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Anatar: la storia di uno z-movie made in Italy

Un mockbuster italiano che fa il verso al celebre film di Cameron

di Davide Bellanca

Come tutto è cominciato

Mentre scorrevo i titoli delle uscite cinematografiche italiane del 2023, in cerca di qualcosa da recuperare al cinema o sulle piattaforme, mi sono imbattuto in una pellicola che, lì per lì, mi ha lasciato interdetto. Sulla locandina campeggiava il faccione di un’anatra antropomorfa di colore blu e sotto di questa il titolo del film: Anatar. Avatar con le anatre. Era dai tempi di Box Office 3D di Ezio Greggio che non trovavo un’uscita italiana di questo tenore, e penso subito: esisterà davvero? Come ha fatto a sfuggirmi?

Faccio un paio di ricerche e scopro che il film non solo esiste davvero, ma è disponibile su Prime Video, in streaming su Youtube ed è stato distribuito in sala nel circuito UCI cinemas. Ha anche avuto un discreto lancio, con tanto di telegiornali e riviste online che ne preannunciavano il release e blog di critica cinematografica di una certa fama che lo descrivevano addirittura come qualcosa di rivoluzionario. A quel punto, quasi eccitato, o se non altro curioso, recupero il film. Quasi non riesco a credere a quello che sto guardando. Termino la visione entusiasta.

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Lo premetto subito: il film è assolutamente un “no” se considerato al pari di un uscita cinematografica “normale”, per così dire. Questo film però è tutt’altro che normale, è molto di più. Ma ora ne parliamo con calma.

Anatar è un film del 2023 per la regia di Alan Smithee, prodotto da Tyche productions e distribuito da Green film. Prima di vedere il film, come di consueto, ho fatto qualche ricerca sui suddetti nomi: le due case non le avevo mai sentite; il regista sembrava assolutamente sotto pseudonimo.

Chi si cela dietro la maschera?

Partiamo da lui. Chi è Alan Smithee? Come immaginavo, nessuno. O meglio, è il nome che, solitamente negli Stati Uniti, viene utilizzato come pseudonimo dai registi che decidono di disconoscere una particolare opera. Lo fece Lynch con la versione televisiva di Dune, Dennis Hopper con Ore contate, lo fa oggi anche l’italianissimo Lorenzo Dante Zanoni con Anatar, un po’ l’eroe mascherato di questa strana storia.

Zanoni è un giovane regista (giovane davvero, non giovane “all’italiana” – 27 anni) che dà già cinque o sei anni produce cortometraggi indipendenti, prevalentemente di genere horror. Da quel che sono riuscito a capire, spulciando un po’ sul web, fa parte di quel sottobosco di registi che crede davvero nel cinema indipendente.

E per indipendente, in questo caso, intendiamo “quasi interamente autoprodotto”; un’accezione che sembra sempre più lontana dalla moderna concezione del termine, che è ormai sinonimo di “film portato in sala da distribuzioni autonome” o “film non per tutti i pubblici”. Zanoni ha diretto e co-sceneggiato Anatar, poi, a quanto pare a causa di divergenze legate al montaggio finale del film, ha deciso di allontanarsi dalla produzione e disconoscere il film.

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Lorenzo Dante Zanoni (quello a destra)

A costo di risultare noioso voglio spendere altre due parole nei suoi confronti. A prescindere dall’esperienza Anatar, mi sono fatto un’idea del regista prevalentemente positiva. Da quel che ho potuto indagare, soprattutto dalla sua intervista a Nerdevil.it (che linko qui), Zanoni è un cineasta coraggioso, consapevole e che si sporca le mani (in senso buono). Sembra un grande fan dei b-movie italiani degli anni ’80, dello slasher, insomma, del cinema “artigianale”. Conosce i limiti dell’industria filmica italiana, ha voglia di fare e ha acquisito le competenze per produrre cinema con poco.

Nel mio piccolo, ho avuto esperienza del panorama cinematografico nostrano, delle piccole produzioni, delle difficoltà che un regista, soprattutto senza raccomandazioni illustri alle spalle, deve affrontare per realizzare il suo cinema. È un mestiere duro, spesso ingrato, che può essere perseguito solo muniti di grande passione e amore verso questa arte. Amore che Zanoni pare dimostrare di avere, e per questo ha tutta la mia stima.

