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Lana Del Rey: racconto per album, che bella è la musica nuda

Focus nella vita di un'icona mondiale della musica di New York

Chi è Lana Del Rey

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Il nome di Elizabeth Woolridge Grant potrebbe non dire molto ai più, come spesso accade quando l’arte la firmi con uno pseudonimo. Questo è proprio uno di quei casi: la newyorchese classe 1985 è una modella, poetessa e soprattutto cantante ben più celebre secondo il suo stage name, Lana Del Rey.

Inizialmente la cantante scelse uno pseudonimo più vicino a quanto riportato sulla carta d’identità, Lizzy Grant, con il quale nel 2008 firmò il suo primo EP, chiamato Kill Kill, con l’etichetta 5 Point Records. Quella musica è lontanissima da quella attuale della Del Rey e il disco ha una valenza principalmente collezionistica al giorno d’oggi.

Come ogni storia, però, anche questa va raccontata dall’inizio e l’inizio della carriera di Lana Del Rey è proprio Kill Kill. Il disco, contenente soltanto 3 pezzi, è stato pubblicato prima nel 2008 e poi nel 2010, quando le canzoni sono entrate nella tracklist di Lana Del Rey A.K.A. Lizzy Grant, primo vero album della cantante contenente 13 tracce.

per un breve periodo, l’album è stato reso disponibile all’acquisto su iTunes ma ben presto è stato ritirato. A detta del produttore David Kahne e del titolare della 5 Points, David Nichtern, la decisione è stata della stessa artista, la quale ha completamente cambiato stile, registro e collaboratori prima del successivo lavoro, di cui stiamo per andare a scrivere. Per dirla con le parole di Richtern, riportate da MTV Hive:

“Elizabeth e il suo manager entrarono in studio e dissero che volevano il disco fuori dal mercato. Stavano stringendo un accordo completamente nuovo e volevano rescindere con noi, quindi abbiamo firmato un contratto di separazione.”

Born To Die, nella nascita un richiamo alla morte

Il 27 gennaio del 2012 è una data chiave nella carriera di Lana Del Rey che da performer locale arriva alla fama mondiale con un album piuttosto pop se lo paragoniamo ai lavori successivi ma già improntato a quello che diverrà il suo stile e registro, ambedue così unici, desueti e affascinanti.

Trainato dalla sognante atmosfera triste, eppure incredibilmente orecchiabile del singolo Video Games, l’album Born To Die contiene alcune delle canzoni più note della cantante: Blue Jeans, Off To The Races, Radio, Dark Paradise, Summertime Sadness – nella versione originale, non il remix di Cedric Gervais che è, a tutti gli effetti, il pezzo di maggior successo di Del Rey – e quella che, a parere assolutamente sindacabile e discutibile dell’autore, è LA Canzone di Lana Del Rey, ovvero la title track dell’album, Born To Die.

Il disco viene coprodotto da Interscope, Polydor e Stranger Records, l’etichetta con la quale Del Rey era all’epoca sotto contratto e che si appoggiò sulle sorelle maggiori per lanciarla a livello mondiale. L’idea inizialmente era quella di cavalcare l’onda del successo avuto in rete da Video Games e sperare che il primo singolo tirasse tutto il disco.

Alla fine, Born To Die finì per vendere 50.000 copie nel Regno Unito nell’arco di 24 ore, debuttò al primo posto in mezza Europa e stabilì il record storico per le vendite digitali di dischi in Francia, prima che i Daft Punk polverizzassero il primato con il loro Random Access Memories, datato 2003.

L’album ha venduto oltre 8 milioni di copie e i suoi singoli più di 10 milioni. Secondo Chart Data, l’album è comparso sulla Billboard 200 Albums Chart per oltre 6 anni in maniera non continuativa. Le 300 settimane e passa che il disco ha trascorso in classifica piazzano la Del Rey al terzo posto tra le artiste di sesso femminile ad aver superato tale soglia. Meglio di lei hanno fatto soltanto Adele (con 21) e Carole King (grazie al suo Tapestry).

Nel titolo del disco che dà i natali, di fatto, alla carriera di Lana Del Rey, compare curiosamente un richiamo alla morte. Evidentemente la scelta è stata fruttuosa; ne troviamo una sottolineatura nelle parole del critico musicale Alexis Petridis, del Guardian:

“Born To Die è un album splendidamente pop e le melodie sono state costruite alla perfezione.”

