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Seid Visin, 20 anni e la solitudine del camaleonte

Suicida l'ex calciatore delle giovanili del Milan vittima di razzismo

Il sarcasmo del giudizio comune

Seid

Seid Visin non ce l’ha fatta. Non è riuscito a superare un ostacolo così grande come il senso d’inadeguatezza. Ha deciso che non sarebbe valsa la pena continuare a vivere una vita piena di odio, paura e disprezzo. Eppure, apparentemente, sembrava felice. Era una promessa del calcio italiano a 20 anni, aveva avuto la grandissima soddisfazione di indossare la maglia del Milan. Ma il buio è stato in grado di spegnere del tutto la luce della gioia di vivere. Un’oscurità che si è impossessata di lui per mano del giudizio della gente.

L’ennesima vittoria del razzismo. L’ennesima conquista di un modo di fare, prettamente occidentale, che tende ad isolare le persone basandosi sul colore della pelle, sull’orientamento sessuale, sull’estetica e sulle debolezze psicologiche altrui. Seid è una delle troppe vittime del giudizio comune. Di una cultura che fonda il dialogo sulle basi di una risata patetica, scaturita spesso dal prendersi gioco delle peculiarità altrui. Si ride di come parla l’altro, di come si veste, del suo atteggiamento in pubblico, delle sue idee, della sua provenienza.

La solitudine del camaleonte

Camaleonte

Il mondo è grande, le persone sono tantissime e non tutti sono così. Il problema è che, quando ti guardi intorno e vedi soltanto occhi pronti a giudicarti, ti senti solo. Isolato dalla certezza di essere uno degli esseri umani meno interessanti sulla faccia della Terra. Che senso ha vivere quando nessuno ti apprezza? Puoi essere bravo a giocare a calcio, a scrivere, a cantare, ma quando a nessuno piace la pura essenza di te, ti senti davvero uno straccio.

Pirandello, nei primi anni del ‘900, proponeva una chiave di lettura della società occidentale spaventosamente attuale. Chi non si ricorda delle maschere pirandelliane? Beh, ognuno di noi continua ad indossarle ogni giorno. S’indossa la maschera da lavoratore, quella da genitore, da figlio, da atleta, perfino da amico. Ed è normale che sia così: si tratta della socialità camaleontica tipica dell’essere umano.

Ma il camaleonte, quando è rilassato e nella pura essenza di sé, è verde. E a noi cosa interessa veramente del camaleonte? La sua capacità di sapersi adattare, di cambiare colorazione a seconda della circostanza. Questo ci affascina di lui. Di certo non la sua colorazione originale. A nessuno, o perlomeno a pochi, interessa osservarlo in fase relax. Verde.

La storia di Seid non è distante dalla nostra

Famiglia

Seid fu adottato da piccolo. In una lettera che scrisse ai suoi amici e alla sua psicoterapeuta, ci teneva a ribadire il fatto che lui non fosse un immigrato. Come se esserlo fosse stato un peccato mortale. Scrisse che, da piccolo, tutti lo amavano e gli volevano bene, ma adesso tutto sembrava essersi ribaltato. Se a qualcuno dovesse sembrare un percorso di vita distante dal proprio, o da quello della maggior parte delle persone comuni, beh, per noi non lo è affatto.

Perché Seid, crescendo, è riuscito a vedere con i propri occhi il disprezzo che gli veniva nascosto quando era piccolo. Quando si cresce, si impara ad osservare il mondo con il nostro sguardo, non più con quello dei genitori o delle persone che ci hanno cresciuto. Ci si accorge degli errori fatti, nostri ed altrui. Si inizia a distinguere la realtà per quello che è, o anzi, meglio dire, per come ci appare veramente.

Sapete, forse non deve essere facile crescere con dei genitori che non sono davvero i tuoi. Per quanto amore possano darti, quando diventi grande, ti rendi conto di quanto male faccia non poter abbracciare le persone che ti hanno messo al mondo. Certo, è un dolore, come tutti, superabile. Ma se agli altri interessano soltanto le tue doti calcistiche, il tuo modo di parlare e di vestirti, la questione si fa più difficile.

