FIMI: “Mercato musicale italiano in crescita”
Sono da poco arrivati, mediante IFPI (International Federation of the Phonographic Industry), i dati legati alla situazione discografica internazionale legata al 2024. La FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) ha riportato per filo e per segno quanto registrato, soffermandosi ovviamente sulla situazione nostrana. Viene raffigurato un quadro praticamente perfetto: crescita costante del settore, arrivata al decimo anno consecutivo e che si attesta intorno al 4,8%; ricavi per un totale di 30 miliardi di dollari, venti dei quali provenienti solo dallo streaming (ad esempio Spotify, famosissima piattaforma di ascolto svedese, e affini).

Degna di nota la crescita italiana, arrivata all’8,5% e che ammonta complessivamente a quasi 500 milioni di dollari. Anche nella Penisola lo streaming, insieme ai contenuti musicali affiancati da video, la fa da padrone, con un aumento del 13%. In questo senso sono aumentati anche gli abbonamenti, ossia i pagamenti volti ad usufruire dei medesimi servizi di riproduzione musicale, senza però interruzioni pubblicitarie (vedi Spotify Premium).
I ricavi dallo streaming come una nuova potenziale miniera d’oro
La piattaforma nero verde ha affermato che, nel solo 2024, quasi 1500 autori hanno ricavato complessivamente un milione di dollari mediante i diritti. Tra questi 1500 nomi non ci sono solo cantanti di successo, ma anche artisti indie e di nicchia, mai entrati nelle classifiche “che contano”. Questo dimostrerebbe che praticamente tutti gli artisti e tutti i generi possono trovare, mediante lo streaming, una fonte di guadagno quantomeno sicura se riescono a crearsi un minimo di pubblico.
In questo senso il settore indipendente è quello che ha ottenuto più ricavi dal gigante dello streaming svedese, per un totale di quasi 5 miliardi. Da sottolineare anche la crescita dell’export musicale, ossia dei molti artisti che hanno ottenuto ricavi grazie agli ascolti registrati in altri paesi .Anche in questo caso il mercato musicale italiano pare fare la sua bella figura, con un aumento dell’export di quasi il 15%.
Il problema della sostenibilità
Una delle obiezioni fatte a un sistema che promette scenari quasi paradisiaci è quello della sostenibilità economica. Ci si aspetterebbe di passare a breve a un sistema maggiormente incentrato sugli utenti, dove gli artisti possano guadagnare grazie agli ascolti dei loro stessi fan, e non tramite pagamenti di Spotify. Quest’ultimo ha affermato di aver aumentato tale cifra, passando da 9 miliardi di dollari nel 2023 a più di 10 miliardi alla fine dello scorso anno. Fin qui tutto bene? Sì, se non fosse che, nello stesso lasso di tempo, il numero di nuovi artisti con almeno un nuovo brano caricato sulla piattaforma sia aumentato di circa il 20%.
Ciò significa che, da un lato, aumentano le dimensioni della “grande torta” da spartire. Ma dall’altro, significa anche che il numero di potenziali “bocche” da sfamare sta crescendo più velocemente della torta. Questo, alla lunga, potrebbe generare delle problematiche anche serie.
Uno strano fenomeno
A questo quadro, non più così roseo, c’è da aggiungere anche che, ovviamente, di tutti quei novizi che hanno aggiunto nuovi brani su Spotify, solo pochissimi vogliono fare della musica la loro fonte di guadagno. Tutti gli altri caricano qualche traccia per puro hobby. Il numero di artisti veri e propri, ossia di persone che vogliono lavorare con la musica, è rimasto essenzialmente invariato col passare di un anno.
Il fatto poi che a chiunque abbia accesso a internet sia consentito di caricare anche solo una traccia musicale, in maniera abbastanza semplice e senza troppi impedimenti tecnologici, provoca una sproporzione enorme in fatto di ascolti. Ciò si mostra chiaramente in un dato: lo 0,2% dei brani genera l’80% delle riproduzioni. Solo 275.000 artisti, in tutto il 2024, hanno generato più di mille dollari di royalties. Gli altri 12 milioni di autori, invece, si sono tenuti sotto questa soglia.
Quanto c’è di vero sulle case discografiche indipendenti?
La FIMI ha affermato dunque quanto il genere indipendente sia in crescita, anche in streaming. Ma se ciò fosse completamente vero, dovremmo aspettarci un mercato musicale italiano in grande crescita sotto tale punto di vista. Con nuove case discografiche indipendenti che aprono ogni anno e che fioriscono. Non si tratta di congetture, ma di un concetto alla base dell’economia e del mercato: se un settore è in crescita, molte più persone andranno a investire su quello stesso settore.
Eppure questo, in Italia, non succede così spesso. Almeno non nel ramo musicale. Non ci sono molte notizie di piccole case discografiche che iniziano a fare grandi ricavi. L’ultima notizia in merito, anzi, è stata del tutto clamorosa e inaspettata. Si tratta della Sugar Music, la casa discografica per cui Lucio Corsi ha firmato nel 2019 e che ora sta godendo i frutti di una scommessa stravinta.
Ma se il settore indipendente, come narra la FIMI, è così prospero, come mai i casi di piccole case discografiche rimangono sempre e solamente “casi”, senza mai essere qualcosa di ordinario? Quale meccanismo si inceppa, nel giocattolo discografico italiano, per cui i piccoli rimangono piccoli e i grandi invece crescono a dismisura?

