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ARTICOLO
cover lucio battisti ornella vanoni

Parola d’ordine: cover. Da Lucio Battisti a Ornella Vanoni

Quando a copiare sono gli altri

Il grande periodo delle cover

Negli anni 60 e 70 la musica pop italiana ebbe un significativo boom, i juke box erano ovunque e le case discografiche sfornavano artisti e hit una dopo l’altra. Un po’ per mantenere la qualità alta, un po’ per stare al passo di questo ritmo frenetico, spesso e volentieri gli artisti nostrani ricorrevano alle cover di successi stranieri, soprattutto inglesi o americani, si pensi ad esempio a Scende la pioggia di Morandi, cover di Elenore dei Turtles o a Sognando la California dei Dik Dik, ripresa da California dreamin’ dei Mamas & Papas.

All’epoca poi internet era ben lungi dall’essere inventato, per cui l’ascoltatore italiano medio il più delle volte ignorava l’esistenza del brano originale, al punto che c’era anche chi – come fece Celentano con Pregherò – nemmeno dichiarò che la musica usata era quella di Stand by me. Altri tempi, insomma.

Eppure noi italiani non siamo stati i soli ad attingere ai canzonieri fuori confine: sono tanti i successi in salsa tricolore a essere stati tradotti in varie lingue da artisti più o meno noti. In mezzo a questo mare magnum di cover però si nascondono delle piccole perle. 

Abbiamo selezionato le cinque a nostro avviso più incredibili. 

Preparatevi.

cover
Foto da Discogs
  1. Elvis il “napoletano”

All’inizio degli anni ’60, il King del Rock’n’roll Elvis Presley sembra discostarsi per un attimo dal suo viscerale amore per il blues e la musica tradizionale afroamericana, per rivolgere il suo sguardo verso la nostra penisola. Per gli americani si sa, l’Italia s’identifica con Napoli ‘pizza e mandolino’ e dunque Elvis decide di rifare niente meno che ‘O sole mio, caposaldo della canzone napoletana reso celebre in America dal tenore Mario Lanza.

In realtà Elvis s’ispirò anche a un precedente meno noto: il cantante Tony Martin nel 1949 aveva infatti inciso una versione americana del brano dal titolo There’s no tomorrow. Ad ogni modo Elvis se la ricuce addosso, fa riscrivere il testo e nasce così la celebre It’s now or never

Il brano su cui vogliamo soffermarci però non è questo.

Nel 1961, un anno dopo ‘O sole mio è la volta di Torna a Surriento. Insomma Elvis pare averci preso gusto. Anche in questo caso il testo viene totalmente cambiato, così come l’arrangiamento, ma stavolta nel riecheggiare l’originale si va oltre l’adattamento metrico: si cerca l’assonanza. Surriento, diventa allora Surrender: il significato è diverso, eppure suona come l’originale. Un po’ come quando Vasco Rossi trasforma il verso this party’s over degli An Emotional Fish ne Gli spari sopra. Ma questa è un’altra storia.

La cappella di Neil Sedaka

Non siate maliziosi, è inteso come cappella della Chiesa, senza nessun doppio senso. Forse.

Neil Sedaka è un nome che alle nuove generazioni dirà poco, ma negli anni ’60 era una vera star sia nella sua patria, gli Stati Uniti, sia qui in Italia, grazie al successo del brano Oh Carol! cantata con la sua voce da sbarbatello post-adolescente. Forse grazie a questo successo, la produzione di Sedaka comprende sia brani cantati proprio in italiano, sia traduzioni di successi italiani.

Tra queste ultime c’è una cover di In ginocchio da te di Gianni Morandi che nella sua versione, incisa nel 1964, diventa In the chapel with you, ossia “Nella cappella con te”. Il senso del testo generale è simile a quello di Morandi, c’è un ragazzo che vuole riconquistare la sua ex, che nel frattempo si è messa con un altro. Anche Neil come Gianni s’inginocchia, ma – non è chiaro perché e forse nemmeno lo vogliamo sapere – insiste per appartarsi con lei nella cappella. 

I’m bended knee/ now I’m beggin’ to you/ Let it be me in the chapel with you”.

Ooooook.

  1. Frida: Il grado di separazione fra gli ABBA e i Cugini di Campagna

Anni-Frid Lyngistad, meglio nota come Frida, e ancora meglio nota come “la mora degli ABBA”, è un’artista dalla storia travagliata: di origine norvegese e non svedese, la sua venuta al mondo fu compresa nell’inquietante Lebensborn, il programma di eugenetica e selezione delle nascite ideato dai nazisti durante la guerra.

