Il Gattopardo

Il Gattopardo: tutto sulla serie-remake del classico del 1963

Cast, trama e fotografia del nuovo prodotto Netflix in cui la Sicilia torna protagonista

Il Gattopardo e il caso intorno al remake della serie tv omonima

Al giorno d’oggi, si sa, è sempre più difficile creare dei prodotti audiovisivi di qualità, che lascino davvero qualcosa al pubblico spettatore. Sempre più spesso il ruolo di “capolavori” viene ricoperto da serie con ambientazioni fantascientifiche, che danno spazio all’immaginazione e che sono molto gradite dagli utenti.

In mancanza di fantasia e buone idee, è ormai abitudine trovarsi davanti a rifacimenti (i cosiddetti remake) di classici del cinema mondiale, da Nosferatu a Biancaneve, passando per …altrimenti ci arrabbiamo!. Non è una regola, ma solitamente si tratta di prodotti di qualità inferiore rispetto a quelli originali. In quest’ottica non rientra il recente remake de Il Gattopardo, capace di prendere le dovute distanze dalla pellicola di riferimento e in grado di crearsi una propria storia, pur partendo da quanto narrato nel romanzo e nel film del 1963. Ma andiamo con ordine.

Il Gattopardo: storia di un romanzo che ha fatto la storia

Il Gattopardo è un celeberrimo romanzo del 1958 scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, duca al tempo caduto in disgrazia, ed edito da Feltrinelli. La storia del romanzo inizia ancor prima della trama stessa. Esso andò incontro a una travagliata vicenda editoriale, rischiando addirittura di non vedere mai la luce.

Tomasi di Lampedusa, infatti, tentò di proporlo sia a Einaudi che a Mondadori, trovando però il rifiuto di entrambe le case editrici, soprattutto a causa della bocciatura del manoscritto comminata da Elio Vittorini, celebre scrittore siciliano impiegato anche come consulente letterario. Il romanzo però incontrò fortunatamente l’approvazione di Feltrinelli, per tramite di Giorgio Bassani, altro importante scrittore impegnato in consulenze. Il libro riscosse da subito un grande successo, nonché i rimorsi di chi lo aveva rifiutato.

giuseppe tommasi di lampedusa 'Il gattopardo'
Fonte fotografia: Wikipedia

La storia, in breve, narra di una nobile casata siciliana, i Corbera, alle prese con lo sbarco di Garibaldi in Sicilia. Col cambiamento alle porte e il grande disegno di un’Italia unita in via di definizione, il capostipite della famiglia, Don Fabrizio, principe di Salina (alias “il Gattopardo”, stemma della casata), deve fare i conti con i nuovi padroni dell’isola. La nobiltà, destinata a scomparire, può solo guardare in faccia la sua stessa fine, accettandola drammaticamente.

Cinque anni dopo la pubblicazione, il romanzo fu anche oggetto di un adattamento cinematografico, diretto dal leggendario regista Luchino Visconti e con un cast d’eccezione, formato da Burt Lancaster, Alain Delon e Claudia Cardinale. Divenne da subito un cult del cinema italiano e non solo, forgiando intere generazioni sulle note del famosissimo Va pensiero di Giuseppe Verdi, colonna sonora della scena più famosa di tutto il film.

Dopo 62 anni, per Tomasi di Lampedusa è arrivato il momento di tornare, stavolta sul piccolo schermo.

La Sicilia arriva su Netflix

Il colosso americano dello streaming ha deciso di mettere su un ambizioso progetto, un rifacimento del film suddiviso però in sei episodi da un’ora ciascuno. Questa è essenzialmente la differenza più grande tra le due opere: il tempo. La pellicola di Visconti infatti, per quanto abbia una durata ragguardevole (3 ore e 20 minuti) dura comunque meno dell’intera miniserie, e questo genera ulteriori differenze, alcune anche importanti.

Innanzitutto, il maggior tempo a disposizione ha permesso al regista Tom Shankland di dare maggior profondità ai suoi personaggi, scavando nella psiche di ognuno di essi. Così Don Fabrizio (interpretato da Kim Rossi Stuart) appare non solo come l’autorevole padre di famiglia, ma anche come un astuto uomo politico, in grado di cogliere le occasioni al volo per ottenerne dei vantaggi.

Allo stesso modo Padre Pirrone (interpretato da Paolo Calabresi), prete di fiducia della casata, viene raffigurato come un vero e proprio timorato di Dio. Dio che però è pronto a tradire, rompendo il sacro vincolo della confessione per aiutare il principe di Salina.

Infine anche alla bella Angelica Sedara (interpretata da Deva Cassel), figlia del sindaco di Donnafugata, Don Calogero, rappresentante del “nuovo” che avanza, viene data una maggiore profondità. Nata nella totale povertà, grazie alle innate capacità ingannatrici del padre aspira a uno status sociale più elevato, venendo mandata a lezioni di galateo, in modo da diventare un’ottima merce di scambio in matrimonio.

Per quanto molto fedele all’opera originale, di cui vengono spesso riportate le esatte battute (come ad esempio il classico “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” pronunciato da Tancredi, nipote del principe), la serie Netflix ha deciso di prendere il largo e navigare coi propri mezzi andando ad arricchire la trama e a sviluppare ulteriormente il corso degli eventi. Il che è un aspetto sicuramente lodevole, che fa sì che questo nuovo Gattopardo non sia il solito remake.

Da evidenziare anche l’ottima scelta delle location, in cui la Sicilia la fa da padrona. Palermo, Catania e Siracusa, grazie a una realistica scenografia e a un sapiente uso della CGI, fanno un’ottima impressione all’interno del quadro ottocentesco.

Il mistero della fotografia

Per chi stravede per le serie italiane, ce n’è un altra, abbastanza datata, che però non è mai passata di moda. Si chiama Boris e segue le vicende di una improbabile troupe televisiva alle prese con una fiction di scarsa qualità. Spesso regna il caos e il disinteresse, soprattutto in fatto di fotografia. Le riprese, infatti, hanno una luminosità completamente sfasata, così voluta dallo scansafatiche Duccio Patané, direttore della fotografia con una sola parola d’ordine: “Smarmella“, ossia, accendi la luce.

Ecco, alcune scene del nuovo Gattopardo sembrano state create dalla stessa troupe protagonista di Boris : la luce che entra dalle finestre è completamente “smarmellata”, andando a rovinare delle inquadrature che sarebbero peraltro molto gradevoli, con i giusti bilanciamenti. Si tratta di una scelta voluta dalla regia o di un grossolano errore?

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