Vasco Rossi: fra la leggenda e l’uomo
Partivo, prima di guardare il documentario “Il supervissuto” di Vasco Rossi con alcuni pregiudizi: sarà la voce roca, sarà la narrazione che è sempre stata fatta di lui, sarà che davvero era provocatore e la vita spericolata l’ha vissuta. Mi aspettavo una star del rock dura, con un passato tanto ingombrante da glorificare in parte ed in parte da riscrivere.

Non che tutto questo non sia vero, il graffio nella voce si sente anche mentre racconta dell’infanzia, ma lo fa con estrema dolcezza; quando racconta uno degli ultimi episodi vissuti insieme al padre si può scorgere della commozione; quando racconta della droga appare autentico mentre confessa che, insieme all’alcol, era il modo che aveva trovato per riuscire a salire sul palco. Per affrontare l’aspettative della platea, per la paura di consegnare nelle mani di migliaia di persone ciò che aveva creato.
Qui non si cerca di santificare nessuno, ma umanizzare un colosso della musica italiana sì. Demitizzare spesso implica una caduta: per un vizio, per qualcosa di esagerato e fuori dalle righe che non ci si aspetta, per un testo che invece di provocare, infastidisce e basta.
La droga faceva parte del suo mito?
Nel mito di Vasco c’era già tutto questo, che certo ha shockato l’Italia degli anni in cui sul palco cantavano Bobby Solo e Claudio Baglioni, ma che rispecchiava invece il sentimento del tempo. La droga e l’anticonformismo, gli anni ’80 incarnati in un solo personaggio: l’emblema italiano del rocker, che anticonformisticamente viveva in un capannone, che stava sveglio tre giorni di fila grazie all’anfetamina per poi crollare i successivi tre, che saliva sul palco ubriaco come i migliori in quegli anni (da Morrison ad Osbourne).
Nel mito rientrava, rientra ancora, il salire sul palco di San Remo con una performance che ha fatto scalpore, o il carcere per la droga che gli è stata sequestrata, o ancora i testi irriverenti, provocatori – pensiamo a Bollicine, in cui gioca con le parole creando allusioni sulla Coca (Cola).

Dunque la sensibilità profonda che caratterizza Vasco è la vera demitizzazione, ma non nel senso di caduta, come dicevo prima, piuttosto nel senso di umanizzazione. Dopo il celebre aneddoto che riguarda la canzone Albachiara – lui che confessa alla ragazza che vedeva dalla sua finestra che è stata lei ad ispirare quel testo, ma lei è incredula, è convinta anzi che dica così a tutte – aggiunge che ha scritto Una canzone per te (non te l’aspettavi eh?), dopo quella conversazione, dedicata alla stessa ragazza. Credo sia difficile trovare un aneddoto simile per dolcezza che riguarda qualunque altro mostro sacro del rock.
La sensibilità di Vasco Rossi, in realtà, non ci dovrebbe sembrare cosa nuova: basta ascoltare i suoi pezzi, che sono semplici e quindi arrivano a tutti, sono scritti di pancia e quindi emozionano, sono veri, perché spesso è di ciò che ha vissuto il cantante che parlano. C’è un momento durante il documentario in cui canta Sally con la chitarra – più che cantarla la sta raccontando – e quando arriva al Sally ha già visto che cosa le può crollare addosso lui si risponde è questo il problema.
La depressione e la sensibilità di Vasco nel raccontarla
Lo sa bene cosa vuol dire che tutto poteva crollare addosso a Sally, perché Vasco i periodi bui li ha vissuti: ha sofferto di depressione, dopo la perdita di alcuni dei suoi più cari amici. Dopo aver perso il primo tra loro ha scritto Gli angeli.
L’assolo di chitarra finale di questo live è stato suonato da un altro caro amico di Vasco, morto per overdose dopo poco. Per un po’ non è riuscito a scrivere. A differenza di quanto diceva un altro cantautore italiano, Bruno Lauzi, ovvero “Io quando sono felice esco”, Vasco quando è felice scrive, ma anche quando è incazzato, quando è triste, quando cerca un senso (dopo questo periodo ritorna proprio con Un senso).
Ma la depressione non è semplice tristezza ed essendone ben consapevole riesce a cantarla con tocco leggero. Perché il Vasco che canta Sally l’ha attraversato quel dolore: l’ha vissuta la stanchezza che si attacca addosso senza via d’uscita, la desertica apatia che porta a non provare più turbamento per niente. E riesce a farlo, è qui che esce fuori la maestria della sua penna, anche prima di aver vissuto tutto questo con Jenny è pazza: Jenny che non sta bene, che vuole solo dormire, che viene piano piano isolata, che diventa quasi una consolazione, perché a guardarla da fuori ci si sente estranei alla follia, la si può guardare con superiorità.
Jenny ha pagato per tutti noi, Sally lo ha fatto, in fondo tutti paghiamo un prezzo alto in una vita in cui cercare i nostri angeli in Terra – la nostra salvezza, la nostra completezza, il nostro senso – non sempre porta a trovarli. Vasco semplicemente (si fa per dire) lo riesce a raccontare.

