Musica
ARTICOLO
British Invasion

Lifestyle psichedelico e Beatles per la British Invasion

La controcultura di massa degli anni Sessanta. Gli inglesi riconquistano l’America

I Fab Four sbarcano negli Usa

Prende il nome di British Invasion e suona più o meno così: ‘She loves you yeah yeah yeah’. È il 1963 e tutte le radio la trasmettono, facendo impazzire le classifiche. Sì, sono proprio loro, i quattro di Liverpool. Da boy band innocente a promotrice del lifestyle psichedelico: i Beatles, in tutte le loro sfaccettature. Fautori di una vera e propria invasione britannica, quando sbarcarono in America – patria della cultura di massa per antonomasia – i Fab Four spazzarono via ogni traccia della concorrenza statunitense, creando un fenomeno mai visto prima.

Ma i Beatles furono soltanto i primi a dare il via ad una lunga serie di invasori britannici che, in molto poco tempo, avrebbero colonizzato (di nuovo) l’America, trasformando il tutto in una guerra a colpi di musica rock. Già sul palco di Woodstock, come in un rituale, erano comparsi i The Who, leggendaria band londinese capeggiata da Roger Daltrey alla voce e Pete Townshend che, appena strimpellata la chitarra con le prime note, aveva già conquistato la folla.

In [1776] England lost her American colonies. Last week the Beatles took them back.

Life, 1964

British Invasion: i magnifici quattro da oltreoceano

British Invasion con i gadget dei Beatles

Abbiamo parlato di Woodstock, della magia dei The Who con la voce di Daltrey sulle note di ‘See Me, Feel Me’, ma quello che accadeva a White Lake nel ’69, in realtà, era già accaduto ben cinque anni prima, quando, da oltreoceano, atterrarono al Jfk di New York i magnifici quattro, sì, proprio loro, ancora loro. Con i capelli a caschetto e i completi neri, prontissimi a stravolgere il panorama musicale americano e far urlare le ragazzine sotto il palco. È il caso di dirlo: il 7 febbraio 1964 iniziava quella che avrebbe preso ufficialmente il nome di Beatlemania, dando il via ad un fenomeno che avrebbe tenuto incollati milioni di americani agli schermi dei televisori (più di quanto non succedesse già).

Cos’era cambiato? Fino a quel momento a tutti sembrava fossero proprio gli Stati Uniti a dettare legge, e chi se ne frega della British Invasion, no? Qualunque artista di origini britanniche che avesse anche solo provato a tentar fortuna nel Paese a stelle e strisce, prima o poi sarebbe inevitabilmente finito nel dimenticatoio. I grandi colossi americani sarebbero rimasti in alto, a dominare lo scenario musicale persino al di là dell’Atlantico, facendo fortuna anche in quella stessa madrepatria, piena di little boys accecati dal fascino dell’anca ballerina di Elvis o delle t-shirt attillate alla James Dean. Eppure, la situazione si sarebbe ribaltata molto presto.

Beatlemania senza freni

Il 9 febbraio 1964 sono 73 milioni gli americani seduti sul divano, con lo sguardo ipnotizzato rivolto allo schermo del televisore, rigorosamente sintonizzato sull’Ed Sullivan Show, il programma televisivo che avrebbe ospitato i quattro di Liverpool per la prima volta dal loro arrivo in America. Le voci dei Beatles arrivano fresche come una boccata d’aria, come una ventata di spensieratezza che si abbatte sul suolo americano, dopo che l’assassinio di Kennedy a Dallas aveva lasciato il Paese intero in uno stato di choc.

Da quel momento, la Beatlemania prende piede senza porsi alcun freno, stravolgendo gli Usa in sole tre settimane. ‘I want to hold your hand’, pubblicata dall’etichetta discografica Capitol, aveva raggiunto il primo posto in classifica ancor prima dell’arrivo della band in America. Dopo la capatina da Ed Sullivan, la Top 5 dei Beatles al 4 aprile 1964 è più o meno questa:

1. ‘Can’t Buy Me Love’

2. ‘Twist and Shout’

3. ‘She Loves You’

4. ‘I Want to Hold Your Hand’

5. ‘Please Please Me’

Un fenomeno che cresce: l’arrivo dei Rolling Stones

Come un effetto domino, i Beatles daranno ufficialmente il via alla British Invasion. Nel 1965 su dieci brani della Top 10 americana, nove sono britannici. La Madrepatria sforna talenti senza pensarci due volte: ai Fab Four si affiancano i Rolling Stones, che si posizioneranno al primo posto delle classifiche americane per ben otto volte.

A conquistare il palcoscenico statunitense furono proprio le influenze Made in Usa degli Stones che, con le loro radici R&B americanissime, rubarono il cuore, in particolare, alle nuove generazioni, facendo invece storcere il naso ai più vecchiotti. Loro, tutta questa trasgressione gratuita nei testi di Mick Jagger, non la tolleravano mica.

Numerosi altri gruppi, però, contribuirono a dare un volto alla British Invasion, stravolgendo interamente il panorama musicale degli States e creando così suoni in controtendenza alla cultura di massa americana. Tra questi, The Who, The Hollies, Herman’s Hermits, ma anche Dusty Springfield, voce femminile di grandissimo successo negli anni ’60.

Non solo musica: la British Invasion arriva anche al cinema

Parliamo di invasione, non viene quindi risparmiato nessuno. Affamati di successo e agguerriti più che mai, gli inglesi non si fermano soltanto alle classifiche musicali: tra il 1964 e il 1965 trionfano agli Oscar i famosissimi ‘Mary Poppins’ e ‘My Fair Lady’, con le british (o quasi) Julie Andrews e Audrey Hepburn. Non solo, a vincerle tutte è il James Bond interpretato da Sean Connery, che manda in visibilio il grande pubblico, sbancando il botteghino. ‘Lawrence d’Arabia’, altro vincitore agli Oscar del ’63, segna ulteriormente la superiorità inglese nel campo di battaglia dominato dagli americani per eccellenza, spodestando così i padroni di Hollywood.  

La controcultura di massa che scosse l’America

British Invasion, il fenomeno in controtendenza che voleva, sostanzialmente, essere trasmissione di valori controcorrente laddove la corrente era proprio la cultura di massa, quella del Paese a stelle e strisce, culla della cultura delle masse per antonomasia. Un vento di novità che soffiò sul suolo americano, sconvolgendo un po’ i sistemi.

Ma gli americani sono gli americani, e non rimasero certo a guardare. Il successo inglese è, infatti, equiparabile a quello americano, che sfornò – tanto per fare qualche nome a caso – personalità fuori dal normale come Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison con i Doors, tutti parte del cosiddetto club dei 27.  

Ma la British Invasion resta la British Invasion, un fenomeno che si fa concludere con la fine dei mitici anni ’60, ma che, in realtà, servì a preparare il terreno per qualcos’altro di grande: artisti come Pink Floyd, David Bowie, Led Zeppelin segneranno un’altra era di cui gli inglesi saranno nuovamente protagonisti.


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