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Roy Paci

Roy Paci: l’ecletticità in musica

Intervista al Re della tromba

Roy Paci: una vita per la musica

Produttore, cantante, compositore, trombettista. Un vulcano di energia tradotta in musica. La carriera di Roy Paci è permeata di mescolanza tra generi differenti. Ha portato i suoi sound in giro per il mondo contaminandoli con quelli che trovava nei vari paesi. Sempre alla ricerca di sperimentazioni non si è mai fermato e ha fatto dell’arte la sua vita.

Roy come nasce la tua passione per la tromba?

Ho iniziato a suonare da bambino, inizialmente il pianoforte. Poi il Maestro si ammalò, e mio padre mi portò a scegliere un altro strumento. Tra tutto l’archivio che mi si presentò davanti ebbi un vero e proprio colpo di fulmine per la tromba e da quel momento non l’ho più abbandonata. E’ stata una vera e propria compagna di vita e mi ha letteralmente protetto. Ha fatto sì che io non finissi nella rassegnazione come tanti ragazzi del mio paese. Ho avuto però anche coraggio. Mi sono imbattuto in varie avventure internazionali fin da giovanissimo, a cominciare dal viaggio in interRail che feci a 16 anni. In quell’occasione cominciai a suonare per strada e a vivere di musica.

Una carriera internazionale

Anche quella la devo alla dose di coraggio al quale ho attinto tante volte nella mia vita. “Un colpo di testa” mi portò a vivere nel ’90 in Sud America per tre anni. Al rientro in Italia ho avuto importanti occasioni lavorative. Ho iniziato a collaborare con tantissimi gruppi e arrangiare i fiati, nel ’99 arrivai addirittura a suonare con 15 formazioni diverse. Quello è stato un anno davvero intenso, con 316 date.

Se dovessimo decifrare la tua carriera con una parola questa sarebbe sicuramente contaminazione. Ma c’è una corrente musicale che ti identifica o alla quale sei più legato?

Con il progetto Roy Paci & Aretuska ero legato al filone della patchanka. Ma non mi sono mai sentito influenzato in maniera radicale da una corrente. Ho sperimentato molto, dall’elettronica all’improvvisazione radicale arrivando addirittura a incidere un disco di marce funebri.

Nel 1996 fondi “Etnagigante”, la tua etichetta discografica indipendente

Avevo il desiderio di produrre tutti colori che non avevano la possibilità di farlo, e senza badare al genere musicale. Quand’ero piccolo ascoltavo una radio che prendeva tutte le frequenze del Mediterraneo, sono quindi cresciuto così, ascoltando la musica greca, egiziana…e ho assimilato tutta quella “contaminazione”. Sono aperto a tutti i generi, anche la trap che è la forma in voga in questi ultimi anni ci fa comprendere i tempi che corrono.

Tu hai viaggiato molto. Le tue esperienze internazionali come ti hanno cambiato sia dal punto di vista umano che dal punto di vista professionale?

Sono diventato un uomo più equilibrato. Il viaggio ti smussa gli angoli del tuo carattere, l’incontro con altre culture ti apre ad altre visioni. L’Africa per esempio è un continente al quale sono molto legato, mi ha mostrato dei lati estremamente diversi dall’Occidente. Quando sono arrivato in Senegal cercavo di spiegare la parola “malizia” perché loro non avevano una vocabolo corrispettivo. E soprattutto queste esperienze mi hanno reso “libero”.

Qual è la differenza che hai riscontrato tra il Sud America e l’Italia?

Ora le cose sono cambiate tantissimo. Paesi che erano indietro rispetto al nostro oggi hanno avuto un’evoluzione importante. Il problema dell’Italia è che molto spesso si guarda solo nel proprio recinto. In campo musicale stanno arrivando delle novità davvero interessanti da paesi come l’Angola per esempio, lo stesso dai paesi arabi. Ultimamente il successo di Burna Boy ha dimostrato quanta strada è stata fatta in alcune aeree del mondo che fino a pochi anni fa non erano neanche prese in considerazione.

ll tuo ultimo successo si chiama “Happy Times”. Te l’aspettavi?

Happy Times sta riscuotendo davvero un grande successo e sono molto soddisfatto. Si tratta di un progetto con il quale conto di ritornare all’estero. Sono stati anni di fermo e ho voglia di ripartire con tour internazionali, inserire l’Italia come tappa senza presidiarla in assoluto.

Tu sei stato sempre in prima linea per la difesa dei diritti e hai supportato tematiche sociali come per esempio la lotta alla mafia. Secondo te l’arte può scuotere le coscienze?

Sì assolutamente. Ma ultimamente vedo un’allontanamento da queste tematiche. Bisogna fare attenzione perché il male è come una calamita, può tornare indietro. C’è bisogno di più presa di coscienza.

Ti vedremo a Sanremo 2023?

Non lo so…

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