Come spesso accade, anche questo lavoro ha avuto recensioni ben peggiori. Ciò non toglie però forza al disco, poiché in fin dei conti, è solo sulla mediocrità che tutti ci troviamo d’accordo e le grandi produzioni devono pur sempre avere il loro nutrito schieramento di critici.

La Paradise Edition, monetizzazione di un successo

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La cover di Born To Die, nella Paradise Edition. Foto: Youtube.

Viste le ottime vendite, Lana Del Rey e il suo staff optarono per una riedizione di Born To Die. Per tal motivo, verso il termine del 2012, sugli scaffali fisici e digitali ricomparve Born To Die – Paradise Edition, rerelease con l’aggiunta di un intero disco 2 contenente altre 8 canzoni – 9 nella Deluxe Version. Tra esse troviamo la cover della nota Blue Velvet e alcuni inediti, oltre alla riproposizione di pezzi della prima produzione musicale della cantante, come Yayo, già parte di Kill Kill.

Alla Paradise Edition seguì un film digitale, Tropico. Durante la visione è possibile ascoltare tutte le tracce del CD2, legate da un lungo videoclip, unico, coloratissimo e non di semplice comprensione.

Dal Grande Gatsby a Ultraviolence

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La cover di Ultraviolence. Foto: Amazon.

Il 2013 è un anno che potremo definire interlocutorio per Del Rey, la quale non pubblica nuovi album ma si concentra sul lancio del remix firmato Gervais di Summertime Sadness e si occupa di arricchire la colonna sonora del Grande Gatsby di Baz Luhrmann con il riflessivo pezzo Young And Beautiful, capace di circoscrivere in pochi minuti buona parte delle atmosfere sognanti e cariche di stimoli del fortunato lungometraggio.

In realtà, si tratta di 12 mesi nei quali la sua musica matura e si evolve, come vediamo l’anno successivo, nel 2014. Prima esce una nuova canzone per il cinema, Once Upon A Dream, che entrerà nella original soundtrack di Maleficent e poi arriva l’atteso terzo album in studio di Lana Del Rey: Ultraviolence.

Uscito il 17 giugno di quell’anno, Ultraviolence – che ad oggi resta il lavoro più maturo della cantante, nonostante non abbia pezzi memorabili come alcuni dei singoli tratti da Born To Die – rivela fin da subito tutte le sue potenzialità. Il lavoro balza ben presto alla prima posizione della Billboard US 200 e raggiunge la vetta anche nel Regno Unito e in un buon numero di mercati europei.

Il successo dei singoli Shades Of Cool, Ultraviolence, Brooklyn Baby e Black Beauty trainano un disco dove la produzione magistrale di Dan Auerbach dei Black Keys confeziona un lavoro potente, ottimamente armonizzato e che riesce a valorizzare appieno la vocalità di Lana Del Rey, pur mantenendo il disco fresco e tutto sommato facile all’ascolto.

Del Rey è a questo punto una delle più acclamate cantanti statunitensi e il suo inconfondibile timbro e stile vocale, il suo canto lento e l’aria sognante e nostalgica della sua musica la rendono richiestissima per le colonne sonore. Nello stesso 2014, firma anche Big Eyes e I Can Fly per il film Big Eyes. La canzone intitolata come il film riceve anche una candidatura ai Golden Globes 2015.

Honeymoon, un disco di passaggio

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La copertina dell’album Honeymoon. Foto: Amazon.

Honeymoon, il disco successivo, esce nel settembre del 2015. Ad anticiparlo sono il singolo che porta lo stesso nome dell’album e quello che sarà il primo estratto vero e proprio, intitolato High By The Beach. Questo pezzo ha un grande successo fin da subito, balzando immediatamente tra le prime posizioni delle vendite digitali in 19 Paesi nel mondo, tra cui gli Stati Uniti. Su YouTube, il video supera le 7 milioni di visualizzazioni in 4 giorni.

Secondo le recensioni dei critici dell’epoca, ma anche le opinioni di chi lo abbia ascoltato, Honeymoon è un album raffinatissimo, ove ancora una volta sono le doti vocali di Lana Del Rey a colpire, più degli arrangiamenti e della produzione musicale, comunque delicata e ottimamente orchestrata. Gradevole e orecchiabile, l’album si piazza molto bene in tutte le classifiche di vendita digitale mondiali. Suggello di questo successo è il trionfo, nel mese di novembre, dell’artista agli Europe Music Awards di MTV, dove si aggiudica il titolo di migliore artista alternativa, che già aveva vinto con Born To Die.

