Una Buona Novella
ARTICOLO
Sarah I. Belmonte La pittrice di Tokyo

Intervista a Sarah I. Belmonte e la sua “Pittrice di Tokyo”

Alla scoperta di O'Tama Kiyohara in uno splendido romanzo

Sarah I. Belmonte
Sarah I. Belmonte (Fonte: Instagram)

La forza delle donne tra battaglie per la libertà e l’indipendenza intellettuale

Sarah I. Belmonte è l’autrice del romanzo “La pittrice di Tokyo”, pubblicato da poco per Rizzoli. Racconta la storia di O’Tama Kiyohara, vissuta a cavallo tra ‘800 e ‘900 e divisa tra Palermo e Tokyo. Il contesto storico che fa da sfondo a questo racconto è precisamente quello degli anni ’30. Le sue vicende si intrecciano a quelle di un’altra protagonista: Jolanda. E’ la storia di due donne forti.

Sarah come nasce l’idea di raccontare la storia di O’Tama Kiyohara?

Mi sono innamorata della sua storia leggendone un trafiletto, e l’ho voluta raccontare insieme a quella di Jolanda (personaggio immaginario), perché è come se queste due donne si fossero materializzate insieme nella mia testa. Ho pensato che l’unico modo per parlare di un personaggio così forte, fosse quello di contrapporlo a quello di un altro personaggio altrettanto forte, appunto Jolanda. Le due storie viaggiano in parallelo, prima in una dimensione tutta palermitana, e successivamente in quella giapponese. Ma se quello di O’Tama è un viaggio, quella di Jolanda sarà una vera e propria fuga…

Avevo molte colpe: essere donna era la prima, essere straniera la seconda, avere un uomo che mi permettesse di essere libera di esprimermi, la peggiore”.

O’Tama è stata legata sentimentalmente allo scultore Vincenzo Ragusa, che l’ha sostenuta fortemente. Quanto è ancora inusuale oggi il completo apporto degli uomini a favore delle donne?

Sembra che sia un qualcosa di lontano, ma credo che ancora oggi continuiamo a stupirci che in un rapporto di coppia la figura dell’uomo abbia la stessa valenza. Penso alla polemica nata ultimamente intorno alle dichiarazioni rilasciate da Samantha Cristoforetti. Infondo sta solo facendo il suo lavoro.

Quando ho iniziato ad appassionarmi alla storia di O’Tama, credevo di trovarmi di fronte a una donna che vivesse nell’ombra di un uomo così imponente come Vincenzo, invece ho scoperto che è stato proprio lui il primo a sostenerla. Tutto questo per l’epoca aveva dello straordinario. Lui l’ha sorretta fin dall’inizio, non ha visto solo una donna, ma un artista, e ha lasciato che si esprimesse. Un grande messaggio, perché infondo i rapporti di coppia dovrebbero essere questo: amarsi senza soverchiarsi.

Cos’è per te l’emancipazione?

Pensare a fare. Avere un’idea, un obiettivo, e avere la capacità e la possibilità di farlo. Una possibilità che creiamo noi. Emanciparsi è un senso profondo di libertà, un qualcosa che proviene dal nostro IO.

Perché Tokyo viene definita “ruvida” come Palermo e qual è il fil rouge che le lega?

La ruvidità che io ho trovato in Tokyo è nei vicoli, in quei vicoli piccoli dove la gente “comune” viveva, e in questo è molto simile a Palermo, nell’essere “maltrattata” nelle strade. C’erano dei posti ancora da lucidare, come per esempio i mercati, lì sono bilanciatissime le due città.

Come nasce la tua passione per il Giappone?

Non ho avuto la canonica passione nata dai Manga, in realtà l’ho amato in primis dal punto di vista del diritto (argomento della mia tesi specialistica), ero attratta da questo “paese senza liti”. Poi indubbiamente per i suoi paesaggi, infine ho iniziato a studiare la cultura e la letteratura, e proprio quando mi sono “uncinata” a quest’ultima, non l’ho più lasciata.

“Non sapevo più sognare nella lingua che per prima mi aveva concesso di dare il nome alle cose”

Quanto è stato importante il tema della migrazione in questo racconto?

Mi ha colpito molto la difficoltà del viaggio in quel periodo, oggi la percezione delle distanze è differente, anche semplicemente imparare la lingua è un ostacolo che si può affrontare più facilmente ai giorni nostri. All’epoca c’era un parte dell’Europa che viveva il giapponismo, ma in Italia ha incontrato più resistenza. La paura del diverso ha fatto si che O’Tama e Vincenzo fossero molto ostacolati.

La pittura mi aveva insegnato il mio posto nel mondo, a non essere mai sola del tutto, mi aveva dato fiducia in me stessa.

La pittura ha avuto un ruolo salvifico per O’Tama, è stata il suo Ikigai. Ci puoi spiegare il significato di questa parola?

E’ stata una delle prime cose che mi ha colpito del Giappone, che una parola fosse in grado di contenere un concetto così grande. L’Ikigai è quel qualcosa che ti fa alzare la mattina, è la ragione che dà il senso alla tua vita. Personalmente il mio Ikigai l’ho trovato nella scrittura, e mi sono ritrovata molto in O’Tama, perché mi ha ricordato le scelte difficile che ho dovuto fare prima di arrivare a questo percorso, e anch’io come lei, ho potuto farlo grazie al supporto di un uomo.

Ringraziamo Sarah I. Belmonte per essere stata con noi e consigliamo a tutti gli amanti del Giappone di leggere “La pittrice di Tokyo”.

Guarda qui l’intera intervista

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