ARTICOLO
Mixtape
Flop

1000 articoli su ‘Flop’, ma chi ci capisce di musica?

C'è una forte differenza tra analisi critica e gusto personale

Fare critica? In molti s’illudono di farlo

Flop

Sono passate due settimane dall‘uscita di Flop, il nuovo album di Salmo. Durante questo lasso di tempo ho avuto modo di leggere svariati articoli e considerazioni a riguardo. Molti dei quali, ho notato con un certo piacere, hanno avuto la decenza di recensire, o comunque criticare, questo disco dal punto di vista oggettivo. Altri, invece, sull’onda del giornalismo fallace e gossipparo, hanno deciso di fingersi ciechi e chiedere l’elemosina a qualcuno che ci capisse veramente di musica.

Ci tengo a specificare che, per quanto non condivida a pieno le sue opinioni, questo articolo non sia da intendere come una risposta alle parole del collega Luca Pensa. Come ha ironicamente scritto lui stesso, non abbiamo bisogno di ‘dissing’ o attacchi personali per rafforzare le nostre considerazioni. Questo articolo è rivolto a chi si atteggia da critico musicale senza saperne una mazza di musica, realtà ben distante dagli articoli di Luca.

Il senso è il seguente: per quanto sia giusto esprimere la propria opinione critica in qualunque ambito, figuriamoci in quello musicale, per ‘scrivere di musica’ serve comunque un minimo di conoscenza, di cultura dei suoni e, soprattutto, reputo imprescindibile la capacità di analizzare i fatti dal punto di vista ‘oggettivo‘.

Per la soggettività unilaterale esistono i blog

Credo molto nel potenziale d’informazione del giornalismo, ed è per questo che ci tengo a ribadire un concetto importante a chi s’improvvisa scrittore: l’opinione personale si ferma, anzi s’inchina al cospetto dell’oggettività. La vera skill di un giornalista è quella di saper interpretare l’evidenza senza metterla in discussione, proponendone una chiave di lettura che fornisca spunti sociali e collegamenti semantici interessanti. E se questo principio vale indiscutibilmente in ambito scientifico, economico, statistico e politico, credo che possa tranquillamente essere applicato al giornalismo musicale. Esiste una cultura, esistono delle definizioni. Gli strumenti, la metrica, le linee vocali, i generi.

C’è chi studia tale disciplina artistica per anni e anche se il mio campo di studi è un altro, credo che serva rispetto e consapevolezza. Mentre Salmo racchiude in un solo album rap, punk, rock, pop, monologhi recitati, country, critica sociale, introspezione, metrica, incastri, flow, citazioni al mondo dell’arte e chi più ne ha più ne metta, voi, giornalisti che scrivete di musica per hobby cavalcando l’onda del gossip e delle antipatie del momento, cosa fate? Rosicate perché non siete in grado di fare i musicisti o scambiate la critica musicale per uno sfogo soggettivo da blog personale? Premessa finita, procedo con l’analisi della seconda parte del disco, dopo la prima della scorsa settimana.

Hellvisback, non sei più quello di una volta!

Hellvisback

Ci eravamo lasciati con ‘Kumite‘, la settima traccia del disco, ma, non seguendo l’ordine della tracklist, avevamo analizzato nel complesso i primi 9 pezzi. È dunque il turno della decima traccia, il cui titolo avrà sicuramente fatto rizzare le orecchie a chi ascolta Salmo da più di qualche anno. La canzone s’intitola ‘Hellvisback 2′, chiaro riferimento all’album ‘Hellvisback’ uscito nel febbraio del 2016. Salmo ha voluto inserire, in ‘Flop‘, una traccia che potesse creare un filo conduttore tra due periodi musicali apparentemente distanti anni luce.

Meglio non sapere, prova solo a immaginare che
I malati di mente vedono il mondo realmente com’è
Guardati intorno è tutto un sogno, una simulazione dell’inconscio
Devi svegliarti!

Hellvisback 2, Salmo

In quello storico album del 2016 la decima traccia s’intitolava, appunto ‘Hellvisback’, e dava il titolo al disco. Dunque, da ‘Hellvisback 2’, tutti si aspettavano una sorta di continuazione di ‘Hellvisback’. Ho letto tante geniali riflessioni a riguardo, tra le quali spiccano per acutezza interpretativa quelle che si esibiscono in un banalissimo “ah Hellvisback 2 non c’entra nulla con Hellvisback, Salmo non è più quello di una volta, e questa canzone ne è la chiara conferma!”. Io, nel frattempo, ridevo a crepapelle dal mio divano, un sorriso dallo sfondo penoso, che avrebbe certamente contagiato Pirandello.

Un rap rock che forse non fa per voi

Credo che le due canzoni presentino due analogie molto interessanti, che mi hanno fatto scivolare indietro nel tempo con la violenza di una rapida. La prima riguarda la strumentale. Entrambe si sviluppano seguendo lo stesso percorso: si parte dal riff di una chitarra elettrica, sulla quale Salmo non canta.

