ARTICOLO
Interviste
Omar Hassan

Omar Hassan dipinge il tempo con bombolette e guantoni

Un artista completo che ti mette a tuo agio come il ragazzo della porta accanto.

Omar mi colpisce subito. Per fortuna non letteralmente, visto il suo passato da pugile. Mi colpisce per la disponibilità e la simpatia: considerato che parliamo di un artista che vende le sue tele – anche – a divi di Hollywood del calibro di Sharon Stone, non è una cosa da poco.

Da Lambrate a New York, passando per Miami, Berlino, Londra.

«Londra – mi racconta – è il vero centro: è lì che succedono le cose, la sede dell’underground. Da Londra poi, se una cosa funziona, si diffonde dappertutto».

Arte, moda, musica: Londra lancia e gli USA riprendono in grande.

È lì, durante un’esposizione sulle sponde del Tamigi, che Omar Hassan ha dato vita alla prima performance coi guantoni. Ed è nata l’etichetta di “pugile pittore”. Omar ride.

«Non è la peggiore delle etichette che ti possono affibbiare, in fondo. E – ci tiene a precisare – non ci sarebbe nulla di male se Tyson si mettesse a prendere a pugni una tela. Però il mio è un percorso artistico diverso».

Già un percorso artistico e personale ben più articolato, che merita di essere raccontato. Quindi, amici di WMH: andiamo con ordine…

Le sue passioni: l’arte e il pugilato

Omar Hassan Breaking through black
Breaking through black

Omar Hassan mi accoglie – virtualmente – nel suo studio di Pioltello. Dietro di lui, mentre chiacchieriamo, si vedono due tele. Una appartiene alla serie Breaking through black, la seconda serie di quadri realizzati colpendo le tele coi guantoni intinti nel colore. L’altra invece è della serie Luci, caratterizzata da dei punti luce che hanno un effetto sorprendente. Lui cerca di sistemarsi di lato nell’inquadratura, per lasciare che si vedano. Ecco un’altra cosa che mi colpisce di Omar: non gli interessa fare il personaggio, vuole che le sue opere parlino per lui e ha una grandissima consapevolezza di quello che fa e del suo percorso.

«L’arte ha sempre fatto parte della mia vita – racconta – Sin da bambino, direi, quando con i pastelli a cera disegnavo sulle pareti di casa…per la gioia di mia madre! Quindi questa pulsione di colorare i muri si può dire ce l’avessi già. E poi negli anni delle medie, con le bombolette si andava in giro con gli amici a dipingere i muri»

I’m not punching to destroy, I’m creating

«Non facevo writing – prosegue – andavo per lo più al sabato o alla domenica, su muri legali. Ho sempre pensato che quello che facevamo non fosse da nascondere, anzi. Rendevamo più belli dei posti sporchi, abbandonati, pisciati. Era piuttosto una cosa per la quale avrebbero dovuto pagarci! E non avevo una tag, mi sono sempre firmato con il mio nome, Omar Hassan».

Non è un mondo facile, la Lambrate degli anni ‘90. Sembra difficile anche immaginare che il mondo sia più grande di quel quartiere, che da lì si possa partire per arrivare a fare arte e vivere d’arte. Ma Omar è uno che le passioni le porta avanti, non si arrende. Vuole lasciare un segno.

Il giovane Omar Hassan, oltre all’arte, di passione ne ha un’altra: il pugilato.

«Sempre in quegli anni sono entrato in palestra. Per me il pugilato è più di un semplice sport, è una metafora della vita. Cazzotti ne prendiamo tutti, prima o dopo. Si tratta di imparare a incassarli e tenere duro, cadere e rialzarsi»

Una metafora, della vita e dell’arte, che Omar ha dimostrato di saper riformulare in modo ancora più creativo, tanto che il motto che accompagna la serie di tele dipinte con i guantoni è I’m not punching to destroy, I’m creating, firmato Omar Hassan.

Omar Hassan: molto più di un “pugile pittore”

Quella “pugile pittore” è l’etichetta che viene solitamente messa in home page quando si parla di lui. La narrativa ricorrente è quella di un ragazzo che deve abbandonare il pugilato perché scopre di essere diabetico e trova il suo riscatto attraverso l’arte, prendendo a pugni le tele. Ma la storia, come ci racconta, è diversa.

«Sapevo già di avere il diabete, da quando avevo sette anni. Ma ho avuto una fortuna immensa perchè quando sono entrato in palestra ho incontrato Ottavio Tazzi, che è un grande maestro e mi ha accolto lo stesso».

Ottavio Tazzi, storico maestro di pugilato che è stato all’angolo di otto campioni del mondo e che diceva sempre “Sul ring se va alegher”.

