daniele bellomi un cerchio, un quadrato

Un cerchio, un quadrato di Daniele Bellomi: il poliprospettivismo esistenziale del wrestling

La realtà sul ring come allusione poetica alle dinamiche sociali

Un cerchio, un quadrato di Daniele Bellomi e la descrizione di un paradosso invisibile

“[…] non c’è alcun scalino interpretativo tra essere umano e personaggio […]”

“A play is a play” è l’iconica frase conclusiva del saggio Lo spazio vuoto (1968) del regista britannico Peter Brook, all’interno del quale si delinea un accurato manifesto per il teatro performativo contemporaneo. Tale assunto produce una nuova forma d’azione drammatica, in cui il cast e il pubblico hanno l’opportunità di calarsi in un’intensa immedesimazione, consapevoli della sicurezza del luogo in cui essa si manifesta. Tale condizione è però terreno fertile per il paradosso: qual è la linea di confine tra osservato e osservatore? Quale lo spartiacque tra palcoscenico e quotidiano?

Daniele Bellomi (1988, Monza), all’interno della sua ultima silloge Un cerchio, un quadrato, edita per Edizioni Prufrock spa (2025), dispiega, attraverso una sperimentale ibridazione tra prosa e poesia, l’enigmatica corrispondenza tra la dimensione dei lottatori e quella del pubblico pagante nel mondo del wrestling, traendone riflessioni su temi sociali e psico-filosofici.

L’essenza poetica del cerchio e del quadrato in relazione all’interiorità umana

“Le gambe affondano, disegnano archi rapidi, a mina di compasso, e passano, vanno via nella quadratura del cerchio […]”

Daniele Bellomi intavola la propria trattazione sul pilastro di un prologo attinente all’antico problema matematico greco sulla quadratura del cerchio, la cui funzione è quella di costruire col solo impiego di compasso e riga un quadrato che abbia la stessa area di un determinato cerchio. Seppur impossibile da risolvere, le forme geometriche, protagoniste dell’enigma, si legano perfettamente alle teorie pitagoriche che vedono in esse, rispettivamente, il simbolo dell’umanità terrena e la forma visibile del divino celeste.

Entrambi gli elementi, legati alle prospettive di concretezza e astrazione, impregnano gran parte della filosofia dei secoli seguenti, generando il sistema di contrapposizione umano-eterno, materia fondante del pensiero antropocentrico rinascimentale. La dimensione umana diventa così il tempio della copresenza delle due realtà, favorendo la riemersione del concetto protagoreo “homo mensura omnium rerum” (uomo misura di tutte le cose). L’autore, sintetizzando questo percorso storico-intellettuale nella poesia introduttiva, favorisce l’opportunità di cogliere l’essenza del binomio interiore appena rivelato, presente nelle figure ospitate nei palazzetti in cui avvengono i match: spettatori e wrestler.

Daniele bellomi un cerchio, un quadrato

Daniele Bellomi

La dimensione lirica del pubblico

“Nel pubblico, attrazioni e repulsioni producono squilibri interni […]”

L’autore monzese prosegue la disamina poetica approfondendo le dinamiche psicologiche che imperversano durante la visione di un incontro. Gli spettatori, infatti, se da una parte si immedesimano nei lottatori sul ring, dall’altra godono della furia del combattimento. Daniele Bellomi evidenzia questo fenomeno chiamando a supporto osservazioni del tutto in linea con la teoria dell’aggressività ritualizzata, espressa dall’etologo austriaco Konrad Lorenz all’interno della sua pubblicazione Il cosiddetto male: per una storia naturale dell’aggressività (1963). Lo studioso afferma che, nel caso dell’uomo contemporaneo, per via della civilizzazione comportamentale, anche “atti di violenza simulata” (del tutto identici alle “dispute” del mondo animale) stiano scomparendo.

Sottolinea infatti: “[…] dopo una lunga inattività di un comportamento istintivo, il valore di soglia degli stimoli che lo innescano si abbassa […]”. Dunque, oltre a sobbalzare per la rabbia al minimo inconveniente, gli umani ricercano forme catartiche alternative per indirizzare la ritualizzazione, come, per esempio, il wrestling. L’autore, però, non arresta qui la sua disamina ed espande l’orizzonte argomentativo dall’etologia alla sociologia, mediante una poetica sovrapposizione con le ricerche dell’antropologo francese Gustave Le Bon rintracciabili nel saggio La psicologia delle folle (1895).

In esso viene condotta un’analisi empirica sull’abbandono della razionalità da parte dei singoli individui concentrati nella massa e il loro unico rispondere a istinti ed emozioni primitive, sotto l’influsso di quella che viene descritta come una vera e propria regressione cognitivo-comportamentale.

La dimensione lirica del wrestler

“[…] se si risale a sufficienza per la strada delle decisioni sbagliate, si può comunque ritrovare una buona intenzione irrimediabilmente deviata dal suo corso.”

Daniele Bellomi si concentra, inoltre, sull’identificazione dei postulati attitudinali tipici di coloro che, in questo caso, regalano il piacere dello spettacolo: i wrestler. Essi, canonicamente, interpretano, durante gli incontri, iconografie antitetiche (il buono e il cattivo, l’alto e il basso, ecc.) su cui il pubblico incentra la propria proiezione emotiva, introducendosi costantemente nella zona grigia tra realtà e finzione. In effetti, l’azione catartica degli spettatori e la fattuale preparazione atletica dei wrestler creano una contraddizione: dove inizia la dimensione concreta e dove, invece, la “messa in scena”?

L’autore, ricalcando la concezione performativo-teatrale espressa dal compositore musicale John Cage e dal sociologo Erving Goffman, sostiene che non sarebbe possibile tracciare una ferrea linea divisoria tra quotidiano e irrealistico, arrivando a dipingere il ring come un luogo-confine in cui entrambe le realtà collidono senza sosta.

Frammentarietà pseudo-reale

“Adesso chiedimi se la colpa è di chi guarda, o di chi viene guardato.”

Il palazzetto che ospita gli incontri di wrestling è in realtà una trasposizione della quotidianità in cui a turno interpretiamo il ruolo del personaggio operante e del personaggio osservante, ferendoci inconsapevolmente e in modo continuativo, nel corso del cambio abiti. Un cerchio, un quadrato di Daniele Bellomi, non solo approfondisce la duplice indole di cui ogni individuo è composto, ma anche il modo in cui esso impersonifica schemi socio-comportamentali prestabiliti, quasi fosse vittima di un mondo-teatrale, il cui tabellone è incatenato perpetuamente agli stessi due tipi di spettacoli.

Tratto da “Un cerchio, un quadrato” (Edizioni Prufrock spa, 2025) – Daniele Bellomi

“[…] Che sappiano come si cade, va bene, e ad ogni modo non ci basta: come se imparare a mettersi in tensione prima dell’urto potesse differirlo, in qualche modo. Il suono non amplificato dell’impatto, comunque, è rovinoso. Non siamo in grado di capire se questo faccia parte o meno dell’intrattenimento.”

Daniele Bellomi /Un cerchio, un quadrato | Prufrock spa

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