Pur restando ben saldo sul sentiero tracciato da Ultraviolence, Honeymoon ha una maturazione ulteriore, più introspettiva. Mantenendosi un disco squisitamente gradevole, corre il rischio di non accontentare ogni orecchio: la sua complessa vocalità e le parti sospirate o sussurate possono apparire poco piacevoli a taluni ascoltatori. Eppure, segnano un passaggio sensibile nell’arte della cantante, la quale tornerà a farne uso nei lavori successivi.

L’epoca di Lust For Life e Norman Fucking Rockwell!

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La cover di Norman Fucking Rockwell! Foto: 1977 Magazine.

I successivi due album sono stati accorpati assieme perché hanno alcuni punti in comune e segnano il raggiungimento della maturità artistica da parte della cantante. A seguito di alcune notevoli collaborazioni – per esempio quella con The Weeknd, utile per la carriera di entramb potremmo dire, visto il livello che hanno raggiunto nel business – il 21 luglio del 2017 esce Lust For Life, trainato dal singolo omonimo dove, appunto, troviamo anche la voce di The Weeknd.

L’album vanta collaborazioni di spessore, oltre alla già citata troviamo anche featuring di Stevie Nicks e Sean Ono Lennon. Importanti comparse seguiranno Lana Del Rey anche nel tour mondiale che promuoverà il disco, come Jhené Aiko e Kali Uchis. L’album va molto bene negli USA e nel Regno Unito, dove riesce a raggiungere le prime posizioni nelle classifiche di vendita. Ciononostante, il lavoro corre seriamente il rischio di passare in secondo piano in un approfondimento come questo, perché quello che lo segue è una bomba.

Agosto 2019: dopo quasi un anno di antipasti, come le canzoni Mariners Apartment Complex e Venice Bitch, il nuovo album, Norman Fucking Rockwell! Arriva nei negozi di dischi e sugli store digitali.

La critica rimane fulminata da questo lavoro, molti lo definiscono come il miglior album di Lana Del Rey, la quale riesce ad amalgamare ancor più che nei predecessori la sua voce ai suoni del pianoforte, dei riverberi aggiunti e di schitarrate malinconiche e sognanti; muovendosi per immagini visive rese sonore e sonorità di rock classico che parlano tanto al mondo pop quanto all’America delle radici più profonde, quelle del country e del grande cantautorato.

Rhian Daly, nella sua recensione per NME, il New Musical Express, troverà meglio di altri le parole per definire un album sorprendente, ma soltanto per chi non conosceva già l’arte di Lana Del Rey:

“Ogni cosa qui porta l’inconfondibile firma di Lana, proprio come ti aspetteresti.”

Rob Sheffield per Rolling Stone si spinge ancora oltre, sottolineando come il produttore del disco sia quello stesso Jack Antonoff che non è altri se non il demiurgo delle carriere di altre grandi cantanti come Taylor Swift o Lorde e dunque l’album correva il serio rischio di suonare banale e già ascoltato, in realtà:

“Nessuno può mettere in dubbio che ci troviamo nel viaggio di Lana Del Rey. È sempre lei la ragazza delle sue canzoni, tanto la protagonista quando l’artista che le canta, rendendole incasinate, fatali e fatalistiche ma, soprattutto, fantastiche.”

Il critico poi aggiunge:

“Se il suo lavoro del 2014 Ultraviolence era finora il suo miglior lavoro – a mani basse – in quanto era quello dove il suo modo di cantare e la sua composizione andavano maggiormente a braccetto con il suo stile sognante e nostalgico, questo lo supera decisamente, grazie all’aiuto di Antonoff.”

Chemtrails over the Country Club, Lana al quadrato

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Lana Del Rey nella copertina di Chemtrails Over The Country Club. Foto: Rolling Stone.

Nell’autunno del 2019, assieme a Miley Cyrus e Ariana Grande, Lana Del Rey prende parte alla colonna sonora del remake del film Charlie’s Angels, incidendo la traccia Don’t Call Me Angel, una canzone che riscuote moderato successo, pur dimostrandosi all’altezza della pellicola che accompagna, ovvero una mezza porcheria; diversamente dal film, però, il pezzo ha una terza strofa cantata da Lana Del Rey – che basta e avanza per mantenerlo al di sopra della linea di galleggiamento.