«Pur sapendo che a causa del diabete difficilmente avrei potuto intraprendere la carriera da professionista, Ottavio mi ha accolto e mi ha fatto innamorare di questo sport. Addirittura mi ha fatto diventare maestro, così quando ho smesso di combattere, sono rimasto comunque in palestra, a dare una mano agli altri ragazzi. Perché per me il pugilato è sempre stato anche un modo di esprimermi. E le tele sono arrivate qualche tempo dopo».

Tempo nel quale Omar Hassan ha continuato a coltivare la passione per l’arte, passando per l’Accademia di Brera – allievo di Alberto Garutti – e acquistando sempre più consapevolezza nei suoi mezzi espressivi.

Da Lambrate a Londra…

Come si diceva all’inizio, fu durante un’esposizione a Londra che infilò i guantoni per affrontare la tela.

«L’idea ce l’avevo, avevo fatto una prova quando avevo quindici anni, ma allora non immaginavo nemmeno che avrei potuto intraprendere questa strada. Anni dopo, in occasione di quella mostra, ho tirato fuori l’idea e mi sono detto: se funziona qui, può funzionare dappertutto. Così ho dato vita alla performance, dipingendo una tela con i guantoni. E ha funzionato!».

Quindi, gli chiedo, c’è in giro un “Omar Hassan” inedito che risale ai tuoi quindici anni?

«In realtà…è la parete di un garage ed è una storia un po’ lunga!» mi risponde ridendo.

Da quella mostra londinese, comunque, la strada è segnata. La prima serie di tele dipinte con i guantoni su fondo bianco l’ha intitolata Breaking Through. Sono 121 in totale. Come le riprese che Omar ha disputato sui ring.

Dipingere con i guantoni è per Omar un gesto pittorico di sintesi veramente importante, tanto è vero che lo ha sempre “tutelato”:

«Me lo hanno chiesto spesso, ma ho sempre evitato di esibire la performance in altri contesti, come nei programmi televisivi o prima della finale di Champions League a San Siro, anche se erano occasioni che mi avrebbero dato una visibilità incredibile»

Questa serietà nei confronti di sè stesso e della propria arte fa sì che Omar documenti la realizzazione di ogni tela con un video in cui si vede l’opera che prende forma, si sente il rumore dei pugni, il suo respiro: un certificato di autenticità che viene consegnato al collezionista che acquista la tela.

…fino a Hollywood!

Se la carriera di pugile si è dovuta arrestare prematuramente, pur sopravvivendo su tela, quella di artista è andata avanti un successo dopo l’altro, fino a raggiungere una notorietà che lo ha portato a vendere le sue opere a collezionisti celebri come Sharon Stone o Spike Lee, per esempio. Scorrendo la sua pagina Instagram si trovano altri personaggi notevoli, così gli chiedo quale sia stato il riconoscimento più bello tra i tanti che ha ricevuto.

Omar sorride e un po’ si schermisce; si capisce che è contento, ma ha conservato la riservatezza di un ragazzo che gli scalini li ha saliti uno alla volta e con le sue forze.

«Mi fai imbarazzare… – ma vede che il mio sguardo insiste e alla fine cede – Però forse è stato quando mi sono ritrovato davanti De Niro che mi ha detto “Sei un grande artista”. Ecco, lì mi sono detto: sono a posto, adesso posso anche morire!»

Riconoscimenti tanti, ma – ovviamente – non solo. In un mondo in cui tutti sanno tutto, almeno a parole, mi viene da chiedergli in quanti hanno commentato le sue opere dicendo: che vuoi che ci voglia a prendere a pugni una tela?

Omar sorride ancora e mi risponde che lo hanno fatto in tanti, soprattutto in Italia, dove criticare è sport nazionale: se hai successo, devi aspettarti che quello che fai non vada bene a qualcuno.

«Comunque, il primo a dirlo è stato…mio padre!»

Sul ring come nella vita

Si capisce che la famiglia conta molto per lui. Una famiglia – ci racconta – molto concreta, con una grande etica del lavoro, con i piedi per terra. Che lo ha aiutato, evidentemente, a mantenere la calma anche quando gli si sono spalancate davanti le porte del successo. Soldi e fama. Da Lambrate a New York il salto è gigante. Ma sempre cercando di mantenere l’equilibrio, con i piedi ben saldi, come deve fare un pugile e come Omar Hassan sa molto bene.

«Anche adesso che si è appassionato ed è ovviamente contento per me, mio padre mi riporta sempre con i piedi per terra, ricordandomi il valore del lavoro e del denaro. Insomma, il mio primo critico, quello più difficile da convincere, non è il collezionista o il gallerista, ma proprio mio padre!»