Su Tyche production e Green Film poco da dire: sono due piccole case di produzione con pochi titoli alle spalle. Fun fact: visitando il sito delle due società scopro che la voce “chi siamo” è identica, con la sola distinzione che sulla pagina di Green Film è tradotta in inglese. La frase che introduce la pagina è: “una società di produzione cinematografica focalizzata sulla fornitura di lungometraggi di alta qualità sul mercato mondiale”. Che dire? Grandi promesse.

Una trama che sconvolgerà il mondo della narrativa!

Andiamo quindi a vedere di cosa tratta Anatar, questo “lungometraggio di alta qualità”. Premetto che andrò un po’ lungo sulla trama, perché vorrei cercare di mettere in evidenza gli elementi secondo me più esilaranti, facendo anche qualche spoiler… Ma, credetemi, la trama non contiene nessuna finezza di scrittura che valga la pena di mantenere celata.

La storia comincia con delle scritte in sovrimpressione allo spazio aperto, in pieno stile Star Wars della Lidl. Apprendiamo che esiste una popolazione di anatre antropomorfe, dalla tecnologia strabiliante, che lascia il suo pianeta in cerca di luoghi da colonizzare.

A quanto pare hanno finito le risorse. Queste anatre trovano un pianeta fertile, Pandoro, ricco di mele, merce di scambio pregiatissima nel mercato galattico. Il cattivone della nave, Dark Feather (voglio morire), parla con quello che sembra il re di queste anatre, e gli dice che vorrebbe “spennare” la popolazione e appropriarsi delle mele. Prontamente, la principessa Avia, che ascoltava la conversazione da un altro luogo non si sa come, irrompe nella stanza e dice “no”.

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Lei non può lasciare che la crudeltà del cattivone si abbatta sui poveri abitanti di Pandoro e si offre volontaria per una missione diplomatica. Il re si lascia convincere e incarica lo scienziato della nave di trasformare Avia in un essere umano e, munita di traduttore, spedirla su Pandoro a bordo di un uovo. Dark Feather, però, manomette l’astronave-uovo per mezzo di… una cosa che ha in mano… e Avia è costretta a un atterraggio di emergenza che distrugge la nave e il suo traduttore.

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Breve inciso: questa popolazione di anatre parla facendo “quack, quack”, il che non solo rende ridicola ogni conversazione, anche le più concitate (e ce ne sono; in questi casi risate assicurate), ma depotenzia le battute “livello melevisione” degli abitanti della nave spaziale (“Becca questo”; “Sei proprio un pollo”), che sono sottotitolate… il massimo della vita. L’umorismo volontario però non è esattamente ciò che fa ridere di questo film, quindi poco male.

Premio Pulitzer? Ci siamo quasi!

Contemporaneamente, su Pandoro (che non è la terra, attenzione) succedono cose. Pandoro è un pianeta che ospita un villaggio di uomini, i mericani, che sembrano appartenere a una specie di medioevo distopico. Questi, però, allevano dei Neanderthal, che utilizzano e vendono come schiavi, e hanno un sindaco vestito da senatore romano. Non è l’unico villaggio del pianeta, perché chiaramente i mericani sono in conflitto con un altro villaggio, quello dei messicheni, che, come più volte ripetuto durante il film, rubano ai mericani il lavoro… e le donne. Stiamo già volando? Spero di sì.

Già dalla prima inquadratura del villaggio, capiamo che le comparse che interpretano gli abitanti non recitano proprio benissimo e fanno cose un po’ a caso: brandiscono salsicce, si lavano il viso alla fontana, mordono mele, tutto nella maniera meno naturale possibile. Alla Boris, per intenderci. In questo villaggio c’è un outsider, tale Germano.

Mentre tutti hanno modi rozzi, si esprimono urlando, sono ignoranti e razzisti, lui si improvvisa scienziato e inventore (ha teorizzato che il pianeta Pandoro non è piatto, ma semisferico…), ha modi gentili e intenzioni nobili. Tutti però lo discriminano e lo malmenano. La critica sociale è feroce in questo film, vi avverto. Insomma, la principessa Avia naufraga su Pandoro, viene trovata da Germano e i due si innamorano.

“Quack!”

Problemi? Tantissimi. Intanto Avia non ha il traduttore e si esprime starnazzando. Lui non la capisce ma lei capisce lui. Come? Non si sa. La sequenza d’avvicinamento tra i due, in cui imparano a conoscersi – un po’ Tarzan e Jane -, è involontariamente ridicola.