Dopo la caduta del Reich, sua madre fu per questo bollata come traditrice della patria e costretta a ripiegare in Svezia, dove morì quando Frida aveva solo due anni.  Cresciuta da sua nonna in un mondo finalmente pacificato, la ragazza poté ben presto coltivare le sue velleità artistiche, fino a raggiungere il culmine del successo con il quartetto svedese più famoso del mondo, gli ABBA.

Nel 1975, in una pausa dall’attività del gruppo, incide un album da solista, Frida Ensam, che contiene diverse cover, spaziando da Life on Mars? di Bowie, a brani di Drupi e Loretta Goggi. Tra le perle del disco c’è però Ett liv i solen, cover in lingua svedese della hit dei Cugini di Campagna Anima mia.

In tutto ciò la bionda degli Abba, Agneta Fältskog, non fu da meno, e ripropose anche lei in svedese brani italianissimi come Era bello il mio ragazzo di Anna Identici e Vagabondo di Nicola di Bari.

Mamma mia, here we go again.

  1. Mick Ronson, Bowie e Lucio Battisti.

Nel 1973, David Bowie insieme a una manciata di amici tra cui il fedelissimo chitarrista Mick Ronson, si concedono un periodo di vacanza in Italia, fermandosi per qualche giorno a Roma.

In questo periodo, Ronson viene in qualche modo sovraesposto alle radio nostrane che trasmettono senza posa i due maggiori cantautori del periodo: Claudio Baglioni e Lucio Battisti. L’ascolto di Io vorrei… non vorrei… ma se vuoisembra aprirgli nuovi mondi, Ronson impazzisce per quel brano e vuole assolutamente farne una cover. Certo, il testo va riscritto, non ha intenzione di cantarla in italiano. E se sei in vacanza con un signore di nome Bowie, che fai, non glielo chiedi a lui di scriverne il testo? E allora a che servono gli amici?

Bowie accetta e firma dei versi nuovi zecca per il brano di Battisti che diventa così Music is lethal, “la musica è letale”. Al posto di versi delicati come “Dove vai, quando poi resti sola, il ricordo tu lo sai non consola”, troviamo immagini da bassifondo tipicamente bowiano come “Mulatto hookers, cocaine bookers” e “troubled husbands”. 

Non contento Ronson si fermerà in Italia più a lungo del carrozzone di Bowie e un anno dopo, nel 1975, inciderà un’altra cover piuttosto singolare: The empty bed, rifacimento di Io me ne andrei di Claudio Baglioni. Stavolta il testo però se lo scrive da solo, il suo rapporto quasi simbiotico con Bowie cominciava già a deteriorarsi. Persino sua moglie, in un’intervista rilasciata anni dopo la morte di Ronson, ha affermato che seppur firmato ufficialmente da Bowie, il testo di Music is lethal era in realtà in gran parte suo. Verità o mitomania? Chi può dirlo. 

Accontentiamoci di sentire la canzone.

  1. Robert Plant e Ornella Vanoni

Ed eccoci giunti alla chicca delle chicche.

Siamo nel 1967 e Robert Plant è un diciannovenne inglese che cerca di farsi strada nel panorama rock-blues del suo Paese. Non ci riesce subito, e forse neanche immagina che di lì a qualche anno diventerà il cantante di una delle rock band più famose e amate del mondo: i Led Zeppelin.

Per il momento si limita a entrare e uscire da diverse band e prendere contatti con la CBS, casa discografica inglese. Proprio alla CBS è da poco giunta alle orecchie una canzone che in Italia sta avendo un successo incredibile: La musica è finita, scritta da Franco Califano, musicata da Umberto Bindi e cantata da Ornella Vanoni. Se in Italia è andata così bene perché non farne una cover in inglese? Si domanda la CBS. E allora si ricordano di questo giovane artista dalla voce graffiante. Robert Plant accetta e pubblica finalmente il primo 45 giri uscito a suo nome. 

Il titolo è Our song, ed è una cover di Ornella Vanoni.

Il brano non ebbe successo, ma per fortuna Plant non si arrese e proseguì lungo la sua strada.

C’è una morale in questa storia? Chissà, però ecco, se qualche etichetta vi proponesse di fare cover di Mino Reitano, fossi in voi accetterei.  

Non si sa mai.

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