Si può proprio dire che la missione è compiuta benissimo, perché Omar Hassan è un ragazzo che ti mette a tuo agio, non fa cadere le parole dall’alto e mentre chiacchieriamo, la sensazione è quella di stare al parco con un amico, a parlare del più e del meno. A proposito di parco: Omar è uno che le sue origini non le dimentica. La sua vita a Lambrate ha lasciato una traccia nel parco di via Conte Rosso. Un parco urbano una volta dimenticato e che ora contiene un’opera d’arte a cielo aperto, che Omar ha donato dipingendo un muro con le sue bombolette.

In fondo all’opera, una dedica “A tutte le persone del quartiere, soprattutto a Marco Zuanazzi, in arte Kiere”, che era il suo più caro amico.

Un mare di colori

Un altro muro che ha ripreso vita grazie alla sua arte è sulla Riviera ligure, a Borgio Verezzi, dove Omar Hassan va al mare sin da piccolo e che è il suo piccolo paradiso. Borgio Verezzi in Wonderland è un’esplosione di colori, realizzata in viale Colombo nel 2011. Dieci anni dopo, la scorsa estate, Omar ha ripreso a colorare il borgo ligure, con le inseparabili bombolette.

«Sì, è stata un po’ una follia, perché ho riempito il tragitto che va dall’opera del 2011 fino al mare, un chilometro e mezzo, con dei punti colorati che segnano il percorso. All’arrivo, poi, ho voluto trasformare degli scogli in una cascata di colore rendendo omaggio a Ugo Rondinone che è uno dei miei artisti preferiti».

L’impressione che ho mentre mi racconta della sua vita e della sua carriera senza ritrosia, è che Omar sia un ragazzo generoso. Racconta, omaggia, cita: non è geloso dei suoi traguardi, anzi; non nasconde i suoi maestri e ci tiene a condividere la sua arte e a svelarne le radici, umane e artistiche. Anche i suoi quadri sprizzano gioia e generosità creativa, soprattutto attraverso le esplosioni di colore.

Colore e luci sono infatti al centro dell’espressione artistica di Omar Hassan. Che partendo dalla street art e unendola all’action painting ha dato vita a una forma originalissima di espressione, con i risultati sorprendenti. Delle tele che ha alle sue spalle, è quella della serie Luci che cattura il mio sguardo. Sopra all’impronta dei guantoni, Omar ricrea degli shot luminosi dall’effetto incredibile, mentre il colore che cola lascia un’altra traccia unica.

Omar Hassan Luci
Una tela della serie Luci

Un viaggio nel colore e nel tempo

«Il colore – spiega Omar – è importante, perchè cattura subito l’attenzione di chi sta davanti al quadro. A volte può quasi nasconderne il messaggio, se ci si ferma alla superficie. Ma il gioco sta proprio lì: ti catturo, cerco di farti andare oltre. Poi sta anche a te farlo o fermarti lì».

E oltre al colore, appare il tempo. Il tempo è quello di esecuzione delle sue opere, che ancora vibrano e lasciano scorrere i colori anche quando il gesto pittorico – quale che sia – è terminato. Ma è anche quello che Omar traccia con la sua gigantesca Time Lines: una serie di tele giganti con cui ricopre suo studio e che si “riempie”, un po’ alla volta, delle tracce del suo lavoro fino a diventare a sua volta un quadro che va a comporre, intitolato con la data di inizio e con quella di fine, un nuovo episodio nella sua personale linea del tempo.

Omar Hassan Time Lines
Una delle gigantesche tele della serie Time Lines

«Il tempo è proprio al centro di quello che faccio, di tutta la mia poetica pittorica. Il suo scorrere in un solo verso, in maniera inarrestabile, su tutti noi e il desiderio che abbiamo di lasciare una traccia. Come Kandinskji cercava di materializzare sulle tele il suono, io cerco di farlo con il tempo»

Le tele. Le scarpe. I vestiti. Omar stesso. Ci sono scatti che raccontano la sua arte nei quali anche lui, ricoperto di colore, sembra parte del quadro. Il senso e il segno di un esistere che si sintetizza nelle sue opera, ma investe e coinvolge anche tutto quello che lo circonda. Quella di Omar per il tempo è quasi un’ossessione. «Tutti noi siamo qui a occuparne una parte. Io cerco di farlo meglio che posso e di lasciare una traccia, fissando il tempo nelle mie opere. Quando io non ci sarò più, resteranno loro a testimoniare il mio passaggio».

Di tappini e di mappe giganti

A proposito di tenere traccia del tempo che passa, mi viene in mente una cosa che ho letto mentre preparavo l’intervista e gli chiedo: lo facevi anche collezionando i tappini delle bombolette, giusto?

«Sì sì, ma adesso non mi basta più e ho finito per doverli anche comprare!» E scoppia a ridere.

«In che senso?»

