Tiktoker musica

La musica dei TikToker che smette di far riflettere

AAA cercasi cantautorato

di Alessia Maselli

TikToker sì ma fino a un certo punto

Davanti, la schermata bianca del PC che attende di essere riempita, e nella testa “Ho visto lei che bacia lui, che bacia lei, che bacia me” martellante come un’eco. Se esistesse un turn-off della memoria sonora, in questo momento lo schiaccerei così forte da provocarne l’immediato black-out e piombare nella santificazione del silenzio. Premesso che reputo “Mon Amour” l’operazione discografica meglio riuscita dell’ultimo decennio, un generatore automatico di soldi al quale chiunque vorrebbe averne accesso, mi sento in dovere di vestire i panni della critica, se non altro per tutte quelle ore passate a capire l’umanità attraverso l’arte.

Non è colpa né di Annalisa e né di tutta la banda di Simonetta e Zef, loro sono dei geni assoluti nell’aver captato quello che l’ascoltatore medio odierno vuole. Parliamo di un ascoltare distratto, dopato da algoritmi e flagellato da qualsiasi tipo di suono, in cui il tempo medio di attenzione è di pochi secondi al massimo; non a caso l’intro del brano è solerte, 30 secondi per arrivare dritto al suo cuore, quello del ritornello, il martellante ritornello. A proposito, quante volte è ripetuto?

Un prodotto commerciale, più che artistico, che strizza l’occhio a tutta la famiglia Meta e ByteDance. Intendiamoci, non c’è nulla di male nella musica di puro intrattenimento, infondo è esistito anche il tempo di Rita Pavone, e “Il ballo del mattone” anche non trovando spazio all’interno dell’App cinese, potrebbe essere considerato l’antesignano di questo progetto.

Tiktoker

Il punto è un altro, che affonda le sue radici in un concetto più profondo sul quale oggi bisognerebbe interrogarsi. Perché abbiamo smesso di pensare? Vedo una società sempre più arida di giudizio critico, che subisce passivamente decisioni, incapace di costruire ma capace solo di fruire. Un’umanità lobotomizzata da quel progresso che avrebbe dovuta riscattarla ma dal quale ne sta uscendo vittima.

L’arte in tutto questo ha smesso di essere portatrice di pensiero e di avanguardia, una canzone si scrive solo con il fine di ottenere più stream possibili, una canzone è solo il riscatto individualistico di un narcisismo dilagante, non più un mezzo di riflessione collettiva, non c’è spazio per il “noi”, ma solo per “l’io”.

L’arte è solo lo specchio della società o è concausa della sua narcosi?

Credo che potremmo definire esatte entrambe le affermazioni. La musica, e l’arte in generale, è da sempre la sintesi dei valori dell’uomo. Se dovessimo individuare i valori odierni avremmo difficoltà a farlo, semplicemente per il semplice fatto che essi sono anestetizzati. L’apatia dilaga tra le fila di un’umanità sempre più portata a non pensare. La musica è un sottofondo fugace vittima di uno ‘skippaggio’ coatto. Se il Rock aveva il compito di smuovere le coscienze, il cantautorato quello di farsi baluardo dei deboli, l’hip hop quello di raccontare i margini della società, la scena attuale è orfana di un genere forte che riesca a fare da catalizzatore, ma è solo a servizio di una fruizione quanto più rapida possibile.

La ricerca spasmodica del successo che cela il bisogno di approvazione

Se ci addentrassimo nei meandri della sociologia dell’arte, ci accorgeremmo che oggi più che mai il bisogno di produrla è legato all’autoaffermazione, al di là della passione stessa, ciò che muove il desiderio di inserirsi in un contesto che spesso è ostico e competitivo, è l’obiettivo di smarcarsi da una vita considerata anonima per approdare in quell’isola ‘felice’ che sfami l’ego malconcio. Tutto ciò porta inevitabilmente alla perdita di romanticismo e funzione sociale.

Bisognerebbe innanzitutto ritornare a fare arte solo per il piacere di farlo, e non per la ricerca spasmodica del numero, il numero non è un identificatore di valore, ma soprattutto, riportare l’arte sul piano collettivo e non individualista. La profezia di Pasolini, si è avverata.

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