Francesco Baccini

Francesco Baccini, in arrivo il docufilm su Luigi Tenco

Una lunga intervista: dall'analisi sul panorama musicale attuale al docufilm su Luigi Tenco in arrivo su Amazon Prime.

di Alessia Maselli

Francesco Baccini si racconta

Abbiamo incontrato il cantautore genovese in occasione della manifestazione ‘San Fele d’oro’, durante la serata ‘Tra musica e parole con Francesco Baccini’ diretta da Mario Esposito. Un ted talk con intermezzi musicali in cui Baccini ha ripercorso la sua carriera fino ad arrivare all’ultimo disco ‘Archi e frecce’ uscito lo scorso 28 Aprile.

Francesco Baccini durante la manifestazione ‘San Fele d’oro’

Francesco tu incarni un’epoca in cui il cantautorato era grande protagonista della scena musicale, nel panorama odierno cosa vedi?

Direi che oggi ‘cantautore’ è una parola vintage, appartiene decisamente a un altro momento storico. Esiste una parte di cantautorato, da Samuele Bersani a Brunori Sas passando per i romani Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, Max Gazzè, ma non sono figli dell’ultima generazione, direi che si è fermato con loro. Oggi il mercato non dà più spazio al genere, la musica d’autore non viene più passata in radio, in generale non più richiesta.

Qual è il motivo secondo te?

L’impoverimento culturale generale, che non si nota solo nella musica ma in tutte le forme d’arte. Nella musica sicuramente i motivi sono da ricercare nella corsa al profitto immediato, i talent che hanno contribuito a renderla un prodotto commerciale. Anche la tecnologia in un certo senso ha il suo peso, oggi con l’autotune tutti possono cantare, una volta bisognava avere delle doti canore significative, e sempre la tecnologia ha atrofizzato le idee, e non c’è più ‘il tempo della noia’ che aiuta a pensare. Mancano anche i modelli di riferimento e questo si ripercuote nella carenza dei testi.

Vedi possibile un’inversione di rotta?

Molto improbabile. Le inversioni accadono quando accadono dei fatti, e in questo momento non vedo fatti all’orizzonte, anche perché i grandi cambiamenti sono strettamente correlati a grandi disastri.

Di quale scossone avremmo bisogno?

Parto dal presupposto che ognuno è figlio del proprio tempo, i ragazzi oggi vedono il mondo in maniera differente da come lo vedovo io. Non pensano al futuro e vivono solo il presente, questo implica non avere sogni da inseguire, e quando non hai un sogno da inseguire sei vecchio dentro. Si insegue solo l’obiettivo del profitto, ma se manca il senso di quello che fai si vanifica tutto. Un tempo la vita dell’artista era una vita da fame, l’arte nasceva da presupposti diversi.

Credi che la colpa di questo sistema sia da attribuire più a chi distribuisce o a chi fruisce?

Il fulcro del problema è la resa della musica in business. Per generare profitto devi andare sul sicuro, non puoi rischiare, e quindi si sceglie la via più facile, quella che faccia presa su un pubblico più ampio possibile, e inevitabilmente il livello si abbassa. Un sistema rischioso se pensiamo che la cultura è l’unica arma di cambiamento che si possiede.

Oggi un Fabrizio De André avrebbe trovato spazio?

Oggi sarebbe ritirato in campagna e avrebbe mandato tutti a quel paese.

C’è anche da dire che negli anni ’90 De André non era molto popolare, veniva apprezzato solo da una nicchia ristretta. I ragazzi non andavano più ai suoi concerti, che erano frequentati per lo più da un pubblico âge.

Fabrizio è morto con la percezione che il pubblico lo stesse abbandonando. Poi dopo la morte c’è stata la rivalutazione -come puntualmente accade- la morte è stato il più grande spot della sua carriera.

Sulla scena musicale attuale sarebbe il primo a puntare il dito. In qualche modo aveva predetto i tempi, come i grandi cantautori sanno fare, ‘La domenica delle salme’ è molto attuale.

Qual è il ricordo più bello che hai di Fabrizio?

In realtà tanti. Ricordo il nostro primo incontro, avvenuto in un club a Milano durante la presentazione del mio primo disco ai giornalisti. Fu un incontro abbastanza surreale già solo per il fatto che Fabrizio mi volle conoscere -io all’epoca ero praticamente uno sconosciuto- ma lui mi notò una sera durante un passaggio televisivo da Vincenzo Mollica, lo colpì la mia profonda somiglianza con Luigi Tenco, così venne a sentirmi in quel locale e da lì iniziò la nostra amicizia.

A breve uscirà su Amazon Prime il tuo docufilm su Luigi Tenco

E’ un gioco di specchi tra me e Luigi Tenco, che ho potuto estrapolare anche grazie ai racconti di Fabrizio. Mi ha sempre detto che la mia somiglianza a Luigi non era solo fisica ma ci accumunavano i modi, gli atteggiamenti. Tra l’altro di lui aveva un ricordo di una persona estremamente gioviale, lontana dallo stereotipo che si è venuto a creare dopo la sua morte. Durante il tour di ‘Baccini canta Tenco’ è stato raccolto del materiale, e così unite alle memorie di quei racconti ho deciso di estrapolarne un film.

Delle tue origini genovesi cos’è che ti porti dentro?

Io dico sempre di essere un ‘genovese da esportazione’. Potremmo dividere i genovesi in due categorie, quelli che non se ne andranno mai e quelli che non torneranno mai più, ma che conserveranno sempre le loro origini. Sicuramente Genova è una città in cui succedono cose, probabilmente per la sua posizione di crocevia, è sempre stato un centro culturale nevralgico, non solo nella musica, pensiamo per esempio alla comicità, e se sai far ridere un genovese puoi far ridere chiunque.

Francesco Baccini
Francesco Baccini

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