepotentemente in casa sua, il cui atto violento genera la vita è anche la storia di Ida, protagonista de La storia di Elsa Morante. Ida e Adriana, sono donne che subiscono la violenza e anche le sue conseguenze; invece i padri, in entrambi i casi, hanno persino il potere di scomparire dalle vite dei figli, di eludere il proprio destino. Il potere è maschio, la violenza è maschio; è dal sopruso, però, che nasce nuova vita.
“Tu sei la morte della morte”: Yonas é Cristo redivivo
Simbolicamente è un’immagine forte: il male genera la Storia, né dall’uno né dall’altra la donna può sfuggire. In entrambi i casi il figlio nato sotto il segno della ferocia, è l’opposto di ciò da cui ha preso vita: Useppe nella Storia è un piccolo Cristo redivivo, è un bambino divino che illumina il mondo di Ida e la salva da sé stessa.
Yonas, figlio di Adriana, perdona – alla fine dello spettacolo – i peccati del padre e, non uccidendolo, salva la madre dalla vendetta che la donna ha covato per vent’anni, oltre a salvare sé stesso dalla coazione a ripetere di un trauma intergenerazionale di violenza inflitta. “Tu sei la morte della morte”: canta Adriana a Yonas, il nuovo Cristo che salva la sua famiglia scegliendo il perdono all’omicidio.
Lo stesso nome di Yonas ci indica la sua natura pura: è un nome ebraico e significa colomba, il simbolo della pace. Da uno stupro avvenuto in tempi di guerra nasce il simbolo della pace, un Messia che si rifiuta, nonostante la rabbia cieca nel momento in cui scopre di essere figlio di Tsargo, di ripagare con la brutalità con cui è stata trattata la madre il carnefice che l’ha messo al mondo. Adriana, riferendosi al figlio, parla di una creatura con due sangui diversi che scorrono nelle vene: il sangue della vittima e il sangue del carnefice. Chi altro, se non Cristo, è la personificazione della commistione di due nature diverse, quella umana e quella divina?
Il sogno come preludio di vita
L’edera di Ida
Un altro punto comune tra Adriana Mater e La storia é un sogno: quello ne La storia è fatto da Ida, in Adriana Mater da Rafka. Ida scopre di essere incinta attraverso un sogno in cui lei porta un cesto di edera in grembo, pianta che cresce rigogliosa e che è simbolo di vita.
I fiori di Refka
Refka invece racconta ad Adriana un sogno inizialmente confuso, con tante figure che si accavallano, alcune vittime, altre carnefici, ma tutte con il volto di Tsargo; la donna, tuttavia, è alla disperata ricerca di fiori e qualcuno le chiede: “Vuoi dei fiori qui, in piena guerra?”. In entrambi i casi i sogni precedono il parto delle donne. Queste vite, simboleggiate dall’edera e dai fiori, non solo nascono a causa di una violenza, ma continuano ad essere circondate da quella stessa forza distruttrice: creature fragili, delicate che nonostante la guerra nascono sotto il segno di nuova vita e di salvezza.
La stretta dell’abbraccio in una natività contemporanea
Anche il finale delle due opere presenta similarità, sebbene gli epiloghi siano diversi: nel finale de La storia Useppe è morto e viene tenuto nelle braccia di Ida (di nuovo, Cristo tra le braccia di Maria) e Blitz, un cane che rappresenta una figura genitoriale per il bambino – non deve sorprenderci, considerando che possiamo ascrivere il romanzo al genere del realismo magico. Adriana Mater finisce con Adriana, Refka e Yonas che si abbracciano nel proscenio dopo aver risparmiato Tsargo.

Sono due scene simili perché al centro vi è il figlio, Useppe in un caso e Yonas nell’altro, abbracciato dalla madre, Ida e Adriana, e da un’altra figura considerata genitoriale, Blitz e Refka: nuove e moderne configurazioni della natività, famiglie di elezione che accudiscono, a cui la scelta non è stata concessa, e che, tuttavia, restano strette nel calore di un abbraccio sicuro.

