Nell’ultimo album di Paul Kalkbrenner c’è tutto: due featuring, uno con i Depeche Mode e l’altro con Stromae, c’è la prossima canzone che balleremo nelle serate in cui viene suonata solo techno, c’è anche quella che balleremo nelle serate in cui c’è musica più commerciale. A mancare, forse, è solo Berlino (quella di Berlin Calling, intendiamoci)

Berlino, ma non quella di Berlin Calling
Mentre racconta quest’album, “The essence”, Kalkbrenner afferma di aver ridotto all’osso la sua musica, di aver ricercato atmosfere che richiamano la Berlino anni ’70 e le luci tungsteno, più che quelle stroboscopiche da discoteca. Quindi a mancare non è tanto la scena del clubbing berlinese, ma ciò a cui eravamo stati abituati fino ad ora pensando a Paul Kalkbrenner.
Le melodie sono sparite, o comunque rese più spoglie ed essenziali, ad eccezione di “Que ce soit claire”; siamo lontani insomma da Sky and Sand che l’aveva reso famoso anche fra i più nel 2008. D’altra parte, il grande merito del dj berlinese è proprio quello di aver fatto apprezzare la techno a chi un club non l’aveva mai visto, senza però perdere la sua autenticità.
Il suo album Berlin Calling – uscito dopo il film in cui lui stesso recita, liberamente tratto dalla sua vita – è ciò che si associa al mondo della techno per chi una vera e propria cultura di questo genere non ce l’ha. La sua bravura è stata proprio la capacità di rendere accessibile a tutti – accessibile perché più familiare, più comprensibile – una scena musicale che era appannaggio di pochi. Forse a tratti commerciale? Certo, è inevitabile. Se si vuole allargare la propria cassa di risonanza ed uscire dalla nicchia elitaria e preparata si deve comunicare attraverso un linguaggio più semplice.

Ritorno all’austerità berlinese
Non questa volta, però, con The essence non si cerca il grande pubblico, non che ora abbia bisogno di estendere la sua platea di ascolto; si parla, invece, a coloro che nel 2014 avevano apprezzato “Altes Kamuffel” e nel 2004 “Since 77”, oppure l’album Guten Tag. Insomma, questo album non è per gli occasionali. Ed i rimandi dei nuovi pezzi a quelli vecchi si ritrovano proprio nella loro essenzialità: come nel caso di “NINETY TWO”, il cui synth melodico è in dialogo con la base ritmica come succedeva in “Part Eleven” con il sax e la base.
Questa cosa non è sorprendente se si pensa, come lui stesso ha dichiarato, che le tracce non sono state preparate a tavolino e scritte per essere prodotte appositamente per un album, ma sono basi e pezzi che ha collezionato nel corso degli anni, sostenendo che probabilmente non sarebbe più in grado di scriverle di nuovo, proprio perché appartengono ad un Paul diverso.
Kalkbrenner resta fedele alla sua techno
In ogni caso, nemmeno per un momento si perde di vista l’autore dell’album, anche nella traccia con i Depeche Mode, in cui il rischio di perdere di vista la techno ed essere risucchiati dal synth pop anni ’80 era alto. Non che gli anni ’80 non si sentano (come, d’altra parte, si sentono gli anni ’90 in NINETY TWO) e anche il marchio dei Depeche mode è forte, ma lo è esclusivamente nella parte melodica. Per il resto c’è Paul Kalkbrenner nella sua forma più pura e primordiale.
Per chi si aspettava la nuova Feed your head, insomma, c’è “Que ce soit claire”, più orecchiabile dal primo ascolto, che potrebbe passare tranquillamente in radio e che ti fa sì venir voglia di andare a ballare, ma non per forza in un club di Berlino. Per gli altri, ci sono le altre 11 tracce che ti fanno sentire al Berghain, anche quando invece ti ritrovi in treno e alzarti a ballare techno non è un’opzione percorribile e accettabile (purtroppo).

