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Tradotti & Traditi: storia di una traduzione poco onesta

Un mestiere antico e ricco di fascino

di Barbara Ercoli

Il compito di un traduttore passa spesso in secondo piano quando tutto fila liscio – resa dei personaggi perfetta, traslitterazione impeccabile, irreprensibile contestualizzazione.

I riflettori si spostano quando quest’ultimo commette uno sbaglio, e non importa quale sia la gravità dell’errore, il punto è che non è stata resa giustizia.

Volendo infierire ancora di più, potremmo dire che sbagliare la traduzione del titolo è, senza alcun dubbio, il peccato più grave.

Non si giudica un libro dalla copertina, verissimo.

Si giudica un libro dal titolo, ancor più vero.

Al primo posto nella classifica dei titoli spregevolmente tradotti, Delitto e castigo, autore Fëdor Dostoevskij.
Un classico intramontabile il cui titolo italiano non corrisponde esattamente all’originale, sembra infatti che la prima traduzione non fu ripresa dal testo in russo ma dalla sua traduzione in francese. Il titolo autentico, Преступление и наказание, significa letteralmente “Delitto e pena” ma la traduzione francese di Victor Derély (1884) era intitolata  Le crime et le châtiment. Châtiment in italiano si traduce con “castigo”.

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Fëdor Dostoevskij

Nulla di così grave probabilmente, tranne per il fatto che questo dettaglio ci ha impedito per anni di godere del voluto riferimento a un noto saggio tutto italiano:  Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, ma è davvero poco probabile che Dostoevskij si sia mai preso la briga di leggere la sua opera tradotta in italiano. Nessun colpo al cuore per lui, quindi.

Scivola al secondo posto La metamorfosi di Kafka. Partendo da un’analisi linguistica, la parola metamorfosi in tedesco esiste ed è metamorphose, traduzione intuibile anche ai non addetti ai lavori. Detto questo, sarà scioccante, per chi non abbia mai avuto tra le mani la versione originale, scoprire proprio oggi che il titolo tedesco non è Metamorphose ma Die Verwandlung, tradotto più letteralmente con “il mutamento”. Nulla di grave anche qui, termini con significati non propriamente distanti l’uno dall’altro.

L’unica discordia di questa traduzione potrebbe rivelarsi nel momento in cui si legge la prima pagina del libro. Il verbo che chiude la primissima frase è nientemeno che verwandeln (mutato/cambiato) e la parola metamorfosi, di fatti, non ricorre mai nel testo originale. Anche in questo caso nessuna tragedia, l’unica nota dolente potrebbe essere che gli spagnoli abbiano, secondo la pubblica giuria, tradotto più fedelmente La transformación.

Terzo posto per un libro che parte già svantaggiato, resta nell’ombra fin quando quel genio di Kubrick decide di farci un film – A clockwork orange, di Anthony Burgess. La prima traduzione italiana a cura di Floriana Bossi non entusiasma la critica, Un’arancia a orologeria un po’ troppo letterale (l’esatto opposto della Metamorfosi di prima). Per fortuna, dopo qualche anno, l’influenza cinematografica salva la faccenda regalando al titolo di quest’opera tutt’altro sapore. Salvato in calcio d’angolo.

L’aspra critica al lavoro del traduttore si stravolge se la lettura avviene in chiave diversa.

Dire, ad esempio, che non sempre l’infedeltà è deleterea fa così tanto anarchico?

Tradurre deriva dal latino traducĕre e significa trasportare, trasferire quindi, mentre attraversiamo un confine linguistico trasportiamo, trasferiamo un significato e la traduzione, per antonomasia, rappresenta l’arricchimento di quest’ultimo.

E se in una traduzione non fedelissima quel qualcosa si reinventasse?

Certo, si verrebbe meno all’intenzione dell’autore primordiale, ma in fondo chi legge sa bene che quel che sta leggendo è stato scritto da qualcun altro. Perché una traduzione infedele dovrebbe essere necessariamente umiliata? E se fosse migliore dell’originale? E se senza quello stravolgimento certi libri o film non fossero mai sopravvissuti?

Siamo così sicuri che “La luce eterna di una mente immacolata” avrebbe riscosso più successo di quanto abbia potuto fare “Se mi lasci ti cancello?”.

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