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reilly durutti column

Vini Reilly e i suoi Durutti Column (1980)

Un gruppo ‘minore’ dall'esordio influente

Dopo Joy Division e New Order…

Abbiamo già parlato diverse volte (qui, qui e qui) di alcune band gravitanti intorno alla Factory Records, storica etichetta indipendente di Manchester, principalmente i Joy Division e il loro atto continuativo, i New Order. Nel continuare questo viaggio, vale senz’altro la pena parlare anche di gruppi ritenuti impropriamente minori come i Durutti Column, comunque tra i primi gruppi a firmare un contratto con la neonata Factory Records nel 1978.

Per volere di Tony Wilson e Alan Erasmus, i fondatori dell’etichetta, i Durutti Column vengono assemblati unendo membri provenienti da diversi gruppi locali, ma essenzialmente l’unico membro stabile del gruppo rimarrà il chitarrista Vincent ‘Vini’ Reilly e il gruppo può essere considerato un suo progetto solista, con l’aiuto di volta in volta di diversi turnisti.

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Reilly in uno scatto recente

Una band situazionista

Come era moda nell’Inghilterra dell’epoca, Wilson sceglie un nome dall’evocativo significato politico per il gruppo: la colonna ‘Durruti’ era una brigata anarchica attiva durante la guerra civile spagnola e capitanata da Buenaventura Durruti (ndr.: Wilson storpiò volontariamente ‘Durruti’ in ‘Durutti’), morto probabilmente per fuoco amico durante la battaglia di Madrid. La colonna venne poi citata più volte in diversi manifesti dell’Internazionale Situazionista e da uno di questi Wilson ricava il titolo dell’album di esordio del gruppo, ‘The Return of the Durutti Column’ (archiviato come FACT-14 nell’omnicatalogo della Factory).

Sempre richiamandosi a un’immagine situazionista di un libro rilegato in carta vetrata e che quindi rovina ogni altro libro con cui è posto a contatto, Wilson immagina proprio una copertina beige in carta vetrata per l’edizione in vinile, fatto che costringe i rivenditori a esporre l’album separatamente. Nelle ristampe successive, la copertina ritornerà di normale cartoncino.

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La copertina di ‘The Return of the Durutti Column’

Un esordio ‘stonato’

Registrato nell’estate del 1979 e pubblicato a gennaio del 1980, l’esordio dei The Durutti Column stona completamente con quello che la Factory aveva pubblicato precedentemente e con quello che il pubblico inglese dell’epoca va cercando. Malgrado la sua militanza in diversi gruppi punk, Reilly opta per sonorità pulite, raffinate ed eteree, più vicine al dream pop e al jingle jangle che faranno tendenza in Inghilterra verso metà anni ’80.

Un’ulteriore scelta anticommerciale è quella di includere solo brani strumentali nell’album: il cinguettio degli uccelli all’inizio dell’album è la cosa che più si avvicina a una voce umana, oltre alla chitarra di Reilly ovviamente. Circondata solo da una drum machine e da un basso elettrico, la chitarra elettrica di Reilly sostiene titanicamente brani metaforicamente fragili, volutamente scarni ma tremendamente immaginifici.

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Tracce varie e assortite

Vale la pena citare alcuni pezzi come la opener ‘Sketch for Summer’, un manifesto del dream pop dal sapore quasi tropicale e la quasi gotica ‘Requiem for a Father’. ‘Jazz’, più movimentato della media, sembra anticipare di vent’anni gli American Football e mostra un Reilly a suo agio anche con generi non propriamente di musica popolare. A ‘Conduct’ manca solo una voce per diventare uno standard pop rock. È giusto ripetere ancora una volta che quest’album è un piccolo compendio di stilemi che avrebbero fatto furore nella scena pop inglese per i 10 anni a venire, ed è esattamente per questo motivo che merita di essere apprezzato e studiato.

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A buon rendere…

Negli album seguenti, Reilly si avvicinerà sempre di più al pop da camera, con soluzioni raffinate e complesse, per poi sconfinare brevemente nell’acid house con ‘Obey the Time’ (1990). La carriera dei The Durutti Column continua ancora oggi, anche se l’ultimo album in studio è stato pubblicato nel 2012. Reilly resta tra i chitarristi più personali della sua generazione, giustamente omaggiato e lodato da altri chitarristi come Johnny Marr (The Smiths), per i quali è stato tremendamente influente.

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