manicomi

I manicomi: testimonianze delle disumane terapie utilizzate

Si va in manicomio per imparare a morire (Alda Merini)

di Daniela Castiglia

Le persone rinchiuse all’interno dei manicomi perdevano lentamente la propria identità. Non erano considerati degli esseri umani, ma dei numeri, costretti a vivere in condizioni disumane. Sviluppavano i sintomi della Sindrome dell’allontanamento Sociale a causa della deprivazione della socialità, dei propri affetti esterni. Le abilità sociali, interpersonali e comportamentali deterioravano giorno dopo giorno. Le terapie utilizzate per la “cura” degli internati erano raccapriccianti e completamente inutili. Luoghi di tortura legalizzati.

Breve storia dei manicomi

Nell’antichità la malattia mentale era ricondotta a forze soprannaturali e per questo veniva curata mediante rituali religiosi. Nel Medioevo le persone che avevano comportamenti bizzarri, erano considerate possedute. Le donne molto spesso venivano messe al rogo, per fare in modo che l’anima si liberasse dal corpo.

Con l’avvento dell’età classica questi comportamenti bizzarri iniziarono ad essere considerati da un punto di vista sociale. Queste persone rappresentavano una minaccia e bisognava tenerli lontano dai cittadini. Nel XVII secolo nasce la psichiatria e si comincia a indagare sulle malattie mentali, allora incomprensibili, attraverso l’uso di metodi disumani.

Nascono le case di internamento dove venivano rinchiusi non solo le persone che soffrivano di malattie mentali, ma anche i poveri, i mendicanti, i criminali, i dissidenti politici, le prostitute e tutti colori che, secondo la mentalità di allora, arrecavano danno alla società. Non erano case di cura, le persone non venivano curate, ma spogliate della loro dignità, e costrette a vivere in condizioni disumane e costrette a subire trattamenti come la lobotomia, l’elettroshock, le docce fredde, l’insulino-terapia. Le terapie consistevano nella segregazione nei letti di contenzione, per ore, giorni, settimane e anche mesi.

I colloqui e le visite mediche non erano previste. Gli internati non potevano avere contatti con l’esterno, con i propri affetti, andando così incontro al deterioramento mentale e anche fisico.

“La gran parte dei reclusi non erano folli, erano persone che volevano esprimere qualcosa e cadevano nella follia quando questo veniva loro impedito..I medici non toccavano nemmeno i pazienti, li analizzavano da lontano toccandoli con una penna o con le chiavi.” (Anna Marchitelli, Pizzimenti, 2018)

Le terapie utilizzate nei manicomi e le testimonianze

Le terapie che venivano utilizzate all’interno dei manicomi erano terribili e devastanti. L’elettroshock prevedeva l’induzione di convulsioni nel povero malcapitato, mediante il passaggio di corrente elettrica attraverso il cervello.

elettroshock manicomio

In quel manicomio esistevano gli orrori degli elettroshock […] La stanzetta degli elettroshock era una stanzetta quanto mai angusta e terribile […] Ci facevano una premorfina, e poi ci davano del curaro perché gli arti non prendessero ad agitarsi in modo sproporzionato durante la scarica elettrica. L’attesa era angosciosa. Molte piangevano. Qualcuna orinava per terra.
Una volta arrivai a prendere la caposala per la gola, a nome di tutte le mie compagne. Il risultato fu che fui sottoposta all’elettroshock per prima, e senza anestesia preliminare, di modo che sentii ogni cosa. E ancora ne conservo l’atroce ricordo.” (Alda Merini)

Alda Merini viene rinchiusa contro la sua volontà nel 1961 nell’Ospedale Psichiatrico “Paolo Pini” di Milano. Nel 1962 inizia un difficile periodo di silenzio e di isolamento che dura fino al 1972, con alcuni sporadici ritorni a casa, tra la sua famiglia. Quando uscì dall’ospedale psichiatrico la sua persona ne risentì profondamente, al punto che la sua vita ruotò perennemente attorno all’incubo del manicomio.

alda merini durante la sua permanenza nel manicomio
Alda Merini

Nel 1979 Alda ritorna definitivamente a casa. Ricomincia a scrivere, racconta la sua esperienza, gli orrori e le torture subito all’interno del manicomio. Negli ultimi anni di vita ritorna nella sua amata Milano per gridare al mondo ciò che aveva subito. Le umiliazioni, le offese, i soprusi e i 46 elettroshock a cui è stata sottoposta.

La lobotomia era un intervento chirurgico vero e proprio, dove veniva interrotta la connessione delle fibre nervose del lobo cerebrale con le altre sezioni del cervello. Secondo Moniz e Freeman, entrambi medici, questa procedura poteva eliminare lo stress legato alle emozioni.

la lobotomia applicata nei manicomi
Vignette apparse nel 1947 sulla rivista Life. Illustrano i presunti benefici della lobotomia frontale servendosi delle intuizioni della teoria freudiana.

Rose Marie Kennedy, terza figlia di Joseph P. Kennedy e Rose Fitzgerald, è stata sottoposta all’età di ventitré anni, alla lobotomia dal dott James Watts. Il padre si lamentò con i medici degli sbalzi di umore della figlia e della sua condotta sessuale libera e disinvolta. I medici consigliarono quindi la lobotomia. Più tardi si scopre che l’intervento è avvenuto senza anestesia. Rose Marie venne ridotta a uno stato vegetativo, diventò incontinente e trascorreva le ore a fissare le pareti. Le sue abilità verbali si ridussero a parole senza senso. Perde anche l’uso del braccio e camminava a fatica, tanto da dover essere confinata su una sedia a rotelle per il resto della sua vita. È stato pubblicato un libro sull’incredibile storia di Rose Marie Kennedy.

“Il manicomio è una grande cassa di risonanza

E il delirio diventa eco,

l’anonimità misura,

il manicomio è il monte Sinai,

maledetto, su cui tu ricevi

le tavole di una legge

agli uomini sconosciuta.”

Alda Merini

Riproduzione Riservata ®

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