La lettera di chi ha paura di sé

Una lettera. Chissà perché Seid scrisse una lettera. Da amanti della scrittura possiamo dirvi che, quando si decide di condividere qualcosa di così profondo attraverso quel mezzo – per di più con amici e conoscenti – lo si fa perché è il miglior modo per esprimere a pieno le proprie emozioni. Non vedi la persona con cui stai parlando, non ti aspetti una reazione, e quindi riesci ad essere veramente te stesso. Senza maschere, senza filtri.

Sguardi schifati per il colore della mia pelle

Seid Visin

Però sembra troppo strano che questa società lasci così poco spazio alle debolezze e alle profondità delle persone. O meglio, non vi sembra ingiusto dover sempre avere la paura di essere se stessi e, dunque, risultare noiosi? È molto meglio mostrarsi sicuri di sé, parlare di cose felici e distrarsi dai pensieri più profondi. A chi interessa della tua psicoterapia, della tua storia, delle tue debolezze e dei tuoi sogni? Solitamente a poche persone. C’è chi ha la fortuna di conoscerne una per tempo, che sia pronta ad aprirsi e ad ascoltare, ma chi non la trova si sente davvero solo.

Occidentali’s Karma: a galla in un mare di lacrime

Sapete, in Oriente, specialmente in luoghi come il Vietnam, ad esempio, dove il buddhismo e la ricerca della consapevolezza di sé sono molti diffusi, a pochi importa di come sei vestito, del colore della tua pelle o di come ti atteggi in pubblico. Ognuno è concentrato su di sé, anche perché si lavora molto, non per forza più di quanto lo si faccia qui, in Occidente, ma il modo di farlo è completamente diverso. La maggior parte delle persone non si lamenta, nonostante le condizioni siano di gran lunga peggiori di quelle che viviamo in Occidente.

Persino la signora di 90 anni, che lavora nella stessa cucina da chissà quanto tempo, e prepara lo stesso pho per i turisti ogni giorno, ama il suo lavoro. Perché ha capito che, viste le prospettive di vita imposte, sarebbe stato meglio fare quel lavoro con passione. Sorridere e non giudicare gli altri nonostante tutto, godersi il momento a prescindere da ciò che è stato e ciò che sarà: praticamente impossibile farlo nella società in cui viviamo, dove tutti si lamentano. Una classe media fatta di persone che avrebbero la possibilità di essere felici e scelgono di non esserlo.

Viviamo galleggiando in un mare di lacrime nel quale annega chi veramente soffre, come Seid. Volete il bene di chi sprofonda nel male? Iniziate a risparmiare il vostro lamento, fate il possibile per raggiungere i vostri sogni. Fatelo per voi, e per chi non può farlo.

L’unione fa la forza, l’amore ci rafforza

Avremmo voluto avere la possibilità di fare una vacanza in Vietnam con Seid. Purtroppo nessuno sa nulla di queste situazioni fin quando non accade qualcosa di tragico. Funziona così: la notizia fa il giro dei media, qualcuno si scandalizza, qualcuno no, e una settimana dopo un altro ragazzo viene massacrato di botte o di insulti soltanto per il suo colore della pelle, per il suo orientamento sessuale, per le sue debolezze o per il suo modo di fare. Subire violenza per aver commesso un errore madornale: essere se stessi. E forse è arrivato il momento di fare di tutta l’erba un fascio.

Vuoi essere una brava persona? Vuoi essere un signore? Vuoi essere un uomo educato, equilibrato e pacifico? Allora lo devi essere sempre, senza eccezioni

Gianluca Gotto

Perché quando si parla di suicidio, alcuni problemi di fondo uniscono storie di vita apparentemente diverse: l’inadeguatezza, il senso di colpa, la paura di essere se stessi, la totale cessazione di speranza, la sensazione che a nessuno interessi del camaleonte verde. Lo ribadiamo, noi siamo diversi. A noi piace osservare il camaleonte anche nella sua colorazione originale. È gobbo, ha la coda arricciata a mo’ di spirale, i suoi occhi sembrano delle piccole telecamere a forma di palla. Certo, la sua capacità di cambiare colorazione ci affascina, ma ci piace apprezzarlo anche così com’è, nella pura essenza di sé.  

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