La voce del rapper sardo entra, piuttosto, non appena il riff si fa da parte, lasciando spazio ad un vuoto melodico riempito soltanto dalla successione di bassi (in ‘Hellvisback’ più simili al suono genuino di una batteria, in ‘Hellvisback 2’ più moderni  e affiancabili ad un synth) e qualche aggiunta di suoni che forniscono ritmicità (in ‘Hellvisback’ somigliano a schiocchi di dita, in ‘Hellvisback 2‘ a battiti di mani).

Le due canzoni proseguono poi parallelamente, torna il riff di chitarra, che si miscela perfettamente con la voce di Salmo, i bassi e i suoni d’accompagnamento. Insomma, in entrambi i casi si tratta di un rap rock che qualunque appassionato di musica saprebbe apprezzare. Un binomio di generi incalzanti che crea un setting sonoro davvero interessate.

Preservare se stessi nella corsa del topo

Salmo

La seconda analogia riguarda i testi e la metrica di Salmo. In entrambe le canzoni si apre uno squarcio esistenziale incredibilmente critico e attuale, lo sguardo emancipato ed emarginato di Salmo coglie gli aspetti più controversi e dubbiosi della società, e li descrive aggiungendovi ironia e autocritica. Certo, il periodo è certamente diverso, sia per gli avvenimenti che intaccano la collettività sia per il successo stesso di Salmo.

È nella mente la tua schiavitù
Parli di libertà, ma finché non hai schiavi tu
Per me è un mestiere fare il saggio
Perché la testa mia lavora pure il Primo Maggio

Hellvisback 2, Salmo

Si percepiscono due esigenze ben diverse, da una parte (Hellvisback) lo sfogo di chi si sente oppresso da un mercato musicale mascherato, la rabbia di chi sta iniziando ad affacciarsi sul temibile mondo della fama dopo anni di vita sovversiva e distaccata, lo sguardo critico di un uomo che si fa spazio tra le vittorie dei tanti, osservandole ancora con un certo disgusto; dall’altra (Hellvisback 2) il flusso di coscienza di un Salmo che, nel giro di 5 anni, si è ritrovato ad essere in cima a quelle classifiche che, nel 2016, osservava dal basso come chi inizia la scalata del Monte Bianco.

Esprime nostalgia per quei momenti, ‘preferiva il vento e il rumore delle strade ripulite in centro’. Eppure dimostra di aver preservato quello sguardo critico, si pone domande retoriche sugli avvenimenti circostanti, analizza il successo e la fama con ironia, consapevole di esserne ormai parte.

Eppure, nel 2021, dovrebbe essere evidente!

Qualcuno parla di discontinuità, probabilmente rifiutandosi, ancora una volta, di capire come funziona il mondo. Il miglior modo per criticare è conoscere, sperimentare in prima persona, l’anticonformista per eccellenza è dentro al sistema fino al collo (vedi Pasolini) , lo vive in prima persona, lo scopre vivendolo e non rifugiandosi ai margini della società, dove la disperazione non lascia spazio all’analisi oggettiva delle cose.

Soltanto chi s’immerge senza paura nella collettività potrà criticarla come si deve, perché anche Gianluca Gotto, che scrive di principi zen e vita genuina a contatto con la natura direttamente dal cuore di Bali, si compra da mangiare grazie ad Instagram, Internet e le pubblicità. Prendere consapevolezza di questa realtà è il primo grande passo per realizzare se stessi all’interno della società contemporanea. Salmo lo ha capito bene:è il mio mestiere fare il saggio, perché la testa mia lavora pure il Primo Maggio”.

Un cavallo sotto le chiappe muove verso…

Lallino

Ma andiamo oltre, altrimenti starei a parlare di ‘Hellvisback 2’ per un’altra decina di documenti Word. L’undicesima traccia di ‘Flop’ s’intitola ‘A Dio’, e ci teletrasporta direttamente nel deserto del Far West. Una chitarra dalla melodia country mi mette addosso un paio di camperos, un paio di chaps, e uno stetson sulla testa, un cavallo sotto le chiappe procede con passo tranquillo ma guardingo.

Salmo, che di per sé nasce come un rapper, si destreggia su questi suoni esotici e incantevoli con linee melodiche fresche e innovative, adattando la metrica rap a questo fantastico riff di chitarra di Alex Britti (alla faccia di chi si esibisce in un azzeccatissimo ‘nulla di nuovo’).

Ne esce una traccia nella quale Salmo si rivolge direttamente a Dio, usando la scusa del destinatario divino per sfogare tutti i suoi dubbi sull’inamovibile tradizione del Cristianesimo. Eppure c’è chi definisce i testi di Salmo ripetitivi e difficilmente approfondibili. Se volete organizziamo un dibattito filosofico a partire dai testi di ‘Flop‘, occhio però, è richiesta una certa prestanza intellettuale!

Il segreto dei miei articoli… la passione letteraria!