Questo perché il regista prova a conferire serietà a queste scene: c’è una discreta fotografia, i dialoghi tentano di mantenere quantomeno un tono serio… Ma lei fa “quack, quack”! Tra l’altro, il pianeta Pandoro in realtà è il Parco del Cilento, non certo la foresta di Pocahontas. Non c’è nulla di selvaggio, non c’è niente da scoprire. Alberelli, boschetti… sembra il picnic della domenica. E mentre i due giocano in un ruscello e si guardano intensamente, lei fa “quack”. È bellissimo.

Per capire quanto il linguaggio delle anatre risulti ridicolo in questo contesto, basta guardare il trailer, che prova, spero scherzosamente, a mantenere una certa epicità. Al primo starnazzare è finito tutto. Come potrebbe non essere così!?

Tenetevi forte: un umorismo che fa cascare dalla sedia!

Andando avanti veloce, che altro dire? Le battute sono di questo del genere:

“Ti chiamerò Lillà. (Germano a Avia) Allora io vado di là, Lillà”;

“Prendi il mio Neanderthal per fare più in fretta!” (Il sindaco a un suo aiutante) “Come faccio se non riesco a fermarlo?” “Tira il pelo a mano!”.

Louis C.K. fatti da parte, è arrivato il villaggio dei mericani a rubarti il lavoro.

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Lo sviluppo è il più banale che possiate immaginare. Due tiranti narrativi: Dark Feather, il cattivone, in realtà progetta di uccidere il re delle anatre e sua figlia Avia per prendere il potere; la principessa, invece, scopre che la trasformazione in umana non è permanente, e piano piano comincia a riempirsi di piume blu. I mericani la credono una strega e si alleano coi messicheni per darle la caccia.

Non voglio rivelare come finisce la vicenda perché, come avrete capito, questo film è da non perdere. Basti solo pensare che tutto si risolve totalmente a caso e che il finale apre pericolosamente le porte a un seguito.

Parliamone un po’, va…

Anatar è quindi una pellicola involontariamente esilarante, nel quale la povertà della messa in scena e le deliranti idee di scrittura si scontrano con la volontà di raccontare una storia dal carattere epico. Ogni tematica sollevata viene supportata da una retorica ridicola e spiattellata, e ciò sembra avvenire in modo non proprio consapevole.

Nonostante tutto, il film sembra prendersi sul serio. È questo il grande cortocircuito che fa di Anatar un “must see” del trash contemporaneo, e che scatena le risate e l’imbarazzo. È chiaro il tentativo di veicolare un messaggio serio, di cercare di non risultare del tutto una presa in giro, una pochade.

Probabilmente, le ambizioni di questo prodotto erano completamente fuori portata, e questo si evince subito dalla dichiarazione per il lancio del film del produttore (e co-sceneggiatore) Salvatore Scarico:

“Anatar vuole presentarsi come uno degli apri fila di un nuovo genere cinematografico: lo #Spaghetti-Fi. Ci proponiamo di portare in sala e sugli schermi una nuova forma di eredità della parodia all’italiana mantenendo lo spirito ironico di questo genere. Anatar è una commedia brillante, grottesca, fantascientifica e, allo stesso tempo, satirica e osservatrice della realtà. Adatto a grandi e piccoli, il mockbuster di Avatar vi saprà stupire”.

Salvatore Scarico, produttore di Anatar.

Forse un po’ fuori misura?

È proprio a partire da questa dichiarazione che vorrei introdurre con un paio di riflessioni riguardo alla storia produttiva di questa particolare pellicola.

Una delle impressioni più nitide che ho sviluppato nei confronti di Anatar è quella di un oggetto cinematografico difficilmente collocabile. Non è sicuramente una commedia brillante o grottesca, perché il materiale narrativo è così volutamente caricaturale da rendere quasi impossibile prenderlo sul serio. È quindi una parodia? Non credo somigli neanche a quello.

Quella che Scarico chiama “eredità della parodia all’italiana” non è sicuramente visibile in questo film. Questo perché la condizione d’esistenza di una parodia è il fatto di non prendersi mai sul serio, e questo film sembra proprio farlo, quantomeno nelle fasi centrali della narrazione. Certo, ci sono tanti siparietti comici al limite del demenziale, ma la storia che Scarico descrive, un po’ correndo con l’immaginazione, “una grottesca fiaba moderna sull’accettazione di ciò che è diverso da noi” sembra rispondere alla funzione di veicolare una morale. Di costruire, non di decostruire.

Parodia, Speghetti-Fi? No grazie

Non serve una lezione sulla parodia per capire che la caratteristica principale di questa materia è la riproposizione in chiave ironica di certe strutture e contenuti, con lo scopo di mostrarne contraddizioni e limiti.