Al termine di maggio 2020, tramite il suo profilo Instagram, l’artista pubblica una lettera nel quale annuncia che il 5 settembre uscirà il suo settimo album di inediti. Il disco doveva originariamente chiamarsi White Hot Forever, nome che poi sarà sostituito da Chemtrails over the Country Club quando il lavoro sarà effettivamente messo in vendita, ovvero nello scorso marzo. A detta della cantante il delay è stato dovuto alla pandemia. Ciò ha comportato un’uscita davvero a ridosso del disco successivo, di cui stiamo per scrivere.

Chemtrails è un lavoro assolutamente alla Del Rey, nel quale ritroviamo molti punti di forza delle produzioni precedenti; esso, però, risente della lunga gravidanza che ne ha preceduto la release, impallidendo al confronto con il suo predecessore, più fresco, lucido, ispirato e orecchiabile; migliore su tutta la linea. In parallelo, Lana Del Rey comincia anche a pubblicare i suoi scritti che non sono divenuti canzoni.

Blue Banisters e l’amore per la letteratura

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La copertina di Blue Banisters. Foto: Amazon.

Da sempre appassionata di poesia, Lana Del Rey pubblica, nel luglio 2020, la sua prima raccolta di poesie, intitolata Violet bent backwards over the grass, in forma di audiolibro, per coniugare ancora – in un medium differente – la sua scrittura e la possibilità di ascoltarla. Ad anticipare la raccolta è la composizione LA who am I to love you. È già prevista l’uscita di una seconda raccolta, il cui titolo provvisorio è Behind the iron gates – Insights from the institution.

Per quanto riguarda la sua musica, nello scorso maggio viene annunciata l’uscita di Blue Banisters, nuovo album della cantante. Anche in questo caso, il progetto cambia nome in corso, modificando l’originale denominazione che doveva essere Rock Candy Sweet e, nuovamente, subisce un piccolo ritardo, di qualche mese sull’uscita prevista nel mese di giugno. Il disco uscirà infine il 22 ottobre 2021. Il singolo che dà nome all’album, così come le tracce Text Book e Wildflower Wildfire vengono pubblicate nel mese di maggio, simultaneamente all’annuncio dell’uscita. Arcadia, di fatto il primo estratto ufficiale, esce l’8 settembre.

Lana Del Rey ha definito Blue Banisters come un disco enormemente personale, ove racconta la sua vita, dai problemi sentimentali alle diatribe con suo padre, fino al suo amore per l’America, i suoi riti e le sue tradizioni. Non a caso, troviamo al suo interno anche la reinterpretazione di una musica composta per Il Buono, Il Brutto e Il Cattivo da Ennio Morricone.

Nell’album troviamo sperimentazioni di nuovi generi, come gli ormai onnipresenti trap e rap, nonché alcuni pezzi restati finora inediti, come le collaborazioni con l’ex compagno, il musicista Barrie James O’Neill, oltre a ballate e pezzi dall’anima innegabilmente pop come quelli con cui Lana Del Rey gioca da sempre nei suoi lavori in studio. Vi sono inoltre un paio di tracce figlie di una collaborazione con i Last Shadow Puppets, gruppo con il quale la cantante avrebbe dovuto mettere assieme un album congiunto, il quale però non ha mai visto la luce.

L’accoglienza della critica è stata principalmente positiva: su Metacritic l’album ha ottenuto un punteggio medio di 80/100. La rivista Variety, tramite la penna di Mike Wass, ha parlato in termini egregi del lavoro, descrivendolo in questi termini:

“Un’autobiografia musicale che consolida un’eredità artistica.”

Il già letto Rhian Daly, userà nuovamente parole lusinghiere nel recensire il disco:

“Blue Banisters ci ricorda come, al di là di tensioni mediatiche e reazioni negative, Lana Del Rey continua a essere eccellente come è sempre stata.”

Il riferimento è ad alcuni scandali mediatici che hanno coinvolto la cantante, definita più volte – non si sa bene in base a cosa – negazionista del virus, antifemminista e sostenitrice di Donald Trump; se a qualcuno interessasse, è possibile trovare qualche dettaglio qui, del quale non ci cureremo non essendo una questione che riguarda la sua arte, oggetto di questo approfondimento.

