hannah sullivan tre poesie

Tre poesie di Hannah Sullivan: la vacua avanzata

La riformulazione contemporanea dell'eterno ritorno

L’impianto poetico di Hannah Sullivan

“Lo capirai al momento giusto, quando la fiera finisce. / Ma niente sembra accadere […]”

“[…] d’un tratto mi trovavo su questo prato / tutto ciò che andava fatto / le mie cellule lo ricordavano / per questo ho preso forma umana.” Le parole tratte dal componimento Il prato (1975) del poeta giapponese Tanikawa Shuntarō rievocano un tema complesso ma estremamente affascinante del panorama letterario contemporaneo, cioè quello dell’alienazione e dell’automatismo sociale. Ogni nostra azione è mossa da processi meccanici sedimentati così profondamente nella psiche da disperdere qualsivoglia intuibilità conscia: nasce così l’indifferenza alla vita.

Questa smorta regolarità ingloba ogni aspetto dei nostri giorni: dal lavoro alla socialità, fino a giungere ai campi della politica e della cultura. Proprio qui si impianta l’intento lirico della silloge d’esordio della Prof.ssa Hannah Sullivan (1979, Londra) dal titolo Tre poesie (Crocetti Editore, 2026), con cui non solo esamina la natura della ripetitività, ma anche le soluzioni che l’uomo sviluppa nel tentativo di contenerla e comprenderla nel suo dedalo di sensi.

L’ideale della “vacua avanzata”

“Ci svegliano, e ogni giorno svegliarsi è un’assurdità: / rifare tutte le cose che hai già fatto ieri, per l’eternità”

Hannah Sullivan, in questa raccolta incastonata tra l’autobiografia e il saggio poetico, descrive una condizione definibile come vacua avanzata, da cui, apparentemente, è inconcepibile fuggire. Tale teoria si fonda principalmente su due assunti: la ciclicità degli eventi e la consapevolezza dello scorrere del tempo. Ponendosi sulle orme del primo eterno ritorno concepito da Friedrich Nietzsche ne La gaia scienza (1882), l’autrice estrapola la sua declinazione più esperienziale, lasciando che la sfaccettatura ontologica scivoli in secondo piano, con l’intento di narrare un contesto globale della contemporaneità da intendere come prigione in cui adattarsi o arrendersi.

Un’amplificazione ideologica giunge inoltre dalla riflessione secondo cui a ogni uomo è perfettamente nota la condizione di periodicità identica degli accadimenti, grazie al confronto con vere e proprie incarnazioni dell’eterno ritorno: pur illudendoci di percepire intorno a noi una certa potenzialità di cambiamento, nel corso dell’esistenza ci si imbatte solamente in mutamenti d’aspetto ma non di sostanza degli eventi e dei soggetti della nostra realtà. Questo aumenta la perdizione e la confusione: tutto, presto o tardi, si dimostra identico all’evento o al soggetto che l’ha preceduto. Il postulato che probabilmente rende più doloroso il pensiero proposto è quello dell’avvertimento dell’avanzamento temporale.

Esso avviene tramite la descrizione, all’interno del testo poetico, del parto e del trapasso paterno di Hannah Sullivan. Il concetto della morte è centrale in questo volume, poiché, dichiarando la presenza di una fine, si esplicita l’esistenza di un principio e, di seguito, un processo di invecchiamento che decorre tra il primo e il secondo elemento.

La poetessa, similmente alla proposta del distico decesso-condanna riscontrabile in alcuni versi tratti dal più antico testo epico del mondo, L’epopea di Gilgameš del XII sec. A.C. (“[…] Il prigioniero e il morto come si somigliano / l’un l’altro! Nessuno può disegnare la sagoma della morte; / l’uomo primordiale è un uomo prigioniero”), definisce il lungo sonno come un evento ineffabile nella fattispecie ma che accompagna ogni essere umano fin dal primo dei suoi giorni.

Hannah Sullivan

Hannah Sullivan (fonte: Avvenire)

Risposte per la sopravvivenza: alterazione e indagine

“Li vedi tutti insieme e poi l’aspetto si altera; / la ripetizione è inesatta, l’eterno ritorno è falso”

Nel corso della nostra vita sviluppiamo due risposte per tentare l’approdo alla coesistenza con la ciclicità: l’alterazione el’indagine del reale. La prima soluzione, tipica della giovinezza, si genera da un’insopprimibile volontà di divincolarsi dal grigiume e dall’indifferenza che abbiamo, quasi per osmosi, ereditato dal mondo: costruendo scenari alternativi proprio con quelle stesse incarnazioni dell’eterno ritorno promuoviamo la fuga dalla quotidianità. Ma non è possibile andare lontano. L’immaturità intellettuale alla base di questa scelta è lampante: fuggiamo altrove, sì, ma nell’irrealtà.

Acquisendo in una seconda fase esistenziale la saggezza e l’esperienza necessarie a sbocciare interiormente, diventiamo capaci di sondare ogni manifestazione della ripetitività e di comprendere come, in verità, solo in superficie queste si presentino inscalfibili e identiche nel loro susseguirsi: esse sono dotate di fisiologiche malformazioni che le diversificano. Grazie a questo nuovo sguardo, la vita ci si rivela nella sua vergine natura, consegnandoci l’opportunità di smantellare il mito presentato ne La gaia scienza e di annichilire gli accadimenti dell’esistenza tramite una valutazione degli elementi base che la compongono.

Occhi nuovi – vita nuova

“La vera forma è spesso vista solo in retrospettiva, troppo / tardi”

Tre poesie di Hannah Sullivan fonda il suo pensiero sul rifiuto della passività esperienziale, invitando alla ricerca di uno sfruttamento proattivo delle dinamiche alienanti e automatiche che non solo subiamo, ma che noi stessi, il più delle volte, mettiamo in atto, al fine di conoscere il viaggio esistenziale a cui siamo chiamati.

Tratto da “Tre poesie” (Crocetti Editore, 2026) – Hannah Sullivan

Il vero amore anela sempre di essere ricambiato.

Così alla fine sediamo in stazione, con fare desolato,

aspettiamo il treno con un goffo mazzo di gigli in mano,

guardiamo chi amiamo andare nella pioggia sottobraccio,

la testa inclinata di lato, ride come ha sempre fatto,

mano nella mano con un altro. Sì, amare più di uno alla volta…

significa moltiplicare i dettagli, finché la sua bellezza è

dissolta.

E d’improvviso non significa niente. Potresti essere

chiunque.

tre poesie

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