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Il caso Elena Ferrante: perché ci interessa tanto sapere chi è?

Casi editoriali

Elena Ferrante e la sua scelta dell’anonimato

In the young pope c’è una scena in cui Jude Law chiede chi fosse lo scrittore più importante della nostra epoca (Salinger), poi l’artista (Banksy) e poi il gruppo di musica elettronica (Daft Punk)… cos’hanno in comune tutti loro? Il mistero. In questa lista, dunque, a pieno titolo potrebbe rientrare – anche se nella serie non viene citata – Elena Ferrante, una delle scrittrici contemporanee più rilevanti sia per critica che per pubblico, il cui nome è uno pseudonimo ed il cui volto è sconosciuto.

Lo racconta personalmente in Frantumaglia il motivo per cui tiene fede, da ormai più di 30 anni – ovvero dalla pubblicazione nel 1992 del suo primo romanzo L’amore molesto – al proposito di preservare il suo corpo nell’ombra. Il suo corpo, il suo volto, la sua vita, la sua oralità restano un mistero. I libri, una volta scritti, secondo Ferrante non hanno più bisogno dell’autore che li supporti, ma vivono vite indipendenti, come fossero piccoli miracoli di cui non si conosce l’origine e che pure continuano ad esistere. L’unico corpo, dunque, ad essere visibile è quello dei suoi libri, dei suoi personaggi, del mondo che crea attraverso il tessuto testuale.

Scripta manent: Ferrante sottrae tutto, tranne le sue parole

Anche nelle sue interviste, infatti, predilige uno scambio scritto. In un’intervista a Daria Bignardi su Vanity Fair ha spiegato che preferisce la parola scritta in quanto non si fida della sua oralità: potrebbe dare un’idea di sé che non le appartiene, che non sente affine alla propria immagine. In effetti, la parola affidata all’ascolto sfugge; il foglio – la pagina di un libro, lo schermo su cui si legge un’intervista – è un’istantanea ripetuta migliaia di volte, che è sì, soggetta a fraintendimenti come qualsiasi forma di comunicazione umana, ma detiene il privilegio dell’immutabilità esposta.

Sottraendo la propria immagine alla mercè dei lettori Elena Ferrante costringe a guardare il testo: non è importante se il ’68 l’abbia vissuto o meno, se fosse fra gli altri a manifestare, è importante che Lenù (una delle sue protagoniste più famose) l’abbia fatto; non è rilevante se personalmente abbia vissuto un rapporto viscerale, simbiotico, ancestrale con il materno e il femminile, lo è il fatto che noi abbiamo potuto viverlo attraverso le figure femminili che popolano i suoi testi.

Privandoci del suo corpo, Ferrante ci libera

Privandoci, insomma, della sua biografia, di quella macchia sulla tela bianca della letteratura, leggiamo i testi di Ferrante esattamente per quello che sono, senza contaminazioni, senza le prosaiche e deformanti sbavature di una vita vissuta, concedendoci la libertà di godere a pieno di un’opera d’arte nella sua essenzialità. Possiamo, insomma, concederci il confortante lusso di apprezzare l’arte senza conoscere i peccati che ha commesso l’artista, che a volte sporcano l’arte stessa.

Se pensiamo a personaggi come – dai casi mediaticamente più eclatanti – Woody Allen e Roman Polanski, ma anche Picasso e Hemingway, a quelli meno conosciuti, forse, Virginia Woolf (e il suo antisemitismo), ci viene difficile separarli dalla propria arte ed una volta scoperte le loro nefandezze ci viene da chiederci: è ancora possibile amare ciò che hanno creato questi artisti, nonostante moralmente viene da condannarli – o quantomeno giudicarli?

Non si cerca, qui, di rispondere a questa domanda ben più complicata da sviscerare che in queste poche righe. Certo, però, si può ringraziare Elena Ferrante che ci toglie il peso di conoscere la sua stessa vita privata – non perché necessariamente debba aver commesso qualcosa di deplorevole, ma perché magari ha una posizione politica lontana dalla nostra, oppure banalmente al bar è sgarbata con i camerieri. Ecco, lei ci libera dal giudizio sul privato e ci permette di godere quella che Calvino definiva una “sfilza di righe nere su una pagina bianca”, a cui Bertoni aggiunge:

“una sfilza di righe nere su una pagina bianca” che ogni tanto si mettono a vibrare e producono quello strano fenomeno che, in mancanza d’altro, continuiamo a chiamare letteratura

Sappiamo già chi è Elena Ferrante?

Le congetture intorno alla presunta identità di Elena Ferrante nel corso degli anni sono state molte: si è parlato di progetti a più mani, sono stati indicati alcuni nomi, si è ipotizzata la possibilità che lo scrittore fosse un uomo (sarebbe, a dire il vero, una scelta poco acuta da uomo darsi uno pseudonimo femminile considerando che le vendite editoriali continuano ancora oggi a prediligere autori maschili).

Chiaramente non è cosa nuova creare un alter ego, o pubblicare sotto falso nome, o ancora in forma anonima i propri libri: esempi illustri vengono soprattutto da donne che potendo, nel migliore dei casi, leggere qualche romanzo (figurarsi scrivere) erano costrette a pubblicare con pseudonimi maschili o anonimamente – dalle sorelle Brontë a Jane Austen, da Mary Ann Evans, alias George Elliott, a Mary Shelley.

Eppure, dopo i nomi scommessi, le smentite e i complotti Elena Ferrante continua a vendere in tutto il mondo – tradotta in 40 lingue – riuscendo a sugellare un difficilissimo patto: quello tra pubblica e critica. Il suo successo cosa ci dice? Che forse, quando ci chiediamo chi sia Elena Ferrante commettiamo un errore a priori. Chi sia Elena Ferrante lo sappiamo già: è la scrittrice dei suoi libri, il cui nome sulla copertina dei suoi testi potrebbe essere diverso rispetto a quello sull’anagrafe, ma è davvero importante che i due coincidano? Oppure vogliamo saperlo per morbosa curiosità fine a sé stessa, abituati come siamo a divorare immagini pubbliche quotidianamente?

Elena Ferrante ci ha privati della sua corporeità fisica e ci ha liberati: ora lei é Elena Greco e Raffella Cerullo, è Giovanna e Vittoria Trada, è Delia e Amalia; è tutte le donne attraverso cui ha vissuto nelle sue pagine, è quei volti e quelle vite.

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