La figura del poeta e l’impiego lirico in Extrareale
“[…] la discriminante di un vero poeta è non temere la bellezza di carne.”
Il poeta odierno, per via della baudelairiana perdita d’aureola, è abitato da uno spirito in grado di collocarlo sul filo sotteso tra visibile e invisibile, permettendogli non solo di calarsi nelle ambiguità del mondo, ma di ispirare gli animi di quanti, non vedendo o scegliendo deliberatamente di non farlo, evitano, come un’atroce malattia, di contaminarsi con la materia che gli è pertinente: la vita.
È questo il contemporaneo manifesto lirico dell’ultima uscita editoriale di Imperatrice Bruno per Edizioni Prufrock spa, che risulta essere, per via delle numerose tematiche trattate, una tenace rivendicazione d’utilità del verso, in un tempo in cui, più si penetra nella brodaglia esistenziale, più ci si percepisce alieni alle impressioni. L’avvertirsi metaforicamente scollata si traduce in uno studio anatomico-poetico della realtà in quanto ricettacolo di insidiosi dualismi, non dissimile da quelle dispute estetiche tra ragione e sentimento tipicamente seicentesche, qui sublimate in una più contemporanea trattazione antipodica tra Reale ed Extrareale.
L’essenza divina che guarda la Terra
“A volte è Dio che si allontana da noi, dice. Se volete, cercatemi. Anch’io sono stanco.”
L’entità generatrice di questo universo meraviglioso e dannato, nonostante venga più volte invocata dall’autrice attraverso preghiere e consacrazioni, sembra osservare in disparte, priva di qualsiasi tipo di reazione rispetto ai martirii a cui ci ha consegnati dopo la cacciata dall’Eden, rifiutando, direbbe lo sceneggiatore statunitense Robert McKee, l’imposizione di qualsiasi carica valoriale da parte nostra: Dio non solo viene meno al ruolo di protettore di cui classicamente è investito, ma addirittura, in certe occasioni, concependo appieno l’incessante supplizio a cui ha destinato l’uomo, dichiara di non voler nemmeno essere disturbato. Non resta che immaginarlo senza mai dipingerlo nitidamente.
Lo spettro della morte
“Un uomo, inconsapevolmente, può uccidere la morte. Per sempre.”
Tra i contenuti presi in esame all’interno di Extrareale, capeggia quello della morte, descritta come presenza ossessiva che permea ogni tratto della nostra quotidianità. Ricalcando i concetti espressi dall’ultimo Pavese poetico in You, wind of march, essa è in grado di compiere ritorni inattesi, assumendo una molteplicità di forme per farsi tattile ai nostri sensi. Ad ammaestrare quest’ombra fagocitante, però, c’è l’erotismo: il tocco, il sesso e l’unione con l’altro coadiuvano l’evoluzione dell’attimo “in scadenza”, in “frammento d’eternità”, indistruttibile da ciò che, furtivamente, ci stermina.
Un’eternità fittizia
“C’è un profondo abisso tra noi e il vero […]”
Tale azione è resa possibile mediante un meccanismo di infinitizzazione (concetto espresso dal critico letterario Stefano Brugnolo, associando le teorie psicoanalitiche della Dott.ssa Melanie Klein allo studio comportamentale di alcuni personaggi dei classici della letteratura europea) tipicamente umano, che consente di elevare l’amato a gradi divini d’importanza o di esiliarlo senza ritegno dalla propria sfera passionale. In effetti, però, pur operando secondo questo schema, la perpetua notte catulliana non cessa d’esistere.
La fallacia di questo processo viene infatti presto a galla: assumendo le fattezze della malattia d’irrealtà di stampo freudiano, si palesa quella che è la sua natura intrinseca, cioè un mero palliativo. Questa dimensione extrareale rende inequivocabile l’assenza delle persone care all’appello del giorno: le loro cose sono qui, e il ricordo (altra tematica-pilastro di questo volume) ci getta nei palmi la consapevolezza della loro dipartita. Ci è scolpito addosso: siamo esseri in bilico.

La somatizzazione emotiva
“E’ amore? Il mio seno un giorno farà il latte per i suoi figli?”
Inerente ai processi salvifici dal gorgo c’è, ovviamente, l’amore. In questo libro è presente una ripresa moderna di quella fenomenologia amorosa cara allo Stilnovo, che, per quanto osteggiata al tempo dai detrattori della nuova maniera, sembra, ad oggi, il fulcro su cui si impernia una vasta gamma di produzione metrica. Qui c’è un particolare riferimento ai sentieri della somatizzazione emotiva: essa, infatti, ci permette di comprendere in che modo ci relazioniamo alla realtà.
Tale concetto, per la Bruno, è rappresentato dal distico inscindibile anima-corpo: la corporeità, il cui motore trova fondamento nello spirito, in particolare, è approfondita nel tratto crudo della sua scienza, dove sangue, interiora e reazioni fisiologiche tratteggiano i contorni di un sistema che esiste, reagisce ed è perfettamente immerso nella connessione col mondo.
La maturazione erotica
“Noi ragazzine guardavamo prima loro, poi il nostro petto, coi capezzoli rossi e duri […]”
La scoperta del proprio corpo è solamente l’irraggiungibile traguardo di un continuo viaggio introspettivo che fonda le proprie colonne sul livello d’apertura agli istinti erotici: dapprima essi sono trattenuti pudicamente, in accordo con una poetica più simile alla prima Pozzi, la quale, poco più che diciassettenne, descrive in Innocenza l’avvicendamento tra l’ingenuità adolescenziale e la consapevolezza delle proprie pulsioni.
Successivamente, si assiste a una maturità sfrontata in quest’ambito, molto più simile alla Valduga e alle sue Cento quartine e altre storie d’amore (Einaudi, 1997). L’esito però, come afferma Imperatrice Bruno, non è privo di ferite: gran parte di questa evoluzione passa per l’accettazione di rituali appresi in una società malsana e riluttante a spezzare catene arrugginite. Questo provoca il conseguente instaurarsi di automatismi – identici al primo livello delle abitudini aristoteliche – impassibili al filtro della logica.
Uno sguardo alla prossima alba
“Ora nella scatola del tempo scegli bene cosa lasciare a questi nuovi ragazzi.”
In conclusione, la Bruno si pone il problema dell’eredità: quando verrà il tempo di consegnare questo mondo alle future generazioni, cosa vorremo salvare? Cosa vorremo preservare dalla bramosia del giorno che muore? Tramandare le ambiguità della nostra era è un atto di grandissima responsabilità. Non solo, infatti, saremo capaci (pur privi dell’opportunità di parlare direttamente) di comunicare cosa siamo stati, ma assisteremo in sordina i nostri figli a scrivere il proprio capitolo nel libro della storia umana.
Tratto da “Extrareale” (Edizioni Prufrock spa, 2025) – Imperatrice Bruno
Lenti affondi. Lenti ritorni.
Due mani in due mani
e una terza invisibile che penetra
le membrane protettive dello spirito.
Pensavi alla vita quando poi
ti sei distratto: nient’altro apre
la camera segreta del presente.

