Depeche mode

Costruire i Depeche Mode (1984-1989)

Continua il viaggio nella discografia classica dei Depeche Mode

di Niccolò Bargellini

Una buona ricompensa per i Depeche Mode

Dopo ‘Construction Time Again’ (di cui avevo parlato qui), i Depeche Mode pubblicano in poco meno di un anno il loro album successivo, ‘Some Great Reward’. Come il precedente, l’uso di samples industriali è massiccio ma rimane qualche brano filler qua e là, come ‘It Doesn’t Matter’. Complessivamente però resta il loro album meglio costruito tra quelli di cui abbiamo già parlato approfonditamente.

Oltre alle hit ‘People Are People’ e ‘Master and Servant’, ricche di campionamenti e quasi industrial, l’album regala anche due ulteriori perle: da una parte abbiamo ‘Blasphemous Rumours’, che alterna momenti gioiosi e orecchiabili tipici dei primi Depeche Mode a qualche segno d’inquietudine più matura che troverà spazio negli album seguenti.

Dall’altra abbiamo la sonata da camera di ‘Somebody’, in cui emergono le pulsioni torbide di Gore: il brano è estremamente scarno ma molto evocativo, abbiamo solo la voce (dello stesso Gore) accompagnata da un pianoforte con qualche rumore ambientale in sottofondo.

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Fonte Facebook

La svolta dark

Nel 1986 i Depeche Mode se ne escono con ‘Black Celebration’, che rappresenta l’apice della loro fase synth-pop, ormai agli sgoccioli complessivamente come genere musicale. Come già fa presagire il titolo, si tratta di uno degli album più dark dei Depeche: resta l’uso ricorrente di samples e vengono usati qua e là anche samples vocali, come nella titletrack e in ‘Fly on the Windscreen – Final’.

Dal punto di vista compositivo Gore sfoga completamente il suo immaginario più oscuro e torbido, dalla relazione simbiotico-tossica di ‘A Question of Lust’ fino all’inno sensual-sadomaso di ‘Stripped’ e a ‘Sometimes’, un ideale seguito di ‘Somebody’. Proprio ‘Stripped’ anticipa quello che sarà il nuovo corso dei Depeche Mode, caratterizzato da una notevole grandeur del suono e dalla voce da crooner ormai matura di Gahan.

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La copertina di ‘Black Celebration’.
Fonte Facebook

Si continua infatti a notare un generale ispessimento del suono, che allontana marcatamente il gruppo dal synth-pop più immediato, e una maggiore attenzione nella composizione, molto più coesa e con poco spazio per filler e momenti di secondo piano. Non è forse un caso che Trent Reznor parli di ‘Black Celebration’ come una delle sue influenze principali per l’esordio dei Nine Inch Nails, ‘Pretty Hate Machine’, uscito nel 1989.

Parlare alle masse

L’anno successivo i Depeche Mode pubblicano ‘Music for the Masses’: il successo commerciale è imponente e il tour promozionale dell’album sarà faraonico, ma il disco sembra voler tornare in parte indietro. Se ‘Never Let Me Down Again’ e ‘Strangelove’ sono singoli al passo con l’evoluzione sonora del gruppo, il resto del disco sembra voler recuperare, aggiornandolo, il synth-pop più maturo di ‘Some Great Reward’. I toni più dark di ‘Black Celebration’ vengono accantonati, forse con l’eccezione di ‘Behind the Wheel’ e ‘To Have and to Hold’: la prima in particolare resta uno dei pezzi più amati dai fan del gruppo.

Complessivamente il disco non è certo un fallimento e l’ascolto risulta comunque piacevole, ma sembra più un assestamento che un ulteriore tassello nel percorso artistico del gruppo. Sembra quasi che i Depeche stiano meditando il loro prossimo passo, che sarà poi l’album ‘Violator’, pubblicato nel 1990 e di cui parleremo magari un’altra volta.

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Un disco dal vivo da ricordare

Come riassunto e testamento artistico di questi anni di attività, i Depeche pubblicano nel 1989 un album dal vivo, ‘101’, registrato a un concerto (il loro 101esimo) tenutosi il 18 giugno 1988 a Pasadena, in California, davanti a più di 60mila persone: in versione live, anche i pezzi più immaturi della loro produzione, come ‘Just Can’t Get Enough’, ricevono nuova linfa vitale. La versione live di ‘Everything Counts’ è forse migliore di quella originale e ‘Stripped’ sembra ancora più cupa e malata.

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