Dagli anni ’60 ai nostri giorni: Marco Pelliccioli tende poeticamente un filo
“Ci muoviamo / incerti, noi, senza più / confini, siamo / un’unica materia”
“L’insistenza su modalità narrative e teatrali, accomunate dalla categoria del personaggio […] sottopone l’antico schema del lirismo ad una sorta di dilatazione su più registri e movenze; la quale è, a sua volta, connessa alla messa in questione delle pretese assolutistiche di una soggettività chiusa in sé stessa.” Sono queste le parole che il Prof. Enrico Testa utilizza per introdurre il violento movimento tellurico della poesia italiana negli anni Sessanta, all’interno dell’antologia Dopo la lirica, poeti italiani 1960-2000 (Einaudi, 2005).
Stando alle affermazioni dell’italianista, la crisi del centramento dell’io poetico, coincidente con l’avanzata dell’autobiografismo empirico e del soggettivismo di gruppo (riportando le parole del Prof. Guido Mazzoni tratte dal testo Sulla poesia moderna, il Mulino, 2005), è il perno fondante della nostra contemporanea cultura lirica. La volontà di tracciare una strada a ritroso fino all’origine di tale mutamento prospettico-tematico, in cerca di risposte atte a ridare stabilità al soggetto, è racchiusa nel complesso lavoro poetico di Marco Pelliccioli (1982, Seriate) dal titolo Nel concerto del tempo (Edizioni Mondadori, 2024).
La controfigura assente
“Restavo io, controfigura assente, a proferire gli accadimenti…”
Marco Pelliccioli, in questo ultimo verso del componimento introduttivo alla prima sezione della silloge, definisce l’impianto poetico-narrativo in cui intende operare: un soggetto tormentato da un lancinante senso di perdizione intraprende un percorso onirico-biografico che ha come incipit una doppiaimpostazione (direbbe Syd Field) generata dalla Caduta del muro di Berlino (09/11/1989) e dalla morte di Angiolina (26/11/2010), una sua cara parente.
Tali accadimenti scolpiscono un duplice modulo percettivo del reale, annettibile alle categorie già teorizzate da Enrico Testa delle istanze personali e delle esperienze storiche. L’io lirico sottolinea la sua natura di “controfigura assente” attraverso una trattazione molto spesso super partes del quotidiano: l’ambiente domestico, l’impiego dei nomi propri e la caratterizzazione dei personaggi proposti rendono palese una declinazione poetica tipica della scuola lombarda del secondo Novecento.
Marco Pelliccioli
Il tempo non nostro: “Nel concerto del tempo” e il valore del passato
“Mi ritrovai con loro […]”
Tale assetto si amplifica nella seconda sezione, 1950-1970, dove, quasi assumendo i tratti di un viaggiatore del tempo, il soggetto reindirizza l’ambientazione globale alla provincia bergamasca della giovane Angiolina, mediante l’esplicitazione di tradizioni del tempo, leggende popolari (ne è un esempio la Porta del diavolo nel quartiere Celadina) e riti scaramantici tramandati di generazione in generazione.
Ma perché questa permanenza in un tempo che non appartiene al “protagonista”? Una risposta più o meno conclamata giunge dall’intento d’indagine di una personale poetica degli oggetti e delle architetture industriali: l’investigazione sulla modalità di un plausibile centramento corrisponde, a un primo livello, all’opportunità di scovare nessi ordinatori tra istanze personali ed esperienze storiche, nel tentativo di non avvertirsi più “orfano, disperso”.
Il proposito bidirezionale è rintracciabile sia nel componimento in cui l’io entra in contatto con strumenti abbandonati nella vecchia cantina “Una catasta in cantina, di oggetti abbandonati, giaceva sotto una coperta. La sollevai curioso per sapere cosa fosse quel cumulo di cose ancora con un nome, seppur senza più un uso”, sia in quello in cui è descritto il primo incontro tra Nino e Angiolina nei pressi dell’ex industria tessile Reggiani, definendone lo stato decadente attuale “[…] la fabbrica era chiusa, dopo l’incendio solo le sterpaglie erano rimaste […] l’Angiolina a piedi, il Nino che spingeva la vecchia bicicletta”.
Il problema però si palesa a fine sezione: trovare i nessi ordinatori in una dimensione temporale impropria all’attualità che l’io normalmente vive è controproducente. Le “ombre”, definite “sintesi imperfette di quello che siamo”, infatti, non interagiscono mai direttamente con lui. Risulta dunque necessario individuare colonne portanti esclusivamente fondate nel presente.
Ritorno all’adesso: la comparsa del “sosia”
“Invece, era solo un sosia / di poco successo […]”
Marco Pelliccioli, nella sezione 2020, presenta un soggetto dismesso, simile a quello del primo Eugenio De Signoribus, così dissociato dal proprio contesto quotidiano d’appartenenza da sdoppiarsi, appunto, in un “sosia / di poco successo” (processo avallato dall’impiego di riferimenti a esso tradotti in terza persona singolare). L’alter-ego smarrito nei fatti di cronaca, nelle dinamiche urbane e nelle compulsive sparizioni “Dicevano fosse scomparso / sotto il tapis roulant”, riflette l’impossibilità d’accettazione della scomparsa di Angiolina e il conseguente immobilismo nella ricerca che si era prefisso “Insisteva a parcheggiare / in retromarcia, ma finì per ammaccare / tre volte il paraurti. // Doveva accettarlo: / a volte, si muore”.