Film come Una pallottola spuntata, o gli italiani Il silenzio dei prosciutti e Chicken Park, a tutti gli effetti parodie, ironizzano continuamente sui topos e sulle caratteristiche narrative della materia di riferimento. In Anatar sembra proprio che la relazione con le strutture di rimando non risponda allo scopo di prendere in giro, bensì di imitare male o cercare di copiare a basso budget. L’ironia, che dovrebbe essere il punto centrale di una parodia, viene continuamente frenata.

Su “Spaghetti-Fi” c’è poco da commentare: il paragone con il genere spaghetti western non regge. Questo infatti, non consiste nella riproposizione a basso budget di trame tipicamente americane.

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Lo spaghetti western acquisisce identità proprio per alcuni elementi che sovvertono quelle trame: il protagonista è spesso un antieroe; viene meno l’opposizione tra indiani (non più necessariamente antagonisti) e cowboy; scompare l’esaltazione della fondazione della società americana e del mito del west (che viene invece dissacrato); il dualismo forze del bene/forze del male appare molto sfumato. Questi sono i canoni dello spaghetti western.

Non si tratta di western a basso budget che scimmiottano il cinema americano! Quelle sono le parodie! Che comunque, come abbiamo visto, hanno anch’esse caratteristiche differenti da quelle del film in questione.

Anatar è a tutti gli effetti un mockbuster, e nient’altro: un film che sfrutta il successo di un blockbuster americano, utilizzando un titolo simile o richiamando elementi distintivi di quella pellicola per ritagliarsi uno spazio nel mercato; analogamente a film tipo Alien 2- Sulla Terra di Ciro Ippolito.

Film senza pretese, spesso di scarsa qualità, che sfuttano un espediente per portare pubblico in sala. Esperimenti commerciali. Con questo non voglio affermare che questo genere di film non possegga una sua dignità, voglio semplicemente porre in evidenza la loro ragion d’essere.

Forse, con questa sceneggiatura, le ambizioni dovevano essere altre…

Alla luce della dichiarazione di Scarico e vista la sua filmografia da produttore, costellata di solite commedie italiane “caciarone”, tutte equivoci e battute strillate, mi chiedo: è possibile che abbia provato a dare un’impronta del genere anche ad Anatar? Che abbia provato a trasformare quello che sarebbe dovuto essere uno z-movie in una sorta di Benvenuti al Sud con le anatre, con tanto di umorismo “Colorado Cafè friendly”?

Certo è che non esiste un’accezione tra quelle che Scarico ha voluto affibbiare ad Anatar che trovi effettivo riscontro nel film. Se dovessi dare io una sua definizione direi che ci troviamo di fronte a una via di mezzo tra un mockbuster e un discutibile film per ragazzi.

È chiaro che un produttore abbia interesse a pompare il suo film il più possibile, anche oltre le sue potenzialità. Forse, però, è proprio lo spirito col quale questo progetto è stato venduto l’aspetto più controverso della vicenda.

È evidente che vi siano elementi discordanti in questo prodotto, che lo rendono una sorta di ibrido cinematografico, a mio parere, malriuscito. Un film che si prende sul serio quando non dovrebbe, sviluppando tematiche retoriche e banali con superficialità, presentando personaggi stereotipati con la pretesa di donargli spessore e complessità, utilizzando gli strumenti della parodia in modo confuso e poco motivato.

Infine, Anatar è quello che è: una perla per gli amanti degli z-movie!

Quindi veniamo alla conclusione: perché è interessante Anatar? Beh, perché in parte è espressione di una confusione produttiva che caratterizza spesso le piccole produzioni italiane, soprattutto quando hanno mire internazionali.

Perché la sua storia produttiva e distributiva racconta uno spaccato del cinema italiano che parla di un aspetto cruciale del nostro paese, e cioè come spesso vi sia una separazione netta tra chi investe e chi realizza, tra chi ha in mano i soldi e prende le decisioni e chi queste decisioni le subisce. Ma soprattutto perché tutta questa confusione, alla fine, strappa un sacco di risate.

Insomma, il risultato finale, secondo me, è una piccola perla per gli amanti del cinema di serie z: un trash movie a tratti involontario, con una storia folle, alcune perle di scrittura di rara bruttezza e dei cortocircuiti narrativi e di messa in scena davvero esilaranti. Per tutti gli “autolesionisti” che apprezzano questo genere di cinema: radunate i vostri fedeli compagni; il divertimento è assicurato.

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