«Eh, perché da sempre ho conservato i tappini delle bombolette, dipingendoli poi uno per uno – e mentre lo dice, allunga una mano e me ne mostra un paio – però ultimamente ho avuto l’idea di ricreare le mappe dei quartieri delle città in cui espongo… e di tappi me ne servono decisamente di più di quelli che consumo!»

Ma perché queste mappe? – gli chiedo.

«Ho voluto rifarmi a Boetti e creare anche io delle mappe che non esistevano. Sono opere che vogliono raccontare le città che mi ospitano a livello istituzionale restituendo la loro forma. Sono mappe diverse, perchè se tu sei un turista, compri la mappa del centro, non di tutti i quartieri, della città intera. Per la mappa di Napoli ho usato 14280 tappi, un quadro gigante!».

Dare valore ad ogni singolo tappino, per poi unirli in un grande insieme che dà forma a qualcosa di nuovo.

Mentre osservo i tappini colorati, immagino questo ragazzone che si sfila i guantoni e, chino sulla scrivania, decora uno ad uno i tappini, che sembrano scomparire nelle sue mani. Dal massimo dell’energia a un gesto così minuto e delicato che ricorda quello di un’incisore.

Tele, muri, tappini, performance ed anche sculture. Nelle quali, ancora una volta, si sposano tempo, arte e pugiliato, come nei gessi intitolati “Il pugno di Hemingway” o “Il pugno di Michelangelo”.

Omar Hassan e i racconti di vita “Per le strade”

Con Omar andrei avanti a parlare ancora un paio d’ore, tanto mette a suo agio parlando di arte senza mai saltare sulla cattedra. Di storie da raccontare ne avrebbe ancora parecchie…e per fortuna possiamo leggerle! Già perchè è da poco uscito per Baldini&Castoldi il suo primo libro, intitolato Per le strade. Un libro che raccoglie undici racconti che arrivano direttamente dalla vita di Omar e dalle sue esperienze. Inizia raccontando dei nonni, delle sue radici egiziane, e ci porta in giro con lui – armati di bombolette, per le strade di Lambrate.

Sono storie che Omar ha raccolto nel corso degli anni, sempre per quell’abitudine di tenere una traccia di ciò che gli succedeva. Quindi, nel periodo del lockdown, le ha riprese in mano, ha riordinato le idee e le ha raccolte in questo libro.

Musica e amici

Un libro, lasciate che lo scriva, che è anche esteticamente stupendo. Scritto con i caratteri che richiamano quelli delle vecchie macchine da scrivere, pieno di colore che schizza fuori e dentro ai margini e arricchito da bozzetti e illustrazioni con i quali Omar Hassan ha dato forma alle sue parole. In apertura c’è una prefazione scritta da Mondo Marcio, che con lui ha collaborato poco tempo fa, in una performance che unisce musica e pittura, nella realizzazione di due tele sulle copertine del disco del rapper, Uomo.

Gli chiedo quanto è importante per lui la musica.

«Moltissimo. Qui in studio c’è continuamente musica, sono follemente appassionato e ho tanti amici nel mondo della musica. Ero anche un batterista, scarso, ai tempi delle medie! Io sono cresciuto molto legato alla cultura hip hop, ma non solo. Di fatto, la musica e l’arte sono troppo importanti per tutti noi. Che è il senso anche della collaborazione con Sfera Ebbasta, nata in maniera totalmente spontanea nel periodo difficile del lockdown.

Io avevo bisogno di musica nuova da ascoltare, lui di colorare le pareti troppo bianche in cui abitava. Ma il punto è che probabilmente nessuno sarebbe uscito sano da quei mesi senza un album da ascoltare o un quadro da guardare, anche se ancora adesso arte e musica sono maltrattate come cose non necessarie».

Omar Hassan con Sfera Ebbasta
Omar Hassan insieme a Sfera Ebbasta

Una ripresa alla volta

L’ultima domanda, di rito, è sul futuro e sui suoi prossimi progetti. Ne ha un paio, in Italia e in Francia, ma per scaramanzia non si sbilancia. Per uno abituato a segnare il tempo è giusto così: non si smette mai di sognare e di salire sul ring con il sorriso, ma le riprese si giocano una alla volta. Nel frattempo, in attesa della prossima mostra, possiamo prepararci leggendo i suoi racconti.

O guardando il video dell’intervista al link qua sotto. Che poi, chiamarla intervista mi pare improprio: è stata una chiacchierata bellissima, perché uno con l’energia di Omar Hassan non lo puoi mica chiudere in una formula da botta e risposta, dai!

[le immagini che compaiono in questo articolo sono di: Riccardo Morvillo Pietro Baroni ]

Guarda qui l’intera intervista

Riproduzione Riservata ®

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