La fisiologia del dolore quotidiano in Dialoghi con Amin
“Amin, è quasi giorno, è la resa dei fuochi invernali / l’ectoplasma del divenire.”
Che il mondo abbia assunto i connotati del blasonato abisso descritto nei Biglietti della follia di Nietzsche, è ormai palese a tutti coloro che sono in possesso di un basilare giudizio etico. La quotidianità – identificabile nella sua matrice più intima e familiare – sembra non essere mai stata così distante da quel calore romantico che nei movimenti artistico-culturali le è stato attribuito. Così, i suoi angoli imbevuti di sofferenza e il suo stato inconciliabile con la fragilità umana, sono diventati oggetto di una lucida e disillusa trattazione poetica all’interno della silloge di Giovanni Ibello edita da Crocetti Editore.
L’indagine filosofico-letteraria portata avanti dal poeta si instaura all’interno di una rivisitazione del rapporto carnale uomo/ambiente tipicamente dannunziana, che, per via della sua flessione contemporanea in luoghi e neo-nature meccanico-industriali, si converte in un vero e proprio Panismo Cyberpunk, in cui anche elementi urbani possono avviare un processo di materializzazione dei sentimenti di incongruenza col mondo. La transitorietà taciuta dell’esistenza diventa tangibile e narrabile, mirando al concetto espresso dal giornalista Tiziano Terenzi nel libro Un indovino mi disse (Longanesi, 1995): «[…] la storia esiste solo se qualcuno la racconta.»
Il daimon dello spreco: Amin
“Sei smarrito nel cimitero della sete. Amin, sei solo come la sfinge.”
Avviata la macchina demistificatrice della realtà, l’autore ci introduce alla figura con cui, appunto, dialoga per gran parte della silloge: Amin. Costui ci viene presentato come daimon dello spreco, ricalcando l’antico concetto greco d’origine socratica, di possessione scissa tra divino e demoniaco. Questo concetto di interiorità permeata da un ulteriore stato di coscienza, il riferirsi in alcuni passaggi ad Amin mediante l’impiego della prima persona singolare (cosa che l’autore ripete in alcuni componimenti parlando di se stesso: «Io sono Giovanni […]») e la compresenza di entrambe le entità liriche in determinati versi, fa presagire che Amin sia una giovane versione di Giovanni Ibello, con cui quest’ultimo intrattiene una relazione poetica che trascende le forme canoniche di legame.
Giovanni Ibello
Un ulteriore spunto di riflessione deriva da uno studio sull’origine del nome che richiama direttamente il sostantivo arabo amin, termine che si riferisce al concetto di “onesto, veritiero”. Amin, secondo questa lettura complessiva, assumerebbe gli attributi delle idee iperuraniche platoniche, enti utopici per definizione immutabili, stabili e detentori di verità assoluta. La correlazione filosofica risulta lampante: l’unico rapporto vero e incrollabile in questo mondo di forme sensibili (ricalcando la narrazione platonica di impermanenza della realtà fisica) è quello con la propria interiorità.
“Quanti millimetri ci separano dal buio?”
Il valore effimero del desiderio
L’attribuzione di specificità “dello spreco” è da ricollegare al concetto di gioventù che Giovanni Ibello delinea all’interno di Dialoghi con Amin. Primariamente, secondo l’autore, non ci sarebbe alcun futuro in vista per l’umanità, poiché esso, non essendo una dimensione temporale scollegata dal presente, diviene un’espressione esistenziale post-datata dell’attualità: dunque, se l’oggi è devastato dalla desolazione, il domani non può che seguire il medesimo decorso.
L’uomo è paragonabile ad Achille che insegue la tartaruga senza mai raggiungerla, dal momento che il buio è onnipresente e il suo contrario, la luce, è solo un miraggio leggendario. L’infanzia e la giovinezza, in quest’ottica, sono gli unici periodi della vita dove non esiste consapevolezza della condanna eterna a cui siamo promessi. In quegli anni, afferma Giovanni Ibello, si respira ignari che da adulti, qualunque tentativo di riaffacciarsi a quell’ingenuità che ci è appartenuta, è paragonabile all’estasi provocata dalle sostanze stupefacenti: letale ed effimera.
