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Ghali e Guè, botta e risposta sulla Palestina. Tutti gli artisti che si sono espressi sulla questione

Artisti pro Palestina: esiste un solo modo per schierarsi?

Ghali continua a schierarsi pubblicamente

Sanremo 2024: “Stop al genocidio” sono le parole di Ghali, che provocarono diverse reazioni, sia critiche che favorevoli. Le parole del rapper milanese di origini tunisine fecero indignare, tra gli altri, l’ambasciatore israeliano Alon Bar, il quale ha reputato vergognoso che si permettesse ad un’artista di diffondere odio e provocazioni in modo così superficiale. Ghali, anche a distanza di un anno e mezzo da Sanremo continua ad esporsi. Solo qualche giorno fa ha pubblicato sui social questo post:

Ghali pro palestina

Ghali: “Se sei un rapper e non parli di Palestina puoi anche smetterla di avercela con gli sbirri”

A questa affermazione sono seguite moltissime condivisioni da parte dei fan dell’artista, ma anche diverse polemiche. Il post è stato successivamente rimosso dal profilo di Ghali, ma ha continuato a far discutere. La critica che gli è stata mossa è che sostenere la Palestina attraverso la pubblicazione di un post o di una storia su un social vale a ben poco: serve più per il riconoscimento pubblico di essere dalla parte delle vittime, che alle vittime stesse.

Attivismo silenzioso o “influattivismo”?

Guè, rapper che da anni si schiera contro gli “influattivisti”, ha pubblicato nelle sue storie gli screenshot di alcune delle donazioni devolute ad associazioni umanitarie – da Amnesty International a Unicef – che sul campo si occupano dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, ironizzando sul fatto che pur non avendo pubblicato contenuti inerenti alla causa, e pur non essendo andato alle manifestazioni che da settembre mobilitano tutta Italia, non vuol dire che non si impegni in altro modo.

Gue contro Ghali

Esiste un solo modo per schierarsi?

Ormai, e per fortuna, Palestina e Israele sembrano aver trovato un accordo: scatta il cessate a fuoco su Gaza, a dare la notizia è stato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. A due anni dal fatidico 7 ottobre, sembra, dunque, essere giunti al termine di quello che è stato definito dalle Nazioni Unite un genocidio nei confronti della popolazione palestinese.

In questi due anni sono stati sempre di più i personaggi pubblici schierati in modo netto a sostegno della Palestina: attraverso conferenze stampa, altri portando sul palco la bandiera della Palestina, altri ancora elargendo donazioni in privato, evitando il clamore dei riflettori. Le modalità attraverso cui si sceglie di sostenere una causa così delicata sono molte, ammettendo che si scelga di farlo pubblicamente; c’è, però, un modo più “giusto” per schierarsi?

Gigi D’Alessio: “Un bambino di Gaza è uguale a un bambino napoletano. Cosa avete al posto del cuore?”

Si è espresso senza mezzi termini anche Gigi D’Alessio, che dal palco di Piazza Plebiscito ha lanciato un appello di solidarietà:

“Nella Striscia di Gaza, vogliono costruire alberghi, ristoranti, palazzi… Per far soldi. Ma chi, con quale coraggio uno può comprarsi un qualcosa dove ci sono state migliaia e migliaia di morti e di bambini uccisi? Cioè con quale coraggio, ma cosa avete al posto del cuore un sacchetto della spazzatura?”.

S.o.s. Palestina: l’appello di Piero Pelù da Firenze a Gaza

Piero Pelù ha scritto e rilasciato la traccia SOS in poche ore, che non è stata diffusa attraverso i canonici servizi di streaming musicale, ma scaricabile gratuitamente dal sito ufficiale del cantante, a cui segue l’iniziativa del concerto benefico “S.o.s. Palestina!”, tenutosi a Firenze il 18 settembre, il cui scopo era quello di aiutare Medici Senza Frontiere a raccogliere fondi da inviare a Gaza. Tra i cantanti che hanno preso parte all’iniziativa ricordiamo gli Afterhours e Bandabardò, Emma Nolde, Fask Animals and Slow Kids.

SOS Palestina

L’impegno civile dei cantanti al festival “Nessun Dorma”

Quella di Pelù non è però l’unica iniziativa di questo genere: il 14 settembre a Roma nello spazio culturale di Testaccio Estate è stata organizzata la terza edizione di “Nessun dorma”, evento andato sold out in poche ore, a cui hanno preso parte Brunori Sas, Ariete, Fulminacci, I Cani; qualche giorno prima, il 9 settembre, lo stesso evento era stato già organizzato a Milano, nel Circolo Magnolia, ed ospitava tra gli altri Coez, Cosmo, Laila Al Habash, Willie Peyote. L’intero ricavato, al netto delle spese vive, è stato devoluto a Medici Senza Frontiere, Medical Aid for Palestinians, Palestinian Red Crescent Society, tre realtà operative che forniscono assistenza medica e sanitaria a Gaza.

Nessun dorma: un concerto per la Palestina

Chi non si espone è da condannare?

Anche intorno ad Achille Lauro si sono create polemiche circa la sua scelta di collaborare con McDonald’s, azienda che ha offerto donazioni di cibo all’esercito israeliano: avendo una disponibilità economica tale da poter scegliere se lavorare o meno con un’azienda eticamente discutibile sotto diversi punti di vista, è giusto condannare il cantante che prende questa scelta, se poi in prima persona siamo costretti a scendere a compromessi e a compiere quotidianamente scelte eticamente non coerenti con le nostre ideologie?

Schierarsi è un dovere o una scelta?

Insomma, la questione è divisiva: esporsi pubblicamente è un dovere dell’artista – anche a costo di subirne le conseguenze – oppure è giusto rispettare il silenzio di chi non vuole schierarsi – accogliendo sia la possibilità che abbia la nostra stessa posizione e che agisca fuori dai riflettori, sia che non la pensi come noi?

L’artista ha un potere comunicativo molto forte e ha una platea di ascolto che può essere sensibilizzata attraverso le sue parole e le sue battaglie; oltre ad avere – tendenzialmente – un potere economico che gli consentirebbe di agire in modo coerente con il proprio credo (potersi permettere la detrazione di una giornata di lavoro dallo stipendio per scioperare è già un privilegio). D’altra parte, lo spettatore investe il cantante del ruolo di portavoce delle lotte che lui sente più vicine e non tutti gli artisti sono disposti ad assumersi questo ruolo: chi perché non condivide le modalità, chi perché non condivide fino in fondo le cause, chi per non perdere la posizione di privilegio e le opportunità lavorative.

Con le piazze che smuovono milioni di italiani, schierarsi dalla parte della Palestina oggi è sentito come un imperativo – se per posizionamento o per autentica convinzione, sta all’etica di ognuno rispondere. A due anni dal fatidico 7 ottobre, dunque, mentre continuiamo a vivere la nostra vita nel nostro privilegio, abbiamo trovato il modo giusto in cui schierarci?

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