Peyote piante magiche

Il peyote e altre 4 piante magiche per parlare con gli Dei

Tutto quello che c'è da sapere

di Daniela Castiglia

Alla fine del XIX secolo, la scienza scopre le proprietà psicotrope o allucinogene della mescalina, della psilocibina e dell’acido lisergico. Queste sostanze si trovano in natura, nei vegetali, e la maggior parte di queste piante si trova in Mesoamerica, una vasta regione che comprende Messico meridionale e America Centrale. Delle 230 varietà che contengono i principi attivi della psilocibina e psilocina, 54 sono originarie del Messico. Tra le piante più utilizzate abbiamo il peyotl, meglio conosciuto come peyote, un cactus che cresce nelle aree desertiche della Mesoamerica.

 “Diedero da mangiare agli invitati funghi delle montagne, con cui si ubriacavano e poi iniziavano a cantare così forte che la grande piazza rintronava. Dopo un po’ gli portavano di nuovo i funghi e, mangiati due o tre di quelli intinti in poco miele, diventavano talmente ubriachi da non sapere più chi fossero.” Hernando de Alvarado Tezozomoc

Il peyote e altre piante magiche

Sin dall’antichità le popolazioni del luogo utilizzavano erbe e radici a fini terapeutici, come ad esempio, la radice di tlacopòpotl, impiegata per calmare la tosse, e il toloache, un potente analgesico. Le piante psicotrope non venivano utilizzate solo per questo. Secondo la mitologia erano un regalo delle divinità, affinché gli uomini le ingerissero per mettersi in contatto con loro durante rituali pubblici o privati. I rituali venivano condotti da guaritori, da sciamani o sacerdoti, che fungevano da intermediari tra il mondo terreno e quello divino. Lo scopo dei riti era quello di omaggiare le divinità per ottenere un buon raccolto, per favorire la pioggia, o la vincita di una battaglia.

le piante del paradiso come il peyote, affresco murale del palazzo di tepantitla, teotihuacàn
Le piante del Paradiso, affresco murale nel Palazzo di Tepantitla, Teotihuacàn

Il peyote, come già anticipato, era quello più utilizzato. Un cactus privo di spine che contiene più di sessanta alcaloidi, tra cui la mescalina. Se ingeriti, provocano forti allucinazioni e una sensazione di leggerezza. Il peyote veniva masticato o bevuto sotto forma di decotto. Era impiegato come stimolante per infondere coraggio durante i combattimenti, per non avvertire paura, fame o sete. Per gli indigeni delle regioni desertiche messicane, il peyote, continua ad essere utilizzato per curare sia l’anima che il corpo.

Il popolo dei Cicimechi, nel Messico del nord, lo utilizzava durante una cerimonia chiamata mitote. Mettevano il peyote al centro di un cortile o di una piazza, e i partecipanti al rito, ballavano attorno al peyote e ne consumavano fino ad entrare in trance. Gli Aztechi invece, utilizzavano un fungo, il teonanàcatl, carne degli dei, dal sapore amaro, veniva consumato accompagnato con del miele. Gli sciamani sprofondavano in uno stato onirico, fatto di allucinazioni visive e uditive.

Possibili rappresentazioni di fiori di Turbina corymbosa a Teotihuacan, Murale 3
Possibili rappresentazioni di fiori di Turbina corymbosa a Teotihuacan, Murale 3

L’ololiuhqui era un’altra pianta molto utilizzata. Un rampicante con fiori bianchi a forma di campana. I semi all’interno contengono un alcaloide simile all’LSD. Venivano ingeriti a scopi terapeutici e anche per mettersi in contatto con le divinità. Durante l’inconorazione di Montezuma, nel 1501, dopo aver portato a termine i sacrifici umani, il domenicano Diego Duràn racconta che “tutti mangiarono funghi crudi, e poi uscivano di senno e rimanevano tanto storditi da vedere visioni e avere rivelazioni sul futuro, perché era il demonio a parlargli in quell’ubriachezza.”

Metodi bizzarri per ingerire le piante allucinogene

Siccome le piante allucinogene avevano effetti indesiderati come nausea e vomito, i popoli indigeni cercano soluzioni alternative per consumarle. Uno dei metodi più utilizzati era il clistere. Sì, li inserivano nel retto. Veniva creata un’infusione di peyote, tabacco o altre piante allucinogene, magari potenziato con l’aggiunta di pulque o qualsiasi altra bevanda alcolica. Il liquido veniva inserito in una sacca ricavata da vescica animale, o una sacca fatta di caucciù, o ancora in un recipiente di zucca o argilla con un beccuccio vuoto all’estremità, attraverso cui veniva inserito l’intruglio allucinogeno.

statuetta maya che rappresenta un clistere fatto di peyote e altri allucinogeni
Statuetta dei Maya che rappresenta la pratica del clistere

“per perdere ogni paura e infondersi molto coraggio, s’imbrattavano con una sostanza che chiamavano teotlacualli, che vuol dire cibo divino, fatto di vermi velenosi, picietl, ololiuhqui e alcuni vermi pelosi. Li impastavano e, sporcatisi con quelli, gli era impossibile smettere di divenire stregoni o demoni, perdevano qualsiasi paura, uccidevano gli uomini nei sacrifici con grandissima audacia, e di notte si aggiravano da soli, imbrattati, per i monti, nelle grotte oscure, nei crepacci foschi e temibili, senza timore che nulla gli facesse male, tenendo come protezione il cibo divino di cui si erano cosparsi.” Diego Duràn

Durante una cerimonia per ingraziarsi Chac, il dio della pioggia, il sacerdote dopo aver fatto il clistere, assumeva anche dell’alcol per raggiungere il vomito cerimoniale, che era considerato di grande auspicio per ottenere in cambio la pioggia.

Dopo l’arrivo degli spagnoli, la Chiesa cattolica, che vedeva malissimo tali pratiche, ne proibì l’uso. Siccome i popoli indigeni continuarono ad utilizzarle, alcuni uomini di chiesa utilizzarono uno stratagemma. I sacerdoti della chiesa di Chignahuapan, nell’odierna Puebla, raccolsero un fungo enorme e ci disegnarono sopra la figura di Cristo. Lo misero su una via di passaggio dove venne trovano da un indio, che si convinse fosse miracoloso. I sacerdoti riuscirono così a convincere gli indios a venerarlo nel tempio cristiano, Nuestro Senor del Honguito.

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