Blue Banisters ha ricevuto naturalmente anche critiche più severe: non tutti lo hanno apprezzato e ci sono stati degli esperti che lo hanno definito criptico, misterioso e persino noiosetto. Ci aspetteremmo qualcosa di più profondo da persone che sono pagate per fare recensioni musicali ma tant’è, i gusti restano in fin dei conti gusti, e sono assolutamente personali.

Stili, influenze e media power di Lana Del Rey, lo spettacolo della musica nuda

Forse a causa del polverone seguito ai commenti sopra riportati, Lana Del Rey disattiva ogni suo profilo social ufficiale nel corso del mese di settembre. La mossa potrebbe stupire in un mondo così tremendamente interconnesso come quello in cui viviamo. È però tutto sommato comprensibile che un’artista così antidiva e che viene definita come la regina della musica alternativa esca dal circolo vizioso dei social, ovvero quel medium che usano moltissimi suoi colleghi per far sentire – persino urlare, talvolta – la propria voce.

Il fascino di Lana Del Rey, in effetti, non necessita particolarmente del rimbalzo social. Il suono cinematografico della sua produzione, i continui riferimenti alla cultura popolare, principalmente quella in gran voga degli Stati Uniti degli anni ’50 e ’60 di cui la cantante è innegabilmente fan, com’è facilmente comprensibile ascoltandola e guardando i suoi video e l’immagine studiata per essere glam, sognante e addirittura eterea hanno un impatto visivo ben più forte del tono provocatorio che si può dare a qualche post. Il media power di Del Rey ha tutte le carte in regola per restare potente, senza necessità di utilizzare il megafono delle piattaforme sociali.

Il motivo della scelta dello pseudonimo è comunemente ricondotto alla combinazione dei nomi dell’attrice Lana Turner e dell’automobile Ford Del Rey. L’artista ha in realtà smentito questa descrizione, limitandosi a dire che il nome d’arte le ricordava lo splendore del mare ed era musicalmente adorabile, uscendo in scioltezza dalla punta della lingua.

Lana Del Rey definisce il suo stile musicale come Hollywood Sadcore, ovvero un’accezione di rock alternativo tutto incentrato su testi cupi, ritmi lenti e melodie che trasmettono nostalgia e malinconia. Uno stile di questo tipo, così poco diffuso e sconosciuto ai più, non è però certo capace di motivare il grande successo ottenuto a livello mondiale dall’artista. Secondo la rivista Time, le ragioni della popolarità di Lana Del Rey risiede nella sua abilità di produrre album interi di musica da film, capaci di trasportare l’ascoltatore verso mondi lontani come quelli creati dal cinema.

C’è del vero in questo: la musica nuda, atavica di Lana Del Rey ha la forza di muovere l’uditorio verso una dimensione fiabesca, sognante, capace di affascinare e intrattenere molti, anche perché lontanissima dal mainstream radiofonico e, dunque, inedita per molte orecchie. A detta della stessa cantante, le sue influenze sono i maestri dei generi musicali e letterari, in particolare le poetessa Sylvia Plath, Joni Mitchell, Madonna, Eminem, Frank Sinatra, i Nirvana, Elvis Presley, Janis Joplin, Nina Simone e Bruce Springsteen. Ma anche Britney Spears, Courtney Love e Patty Pravo.

Diversamente da come capita nel corso di viaggi musicali di altri grandi interpreti della canzone, lo stile musicale di Lana Del Rey – o forse sarebbe più corretto dire gli stili, dal momento che sono più di uno solo – non è andato incontro a vaste modifiche o rivoluzioni. La newyorchese si è limitata a rifinire continuamente la sua musica, ripulendola nelle sonorità e nelle produzioni di album in album e potenziando la propria dimensione cantautorale, divenuta sempre più protagonista negli ultimi lavori, indubbiamente anche grazie al crescente interesse per la letteratura.

Per sintetizzare l’arte di Lana Del Rey, diffusamente sviscerata in questi paragrafi, possiamo prendere in prestito le parole di Noah Levy, il caporedattore di In Touch Weekly, il quale ha affermato:

“Credo che Lana Del Rey si preoccupi dell’arte che sta creando. Non è affatto falsa in quel che fa.”

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