Dio e genitorialità: la visione antinatalista
“Avrei perdonato mia madre se non fossi nato per amore.”
Resa filosoficamente nitida la sua visione globale, Giovanni Ibello contorna l’atto della nascita (da intendere sia sotto il profilo della collettività umana, che come singoli individui) come l’inizio di ogni nostro patimento. In Dialoghi con Amin la venuta al mondo non è investita della tradizionale sacralità con cui è concepita socialmente, ma viene decodificata secondo un duplice sistema di colpevolezza, i cui imputati sono rispettivamente Dio e i nostri genitori.
Dio, in accordo con la poetica spirituale contemporanea, è aspramente criticato per il suo scellerato atto creativo: egli ha generato una realtà dove ogni cosa non solo è destinata alla decadenza, ma anche al supplizio inconsolabile. In pratica, dalle sue mani hanno preso forma esseri e dimensioni spazio-temporali già morti.
Questa sconsideratezza, però, è altrettanto alimentata dagli umani che ci hanno preceduto e dato alla luce: essi infatti, riflettendo le dinamiche prese in esame dai filosofi e docenti universitari David Benatar (direttore del Dipartimento di Filosofia presso l’Università di Città del Capo) e Julio Cabrera (direttore emerito del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Brasilia), entrambi di stampo antinatalista, procederebbero secondo un egocentrismo genitoriale che non prevede alcun vantaggio per il nascituro, il quale non può chiaramente opporsi al proprio concepimento.
Vita e Morte: l’impossibilità di sottrarsi al ciclo
“[…] è come un implosione di pianeti nella mente / una turbina siderale / del corpo che ritorna seme.”
La morte, seguendo il sentiero tracciato da Giovanni Ibello, ci rende concime del dolore, poiché con la dissoluzione di corpo e anima, diveniamo carburante per questa realtà sofferente, di fatti non abbandonando mai davvero il sistema-tortura di cui abbiamo fatto esperienza. Questa teorizzazione di un ritorno dell’essere allo stato potenziale pre-nascita, favorisce la connessione ciclica tra la venuta al mondo e la maledizione che, in quanto umani, siamo destinati non solo a subire ma anche a tramandare ad altri nostri simili. In questo sviluppo, dunque, le due fasi esistenziali collidono in un processo alquanto macabro: l’essere trasmigra da particella di carnefice a corpo di vittima, rimanendo imprigionato in una sorta di eterno ritorno.
La questione del libero arbitrio
“Seleziona con cura l’abisso entro cui implodere.”
La tematica portante di questo volume, più che il corollario su cui si impianta una matrice disincantata e antinatalista, è il ruolo cardine della libertà. Sviscerando l’idea proposta da Giovanni Ibello, è possibile rintracciare una genetica comune con le rappresentazioni di libero arbitrio declinate da due pilastri della letteratura mondiale: Murakami e Dostoevskij. Il primo, infatti, nel volume L’incolore Tazaki Tsukuro e i suoi anni di pellegrinaggio (2013), nel passaggio finale del capitolo undici, si sofferma a vagliare la possibilità di una sempre presente libertà di scelta anche in situazioni dove la propria incolumità psico-fisica sembra ormai irrimediabilmente compromessa.
A ciò si unisce la dottrina concepita dall’autore russo all’interno della prefazione filosofica al testo Memorie del sottosuolo (1864), particolarmente critica nei confronti della corrente positivista, in cui attesta che l’uomo è disposto a farsi andar bene il proprio stesso male, pur di affermare l’autonomia di scelta.
Dialoghi con Amin è un volume di grande incoraggiamento: è vero, nessuno di noi ha deciso di venire al mondo. Nessuno di noi, probabilmente, è destinato a un futuro radioso. Niente è promesso all’eternità. L’unica cosa che possiamo fare è dialogare col pascoliano fanciullino – Amin, appunto – e scegliere attivamente il nostro destino.
Tratto da “Dialoghi con Amin” (Crocetti Editore, 2022) – Giovanni Ibello