Isabella Leardini sulla “Disillusione contemporanea” in Maniere nere
“[…] l’ordine delle cose è inconsapevole / un colpo casuale che va a segno.”
“Se avessi fatto così, forse sarebbe stato meglio… ma d’altra parte sento anche che esiste un sentiero invisibile che non devia mai, dall’inizio alla fine”. Si apre così uno dei capitoli conclusivi del libro Aikido ni ikiru – Vivere nell’Aikido (Casadeilibri Editore, 2024) scritto dall’artista marziale giapponese Hiroshi Tada. Attraverso il proprio sguardo critico, egli tratteggia con orientale accezione il tempio della contemporanea crisi esistenziale umana, rintracciabile nel processo di pavimentazione del rimuginio perpetuo nel nostro inconscio, e del senso di inadeguatezza alla vita che esso porta con sé.
L’instabilità impregna la trama del filo di seta rosso che stringe a cappio il nostro mignolo sinistro, congiungendolo a un senso di implacabile disillusione bidirezionale, nei confronti del “giardino” dove abitiamo la nostra solitudine e quello dove ospitiamo il prossimo. Un approfondimento analogo fonda la cosmologia su cui si edifica il rapporto tra individualità e mondo, generando il nucleo su cui si impianta l’assetto lirico dell’ultima silloge poetica di Isabella Leardini, edita da Mondadori.
Maniere nere e l’ossimorico “Vantaggio del caos”
“[…] il destino è un passo storto che ritorna / quasi sempre in traiettoria.”
Isabella Leardini concepisce il destino come un agglomerato primordiale di dinamiche incontrollabili, in grado di condurre a un numero pressoché indefinibile di universi e possibilità. Seppur questa visione possa far presagire l’avvento di un’egemonia del caos e il conseguente abbraccio non logicamente mediato come unica soluzione di compatibilità, in realtà, l’ossimorico ordine dell’inconsapevolezza fa da piattaforma di lancio per l’intera esistenza umana. Per quanto il futuro venga confinato ai dettami dell’astratto e dell’enigmatico, l’autrice preannuncia una possibilità di riscatto: l’incertezza, infatti, ci consegna al rito della metamorfosi, a prescindere dai valori di cui è composta.
Dai contorni antagonisti è l’ideale di stabilità: essa si configura come accadimento estremamente inutile, in quanto non consente il disincaglio dal proprio stato di insoddisfazione. Seguendo i concetti già espressi nel penultimo componimento scritto da Giacomo Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto (riportato postumo nell’edizione del 1845 dei Canti), Isabella Leardini teorizza l’emersione della felicità esclusivamente sui terreni impervi della precarietà: la pienezza ultima, ci sussurra, è uno stato di consapevole accettazione di ogni appendice del destino.

Isabella Leardini
Isabella Leardini e Milan Kundera: un confronto ideologico
“Non è stare a un passo dall’acqua / che mette il tuo piede al sicuro”
Maniere nere è una silloge permeata dal tema della scelta, in particolare nella sua declinazione comparata alla moltitudine di persone che trasudano disagio e malcontento, bacino sociale incancrenito dall’inettitudine più profonda alla quotidianità. L’autrice restituisce sapientemente una trattazione che si connette all’ideologia filosofica di Milan Kundera, all’interno del celebre romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere (1984): alcune sezioni del volume, infatti, insistono sull’irrepetibilità della vita e sull’opportunità di scolpire il domani a nostro piacimento (previa conciliazione con la grandezza dell’ignoto).
L’unico modo per non essere bersagli sotto il fuoco dei rimpianti è quello di prendere coscienza dell’opportunità che abbiamo involontariamente ricevuto di esistere e, successivamente, di soppesare ogni nostra scelta secondo un senso di oraziana metriotes, che non ci faccia né volare lontano dalla terra, né strisciare intoccabili al cielo. In caso contrario, avvisa Isabella Leardini, il fascio di opportunità perse ci trasformerebbe in fantocci che sbirciano, repressi, il mondo.