Ci sono molte rime di ‘Flop’ sulle quali mi soffermerei per una mezz’oretta, così come farei con un verso di Gozzano. Perché a me piace lavorare con le parole, ci passerei un’intera giornata. Lo studio dei testi, della metrica, della sintassi, delle figure retoriche e di suono è una disciplina, e in quanto tale richiede studio e applicazione. Ci sono svariati approcci letterari, spesso in conflitto fra loro, che si possono applicare ad un testo al fine di scomporlo ed analizzarlo.

Io, ad esempio, apprezzo particolarmente quello proposto dalla scuola francese novecentesca, che suddivide il testo in 4 parti (metro, sintassi, lessico e figure retoriche), seguendo i principi dell’ ‘Explication de texte’. Ma voi, aspiranti critici linguistici, quali metodi utilizzate? Forse quello che va per la maggiore è basato su un unico ascolto (al quale magari non segue neanche una rapida lettura del testo) e qualche pregiudizio che ammicca al gossip. Qualche spunto in qua e là, un articolo scritto tanto per fare, e via, il mio l’ho fatto!

Un Salmone bipolare, ‘fuori di testa’

Salmone

La dodicesima traccia di ‘Flop’ s’intitola ‘Fuori di testa’ ed è la classica canzone di Salmo che rappa su una cassa dritta, una batteria sintetizzata fa dunque da sfondo a rime che non seguono una linea tematica ben precisa se non quella di una successione d’incastri che sono un fiore all’occhiello dell’arte del rapping. Un Salmo come sempre colmo di fotta, un flusso di coscienza che esplode in tutta la sua rabbia nel ritornello, grazie all’entrata prepotente di un basso elettrico che farebbe scatenare anche un monaco buddista.

Tieni, ho la ferita aperta, premi
Ho l’autodistruzione nei geni, lo farò come iracheni
Ma attento a cosa desideri, quali promesse mantieni
Guarda che a pensarci troppo si fa sera

Se non troviamo risposte facciamo parte del problema
Io che sono già pieno
Non voglio stare male, ma non posso farne a meno

Fuori di testa, Salmo

Chiede a gran voce di essere lasciato in pace, con ‘la testa altrove’ e oscillazioni d’umore tipicamente bipolari. Questo setting furibondo e indispettito si smorza improvvisamente, lasciando spazio alla seconda canzone d’amore di ‘Flop’, ‘Marla’. Una traccia più intima rispetto a ‘Kumite‘, certamente indirizzata ad una persona in particolare che, stando alla grande metafora della canzone, ricorda Marla Singer, protagonista di ‘Fight Club’ interpretata da Helena Bonham Carter.

Una donna instabile, proprio come il nostro Salmone, percorsa da pensieri depressivi e fortemente autocritici ma dotata, al contempo, di un fascino travolgente. I riferimenti al film sono evidenti sin dai primi versi della prima strofa, tra i fotogrammi di Tyler Durden e la famosa scena di Marla, ‘seduta al buio con la sua sigaretta’.

Ma te sei vivo o morto?

Chiudiamo questo viaggio all’interno di ‘Flop’ con la quindicesima traccia, intitolata ‘Vivo’. In realtà non si tratta di una canzone, bensì di un monologo recitato. Qualcuno, in giro per gli articoli sfavillanti usciti in questo periodo, l’ha addirittura scambiata per un pezzo, parlando di strofe e ritornello. Buffo vero? Peccato, perché mentre scrivono che non vale la pena soffermarsi su ‘Vivo’, nel monologo interpretato da Josafat Vagni è racchiusa l’essenza stessa di ‘Flop’, il tassello mancante, sfuggito a molti.

La paura di fallire, le facce che cambiano ogni tre giorni, il riscatto sociale di un appena ventenne ragazzino che dieci anni dopo si ritrova sommerso dal successo, assorto nei pensieri di una vita in una vasca di Cristal. Un lavoro intermittente, che va e viene, la costante paura di non essere più all’altezza dei numeri giganteschi di qualche anno prima, le gioie razionate come in guerra, spesso frutto di momenti che volano via, insieme alle persone.

“Sii il fiume, non la roccia”

fiume

E allora, proprio quando tutto sembrava andare per il meglio, ti ritrovi solo. E la solitudine divora la mente di tutti, se ne sbatte della fama, della ricchezza, della realizzazione personale. Eppure la palla tra i piedi ce l’ha Salmo, che mentre sorride dell’hype, dei commenti e dei like, consapevole di tenere in scacco un’intera scena musicale, sussurra un preziosissimo ‘vaffanculo’.

Perché alla fine la vita accade e prosegue anche, e soprattutto, fuori dalla testa. La musica sale, scende, come gli ascolti, ma ciò che resta è una piccola, semplice sincope sonora: flop.

Può forse, una singola parola, influenzare così tanto l’intera vita di un essere umano? Forse sì. E allora non resta che prenderne consapevolezza, accettare la realtà dei fatti, fissarla coi pensieri fin quando non perda senso. Un bagno nel mare d’inverno, un tramonto poetico, l’amore di una persona, un viaggio, un avventura dall’altra parte del mondo, un verso, una canzone. Alla fine tutto, si può ricondurre ad una semplice parola. Travolgente sul momento, ma incredibilmente leggera e fuggiasca nel giro di qualche istante.

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