Donna e musica: analisi a freddo a 3 settimane dall’ultima polemica

Si è guardato al podio maschile come a un'ingiustizia, non rendendosi conto dei passi in avanti

Donna e Sanremo, un binomio discusso

Sanremo è ormai lontano, e come le settimane appena dopo capodanno o la fine dell’estate, tutto torna a ricomporsi fuori e dentro di noi. Il brio da cui veniamo posseduti durante quei giorni, l’attesa di scoprire nuovi artisti, nuove canzoni in cui riconoscersi o in cui ritrovare leggerezza, la frenesia di dover giudicare l’outfit di ospiti, conduttori e cantanti hanno abbandonato la nostra quotidianità.

Come ogni periodo festivo, ogni estate, anche Sanremo porta con sé eccitamento, voglia di libertà e, soprattutto, intrighi e polemiche. Tra queste, la mancanza di una donna nella cinquina sanremese. Molti e molte hanno gridato allo scandalo, all’ingiustizia, ma è davvero così?

Spesso, quando crediamo molto in un valore o in un’idea, tutto ciò che può essere associato al suo contrario lo incaselliamo direttamente come qualcosa che è nemico di quel principio. 

Questo è l’errore che può commettere chi, difendendo, nobilmente e giustamente, i diritti delle donne, grida al lupo nel momento in cui non vede neanche una cantante sul podio di Sanremo. Certamente i dati parlano chiaro: le donne hanno vinto molto meno e sono meno presenti tra i primi posti della competizione canora. Tuttavia, è una percezione distorta pensare che questa edizione non abbia tenuto conto dell’arte e del talento delle donne. 

In primo luogo, Giorgia è stata acclamata sia dalla stampa che dal pubblico, tornando alla ribalta con una canzone che arriva dritta al cuore e mette in risalto la sua bellissima voce. Inoltre, la stessa artista arriva ad un pelo dal quinto posto e vince la gara delle cover insieme ad Annalisa, altra artista dalla sensibilità e dal talento infiniti.

Arriviamo, infine, a Marta Donà, che con la vittoria di Olly diventa la manager, sia tra gli uomini che tra le donne, che ha più trionfato: nel 2013 e nel 2023 con Marco Mengoni, nel 2021 con i Maneskin, nel 2024 con Angelina e quest’anno con Olly.

Dunque, la manager dei record è una donna. 

Marta Donà
Marta Donà, foto da Instagram

Tuttavia, sempre quei molti che hanno polemizzato sulla mancanza di una cantante fra i primi cinque classificati hanno dato poca rilevanza al genio e alla bravura di Donà, preoccupati più a lamentarsi e a trovare un pelo nell’uovo che in questo caso non ci sta.

Al contrario, la professionista è stata attaccata da più parti, insultata, accusata di aver favorito i propri artisti in qualche modo. I giornali hanno parlato di lei sottolineando in maniera provocatoria che avesse vinto quattro degli ultimi cinque Festival, quasi a voler mettere una maligna pulce dentro l’orecchio di chi leggeva.

In tutto questo processo mediatico a Marta Donà, dov’erano quei molti che stendevano articoli su articoli, denunciando, indignati e indignate, l’assenza di una donna sul podio? A lamentarsi, dedicando due paroline di vicinanza alla manager quando erano chiamati a pronunciarsi in merito.

A questo punto una riflessione è d’obbligo. 

La parità di genere non è ancora effettiva e sensibilizzare riguardo ai tabù inerenti al sesso femminile è più che necessario. Ma come possiamo pensare di essere presi e prese sul serio nel momento in cui difendiamo i diritti delle donne se, invece che far conoscere l’esempio di bravura, impegno e passione di Marta Donà, ci concentriamo su una polemica che ha poco senso di esistere in questo caso.

Per non parlare degli uomini del podio sanremese: artisti che hanno rappresentato una mascolinità non tossica, una sensibilità profonda, in linea con la figura maschile tanto agognata per una società e una visione dei generi più sane.

Ad esempio, Lucio Corsi con la sua personalità e la sua canzone, Volevo essere un duro (che già dal titolo dice tutto), ha portato sul palco dell’Ariston un esempio di gentilezza, umiltà e profondità d’animo che prima di un uomo nobile, lo rendono un essere umano unico. Attraverso la sua canzone sanremese, il cantante toscano restituisce un modello di uomo del tutto distante dal “macho”, sempre forte, virile, autoritario. Al contrario, le proprie fragilità, sconfitte, disillusioni vengono cantate poeticamente.

Anche Brunori Sas, con L’albero delle noci, canzone dedicata a sua figlia Fiammetta, comunica un desiderio di paternità consapevole di un uomo che si mette in discussione difronte alla chiamata alla genitorialità. Il brano di Brunori canta la tenerezza, il senso di impotenza e allo stesso tempo di rivoluzione che una persona, indipendentemente dal genere di appartenenza, sperimenta all’arrivo di una figlia o di un figlio. Ebbene, una figura di genitore del tutto distante da quella del “padre padrone” che dimostra poco affetto e mantiene il pugno duro e che viene promossa dalla cultura patriarcale.

Dunque, perché non concentrarsi sui passi in avanti piuttosto che sui passi indietro che, in realtà, in questa precisa occasione non sono stati fatti? Si rischia solamente di polarizzare ancora di più il dibattito sulla parità di genere, estremizzando una nobile lotta e dando un ulteriore pretesto ai più misogini di propagandare la sua illegittimità.

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