Lucio Battisti Album Bianchi

Gli ultimi due album bianchi di Lucio Battisti (1992-1994)

Una breve analisi di ‘Cosa succederà alla ragazza’ e ‘Hegel’

di Niccolò Bargellini

Gli album finiscono…

Siamo ormai alla conclusione del nostro viaggio sull’ultima parte della discografia di Battisti, quella forse meno nota al grande pubblico visti le sonorità impiegate, decisamente insolite per Battisti, e il decrescente successo di pubblico e di critica.

Cosa succederà…

Dopo 2 anni di distanza da ‘La sposa occidentale’(1990), Battisti pubblica ‘Cosa succederà alla ragazza’, abbreviato in ‘C.S.A.R.’ sulla copertina del disco, forse con la volontà di rimandare al termine russo ‘zar’. È tra i dischi complessivamente più allegri della serie, con brani upbeat come ‘La metro eccetera’ e ‘I sacchi della posta’, dove l’elettronica e il ritmo la fanno da padroni.

Rispetto al disco precedente, Battisti sembra aver meglio assimilato la scena elettronica della sua epoca, ormai sempre più improntata alla techno, con le sue sonorità spigolose, e all’eurodance, spensierata e dai suoni standardizzati. Già solo la titletrack mostra un uso notevole e memorabile del synth bass (e vale essenzialmente il disco) mentre la closer, ‘Cosa farà di nuovo’, sembra quasi citare alla lontana il mondo funk e contemporary R&B à la Chaka Khan.

battisti ragazza

… alla ragazza?

Nel disco riecheggiano qua e là sonorità dub, come in ‘Ecco i negozi’ e ‘Però il rinoceronte’. I testi di Panella restano al solito criptici ma, in ogni senso, il loro scopo è quello di impiegare la voce di Battisti come uno strumento: giusto in ‘La metro eccetera’ si capisce immediatamente che il testo racconta un viaggio in metropolitana. Tra gli album bianchi, ‘Cosa succederà alla ragazza’ rimane uno dei più memorabili e distinti.

battisti

Forse la fine?

Dopo i consueti 2 anni di silenzi, Battisti pubblica nel 1994 quello che sarà il suo ultimo album in studio, ‘Hegel’: a una criptica e laconica citazione al celebre filosofo tedesco, segue una copertina ancora più oscura, ritraente semplicemente la lettera ‘E’. Per alcuni, la ‘E’ starebbe per ‘end’, fine: del resto viene difficile pensare che Battisti e quelli intorno a lui non sapessero che ‘Hegel’ inizia con la ‘H’.

Il titolo stesso è forse un po’ pretenzioso: il filosofo, e la filosofia in generale, vengono sì citati in diversi brani dell’album, ma viene difficile considerare ‘Hegel’ un album filosofico. La titletrack parla del ricordo di un amore giovanile, ‘Tubinga’ forse non si riferisce alla celebre città in cui Hegel studiò ma a una donna, ‘Estetica’ sembra una riflessione sulla vita e sul passato.

battisti hegel ritratto
Georg Wilhelm Friedrich Hegel

A livello musicale, ‘Hegel’ è forse l’album in cui Battisti si mostra più a suo agio con l’elettronica, dai ritmi più trascinanti, quasi tendenti alla discoteca, fino a quelli più rilassati e riflessivi come in ‘La bellezza riunita’ ed ‘Estetica’. I brani più movimentati come ‘La voce del viso’, la titletrack e ‘Almeno l’inizio’ tendono ormai all’eurodance e sembrano, mi si conceda il paragone, una versione più colta e decisamente meno stereotipata del repertorio di Scatman.

battisti hegel

La fine di un’era

Con ‘Hegel’ si chiude la collaborazione di Battisti con Panella e ad oggi resta l’ultimo album in studio inciso da Battisti, malgrado si vociferi dell’esistenza di un fantomatico album postumo, che vedrebbe addirittura il ritorno di Mogol in veste di paroliere. Lungi dall’essere capolavori assoluti della storia della musica, definizione perniciosa che lasciamo ai fan incalliti di Battisti, gli album bianchi dimostrano la volontà dell’artista di comportarsi come tale e di non adagiarsi sugli allori ma di cercare continuamente qualcosa di nuovo.

È vero, Battisti ha esplorato sonorità che tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 erano completamente sdoganate, soprattutto all’estero, ma che in Italia si faticava a produrre autonomamente se non in contesti assolutamente underground. Forte del suo successo passato, Battisti ha potuto permettersi di vendere sempre meno e di finire sempre meno in classifica.

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