“[…] mentre assorbita in controluce / la sua ombra massacrata / ci chiama”
L’apparizione sempre più consistente del pronome “noi” conduce il soggetto (smarrito e scisso) ad avvertirsi immerso, suo malgrado, nell’oceano di io-dispersi, esattamente come lui. L’esplicitazione di questo collettivo alla deriva è posta fra le righe della sottosezione @CLIO, all’interno della quale, tramite un passaggio di consegne tra il “protagonista” e uno di questi individui, viene presentata la figura di Martina, ventiduenne creator di contenuti social inerenti al mondo del make-up. Una disamina esistenziale della sua voce rivela la dinamica cui l’oceano si attiene: in seguito al rifiuto di proseguire il viaggio per la scoperta dei nessi ordinatori atti al proprio centramento, i dispersi hanno deciso di basare il bilanciamento individuale esclusivamente sulla reciproca e fallace idolatria.
La correlazione tra “istanze personali” e “esperienze storiche”
“[…] io non ho saputo dire // disperso tra la folla / l’ho stretta nel mio pugno / affilata in tasca”
L’io lirico tenta in tutti i modi possibili di destarsi da questo contemporaneo torpore, nel tentativo di posizionarsi nuovamente sul sentiero che sembrava aver definitivamente abbandonato. Una prima considerazione in questo senso proviene da una profonda riflessione: la sezione Nel concerto del tempo muove i primi passi per una consistente risoluzione attinente alla spinosa questione lirica dichiarata in principio di silloge. La rappresentazione poetica di alcuni fatti storicamente devastanti (nello specifico l’attacco alle Torri Gemelle, l’annegamento del piccolo Alan Kurdi e la morte di Nika Shakarami), illumina la scoperta secondo cui la sommatoria delle istanze personali creerebbe la molteplicità delle esperienze storiche.
Ne deriva che l’unico vero nesso tra esse è la globalità della vita del soggetto stesso “[…] io non ho saputo dire // disperso tra la folla / l’ho stretta nel mio pugno / affilata in tasca”. La suddetta evoluzione è retta soprattutto grazie a una dinamica linguistica posta in essere da Marco Pelliccioli, tipica dei canzonieri. Riprendendo le osservazioni del Prof. Marco Santagata in Dal Sonetto al Canzoniere (Liviana Editrice in Padova, 1979), nella silloge sono rintracciabili due tipologie di connessioni: di trasformazione (modificazioni di un dato di partenza di natura tematica, spaziale o temporale da un testo all’altro) e di equivalenza (ripetizioni parallelistiche nei testi di elementi simili sia nella forma nel contenuto, che nella forma dell’espressione).
La natura e i segreti per il “pieno centramento”
“mi chiedevi a mani nude se la vita fosse eterna […]”
Naturalmente, come si nota nel verso visto precedentemente “[…] io non ho saputo dire […]” la procedura per il centramento non è affatto completa. Nel componimento appena citato, d’altra parte, è possibile incontrare tutte le novità a cui l’io è approdato nella sezione Il sogno del pesce gatto. Innanzitutto, il “mi” descrive finalmente una bozza d’autonomia soggettiva, determinando così un’inversione rispetto allo sdoppiamento presentato nella terza sezione della raccolta, anche se, come già detto, tale riformulazione appare ancora incerta. Il “protagonista”, in effetti, sembra colto da un’afasia e da un’illogicità sondabile negli accostamenti sintattico-grammaticali delle parole che pronuncia, alla luce, evidentemente, dell’instabilità della metamorfosi interiore da cui è stato investito “(hai sentito di una storia orribile la madre poi) […]”.
Nonostante questo vacillare, l’io si ricollega al dibattito poetico contemporaneo per giungere al pieno centramento soggettivo: in questa quotidianità alienante qual è il sentiero da perseguire? Quello secondo cui la lirica può condurre all’”assolutamente oltre” (riprendendo la definizione di De Angelis), oppure quello in cui si allude a quella vivianea “latitanza del divino”? “eppure, eccoci ancora qui, / a pigiare i tasti e chiederci / se il dire è più dell’essere / o l’essere soltanto / è uscire alle diciotto / riprendere la prole, accendere / i fornelli […]”.
Ma ecco che il mistero, in un’azione epifanica, si esibisce dinnanzi agli occhi “[…] il lenzuolo // copre il volto della luna”. Coperta dal velo di questi umani dubbi, la natura, che sempre sopravvive alle catastrofi fisico-spirituali, si dichiara con dolce sospiro custode dei due segreti per condurre l’io all’”ottettolirico”: il primo è l’accettazione della caducità della vita “Eppure, anche l’insetto più nascosto sa che le foglie / sono fatte per cadere […]”, il secondo è la consapevolezza che l’unico nostro tempo è il presente “[…] le mute rovine // invadono il tempo / che non c’è più”.
La stabilità dell’io lirico
“(la controfigura scomparve / nei granelli del secchiello”
Il soggetto compie così il suo destino accettando l’inquietudine interiore ed esteriore a cui ogni essere vivente è chiamato, in un modo o nell’altro. Si conclude in tal modo il volume Nel concerto del tempo di Marco Pelliccioli. L’opera si configura come uno dei libri più coraggiosi all’interno di un panorama tematico complicatissimo e già ricco di altri tentativi di analisi teorico-letteraria, aprendo la strada per una nuova ricerca riguardo la centralità dell’io-lirico nei nostri giorni.
Tratto da “Nel concerto del tempo” – (Edizioni Mondadori, 2024) – Marco Pelliccioli
E poi cosa resta, dopo che le anguille sono volate? Dopo che
i polsi, aperti, hanno accolto la gramigna?
Una piccola valigia, un cortile al suo interno, un alfabeto di