La dinamica del Guaritore ferito in Maniere nere
“Preferiscono spiare dalle porte aperte / la fatica di entrare non la fanno”
Legandosi allo studio sulla genesi dell’immobilismo, Isabella Leardini sonda la deriva amorosa di questo tema. Solitamente, felice, è colui che in barba a tutte le disfatte che gli sono piombate addosso, risulta ancora capace di calcare il palco dell’evenienza, esibendo (spesso senza volerlo) le cicatrici che l’hanno condotto sull’avanscena del proprio presente. Per questa ragione, suo malgrado, si rende spettatore di un esodo di massa dalla propria persona, partorito dal timore viscerale che gli inetti provano al suo cospetto: i metaforici segni che ospita sul corpo, rappresentano non solo una testimonianza ardente della sua rivalsa sulle sciagure sopraggiunte nel corso degli anni, ma anche la predisposizione ad accogliere l’incertezza stessa dell’avvenire.
La matrice dell’angoscia che taluni provano, è da ricondurre all’ostilità del fiorire, mutuata affinché essi possano preservare un apparente stato di neutralità, evitando così una riformulazione del proprio assetto analitico rispetto all’esistenza. Chi ha raggiunto lo stato di pienezza, però, è in grado di comprendere l’adozione di questo volontario stato di sospensione. I versi della raccolta Maniere nere, in questo senso, fondano le proprie radici sulla Teoria degli archetipi concepita da Carl Gustav Jung, psichiatra, psicoanalista, antropologo e filosofo svizzero, nella sua pubblicazione Gli archetipi dell’inconscio collettivo (1959).
Accostato al mito di Chirone, si delinea l’archetipo specifico del Guaritore ferito: egli, entrato in contatto con la sofferenza, ha avuto l’opportunità non solo di intraprendere una relazione nuda e sincera con la propria interiorità, ma ha sviluppato un’empatia in grado di renderlo diapason per le sofferenze altrui, persino con quelle persone che in lui rivedono il carnefice della propria condizione emotiva attuale.
L’amore incondizionato ai tempi dell’Amore Liquido
“ […] i bambini / che amano senza sapere / dicono «non lo so» ed è un fiore.”
Isabella Leardini espande e delinea definitivamente la visione del concetto amoroso, sottolineando come la sua più aulica forma sia quella ingenua dello stato pre-nascita dei bambini. Rifacendosi alla tradizione cristiano-popolare, secondo cui i fanciulli prima di nascere siano angeli, afferma che essi sono capaci di instaurare un legame d’anima senza condizioni o prove, rivendicando tale visione sotto l’espressione: “Non so perché ti amo, ti amo e basta”. L’intento dichiarato in questi componimenti è quello di abbattere quella contemporanea forma amoris descritta dal Prof. Zygmunt Bauman, sociologo-filosofo polacco-britannico, all’interno della sua pubblicazione Liquid Love. On the Frailty of Human Bonds (Cambridge-Oxford, 2003).
Nello studio viene spiegato come in una società mutevole e instabile, l’unico “prodotto emotivo” disponibile sia la liberazione dai vincoli amorosi, e il ridisegnamento della scala valoriale in senso relazionale. I legami, affinché possano conservare appetibilità, devono essere reversibili, portando sulle spalle l’ambivalenza dell’unione e della sfrenata libertà. L’amore, in quest’ottica, è un decorso dell’espansione consumistica: non si cerca più di riparare quello che si ha già tra le mani, ma si ricerca immediatamente un surrogato pronto all’uso.
Disvelamento per sottrazione
“Il mio cuore appartiene / a coloro che lo divoreranno”
Maniere nere di Isabella Leardini è un volume raro, in quanto non offre soluzioni, ma sottrae illusioni: smonta la pretesa postmoderna di controllo totale e restituisce dignità all’errore, alla ferita e all’incertezza.
Tratto da “Maniere nere” (Mondadori, 2025) – Isabella Leardini
Preferiscono spiare dalle porte aperte
la fatica di entrare non la fanno
fino a quando non si fa così sottile
la soglia grigia delle stanze, nelle case
sul sentiero che parte al di là del muro.

