Myrta Merlino: ma cosa avresti fatto in un universo parallelo?
Qualche sera fa, sfogliando le pagine online di una nota testata giornalistica italiana, ho notato una cosa tanto particolare quanto preoccupante (almeno per me). Una di quelle cose che irrompono nella tua ora di relax sul divano e ti portano dentro una realtà che, anno dopo anno, diventa sempre più distopica; proprio come nei romanzi che hanno formato (e spero continuino a farlo) la mia generazione, e tante altre.
Si trattava di storie di fantasia che vedevano la loro bellezza assoluta espressa nella struttura narrativa e nella capacità (da parte del romanziere) di descrivere una realtà in maniera minuziosa, quasi maniacale, partendo da un modello che è reale o esistito realmente, arrivando ad annichilirlo totalmente. Insomma un processo di ‘utopicizzazione’ alla rovescia, dentro al quale tutto sembra possibile, in senso drammaticamente vero.
Dopo un incipit così, direte voi, chissà di cosa vuole parlarci questo ragazzo. Ebbene voglio raccontarvi la storia di una pubblicità e di come la tecnologia e la Rivoluzione Digitale (non ancora compresa a pieno) abbiano agito su questa pubblicità che fa da protagonista alla nostra storia, rendendola grottesca.
Il fatto:
Al termine di ogni articolo di solito, posto al fondo della pagina, la testata (come fanno lecitamente tutte) propone una lista di contenuti ‘native’. Si tratta di articoli che, al loro interno, descrivono prodotti o servizi e sono caratterizzati da un titolo molto accattivante abbinato ad un’immagine che generi nel lettore una immediata e quasi mistica curiosità. Ma, soprattutto, sono articoli che vengono inseriti all’interno dei siti previo pagamento per lo spazio. Esistono ovviamente dei limiti a questa pratica che, ve lo dico per esperienza, ha dietro di se un lato affascinante e costruttivo (se utilizzata in maniera ponderata). Ecco, quello che ho visto ieri, a mio modestissimo avviso, ha superato questo limite.
Preciso già da ora due cose:
- Non intendo dire il nome della testata in questione perché non lo ritengo utile al fine di dimostrare la mia tesi, sarebbe solo utile per ‘far parlare i curiosi’.
- Non sono contrario all’inserimento di pubblicità all’interno di contenuti editoriali sul web anzi, sono molto appassionato del mercato dell’ADV in tutte le sue sfaccettature.
Ma torniamo al fatto:
Si presenta davanti ai miei occhi il viso inconfondibile della giornalista Myrta Merlino, volto ormai consolidato e seguito nel giornalismo italiano che conduce Pomeriggio5.
Siccome la notizia in questione darebbe adito alla maldicenza di insistere e di battere la propria lingua sul tamburo (direbbe il poeta) non voglio inoltrarmi in apologie filosofiche dell’evidenza. Il contenuto in questione è una boiata assoluta, fatta per essere cliccata da curiosi che (probabilmente) meriterebbero un serio corso di informatizzazione, dalle basi ai concetti più complessi.
Non se ne esce fuori dalle fake news…o forse si
Il problema, ahimé, non è il dito, bensì la luna! Come al solito direi. Quanto costa creare e mantenere il sito web di una testata giornalistica? Quanto costa la struttura e i reparti che devono mantenere il carro? Quanto paga Google? Quanto paga Google? Quanto…Google?

Lo so che siamo abituati a rifugiarci nella retorica. E davvero non intendo e non voglio risultare insensibile al fatto accaduto. Ma cerchiamo di essere concreti e, per una volta, scientifici nel metodo. Il mondo non è rose e fiori ma governato dal concetto di guadagno e di interessi.
È uno sporco problema di soldi bellezza. Google non paga abbastanza i siti attraverso i ricavi dal suo sistema di ADV, quindi i gestori dei siti web (gli editori delle testate) inseriscono anche altre tipologie di inserzioni. È incredibile come, per tutti questi 20 anni, non sia stato detto nulla al colosso statunitense sul fatto che il motore di ricerca guadagni miliardi di dollari ogni anno (più di 300 nel 2023) vendendo spazi pubblicitari all’interno di proiezioni web di entità editoriali di prestigio che (almeno sul cartaceo) pubblicavano contenuti di qualità con uno stampo e una linea editoriale definita che targhettizzava (o meno) il pubblico e lo appassionava.
Nel frattempo, e lo sanno tutti gli addetti ai lavori, ha perso sempre di più importanza il ruolo della ‘penna’ che viene remunerata sempre di meno e alla quale si richiede di produrre sempre più contenuti, oltretutto di brevissima durata.
Se usi Google per leggere un giornale stai usufruendo del giornale, Google è solo la rete.
Quindi quanto paga Google? Se dovessi rispondere a questa domanda dopo aver visto quello che è capitato alla Merlino (alla quale mando la mia digitale solidarietà) mi verrebbe da pensare ancora troppo poco. Voi che dite?

