lucio battisti bianchi

Gli album bianchi di Lucio Battisti (1988-1990)

Secondo episodio di analisi degli album bianchi di Lucio Battisti

di Niccolò Bargellini

Un cambio di strategia

Dopo il successo di ‘Don Giovanni’ (1986), Battisti pubblica nel 1988 ‘L’apparenza’, sempre con i testi di Pasquale Panella e coadiuvato da due session-men britannici, Mitch Dalton e Robin Smith (anche nel ruolo di produttore).

A differenza del disco precedente, dove i testi vennero scritti su musiche composte precedentemente, qui è l’opposto: le musiche vengono composte su testi già preparati da Panella, un metodo di lavoro inusuale per Battisti e di cui il disco risentirà (per me, in negativo). Aspetto tecnico-compositivo a parte, in ‘L’apparenza’ Battisti porta avanti il progetto iniziato con l’album precedente. La copertina quasi completamente bianca ritrae una credenza stilizzata, disegnata da Battisti stesso.

battisti apparenza

La ‘tattica’ però non ripaga

‘L’apparenza’ è molto meno convincente di ‘Don Giovanni’: complice senz’altro anche il nuovo metodo di scrittura dei brani, la componente strumentale non riesce mai ad emergere sulla voce di Battisti. Il risultato è un album dal sapore troppo cantautoriale, troppo ‘impostato’, dove i ritmi sono sempre rilassati e morbidi, senz’altro raffinati ma a tratti quasi soporiferi: in brani come ‘Specchi opposti’ e ‘Allontanando’ si regredisce quasi al lento sanremese.

L’unico brano di respiro più internazionale è forse ‘Lo scenario’, con qualche intuizione à la Stevie Wonder. Le sonorità elettroniche sono molto penalizzate, forse troppo asservite ai testi, a differenza del precedente dove l’equilibrio tra le due scuole musicali rappresentava il vero punto di forza dell’opera.

L’album comunque ottiene un discreto successo (più di 400mila copie vendute), anche se inferiore all’album precedente: un trend che diventerà comune anche per i restanti ‘album bianchi’, ognuno di popolarità decrescente rispetto al precedente.

Battisti veicolo
Battisti paparazzato alla guida

Una sposa britannica

Dopo altri 2 anni di pausa e di silenzio, in cui Battisti fugge i riflettori (una sua prassi sino dagli anni ’70), vede la luce ‘La sposa occidentale’ (1990), che vede il ritorno di Greg Walsh come produttore. A differenza dei due album precedenti, ‘La sposa occidentale’ non viene pubblicato per l’etichetta Numero Uno ma per la CBS, un’altra storica casa discografica italiana.

Come per il precedente, la copertina completamente bianca presenta come unico segno distintivo il disegno stilizzato di un quadro, sempre opera di Battisti. Più incisivo del precedente, il disco vede anche un riaffiorare notevole dell’elettronica e la completa rimozione degli archi: il disco mescola quel tardo synth-pop anni ’80 quasi tendente al discotecaro e alcune intuizioni di sonorità eurodance più tipiche degli anni ’90.

Qua e là non manca qualche riferimento ai toni soffici del mondo new age e dell’acid house più eterea in stile 808 State. È chiaro come Battisti abbia speso questi anni ad ascoltare in maniera accurata quello che proveniva dalla scena inglese dell’epoca, dai New Order fino ad arrivare a certe sonorità in stile Madchester, piuttosto insolite per un uomo della sua età.

battisti sposa

Transizione di bianchi

Di ‘La sposa occidentale’ vale la pena menzionare la titletrack, il brano più di successo del disco, costruito interamente con strumentazione elettronica e che ricorda le atmosfere di ‘Don Giovanni’, e ‘I ritorni’, un bell’esempio di lento elettronico non soporifero e con qualche rimando all’ambient house. L’impressione è che sia ‘L’apparenza’ sia ‘La sposa occidentale’ siano quasi album di transizione: da un lato c’è sì il cambiamento del processo compositivo precedentemente menzionato, dall’altro c’è forse anche un cambio di tendenze all’interno del mondo della musica elettronica.

Il caro vecchio synth-pop è ormai un rottame storico a fine anni ’80, mentre la musica propriamente da discoteca sta virando su altri generi come la musica house e techno, più immediati e spesso dai suoni volutamente sporchi. Inoltre, senza nulla togliere alla creatività di Battisti, l’artista si trova già dal 1986 al di fuori della sua ‘comfort zone’ e voler tenere il passo con una scena contemporanea così distante sotto molteplici punti di vista può solo che rendergli onore.

battisti

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