ARTICOLO
Interviste
Stefano Associazione FreeWeed

Cannabis libera, 600mila firme grazie a loro ma…

Stefano Auditore Armanasco, presidente di FreeWeed, ci racconta cosa sta succedendo

La legge, a quanto pare, non è uguale per tutti

cannabis

Siamo agli sgoccioli. Entro il 30 settembre il comitato promotore del Referendum Cannabis dovrà consegnare alla Corte di Cassazione le 600mila firme dei cittadini italiani che chiedono la possibilità di votare per la libertà della cannabis nel nostro Paese. Sono state raccolte in meno di due settimane, con una partecipazione davvero sorprendente.

Un record di adesioni, nel breve tempo, che rispecchia la chiara volontà della società civile di esprimere la propria opinione democratica sulla possibilità di rinnovare le leggi sulla regolamentazione di questa sostanza. Una richiesta che, tuttavia, non sembra piacere particolarmente allo Stato.

Già, perché mentre a tutti gli altri referendum è stata concessa la possibilità di depositare le firme entro il 31 ottobre (visti gli slittamenti e le difficoltà dovute alla pandemia), al referendum per la cannabis non è stata riconosciuta alcuna possibilità di proroga, condannando il comitato promotore ad una corsa contro il tempo, che definire ‘ad ostacoli’ sarebbe un eufemismo.

Soprattutto perché, ad oggi, giorno 28 settembre, soltanto un terzo dei comuni italiani ha mandato i certificati elettorali necessari affinché le firme siano valide e pronte per essere depositate (per legge avrebbero dovuto farlo entro 48 ore dalla richiesta, un limite ormai largamente sforato). Un silenzio imbarazzante, un attacco alla democrazia che ha dell’incredibile.

Un ‘grazie’ enorme a chi ci mette la faccia

freeweed
Associazione FreeWeed

Abbiamo così deciso di dare il nostro piccolo contributo, intervistando Stefano Auditore Armanasco, presidente dell’associazione Freeweed, per spiegare nei dettagli ciò che sta accadendo in questi giorni e, più in generale, a che punto siamo In Italia per la legalizzazione della cannabis. Se oggi si ha, quantomeno, la possibilità di discutere e dibattere sull’argomento, seppur con i limiti, è soprattutto grazie a loro, gli attivisti.

Persone che impiegano, da anni, gran parte del loro tempo per migliorare e tutelare i diritti di tutti i cittadini. Persone come noi, membri di una società civile che aspetta sempre che siano gli altri ad agire per risolvere problemi ed urgenze. Loro, invece, si danno da fare in prima persona, mettendoci la faccia e coinvolgendo un numero sempre maggiore di persone.

Divulgare informazione, stimolare dibattiti e portare alla luce questioni collettive che necessiterebbero certamente un maggiore interesse da parte della politica. Questo fanno le associazioni come Freeweed, e chi meglio di loro potrebbe descriverci a che punto siamo nella lotta per la legalizzazione della cannabis in Italia?

Stefano è il presidente dell’associazione Freeweed. Spieghiamo di cosa vi occupate, come siete nati e, soprattutto, con quali obiettivi?

weed

“Un saluto a tutti gli amici di Where Magic Happens e grazie mille per questo spazio, è sempre bello avere la possibilità di divulgare un po’ d’informazione. Noi siamo un‘associazione no profit di attivisti, organizzata per convergere gli obiettivi della società civile.

Abbiamo iniziato a riunirci nel 2011-2012 e nel 2013 abbiamo deciso di registrare l’associazione per iniziare ad operare ufficialmente sul territorio nazionale. Si tratta di un impegno costante e duraturo ma senz’altro ripagato dalla partecipazione della gente.

Più passa il tempo più persone siamo e questo è molto bello perché, ci tengo a ricordarlo, si tratta di volontariato. Nessuno guadagna nulla, ci ritagliamo del tempo per informare sulla cannabis, ponendoci come obiettivo una sensibilizzazione politica leggermente diversa da quella che vedevamo prima. Negli anni 2011-2012 il panorama della cannabis era praticamente monopolizzato dal binomio partiti e cittadini, le associazioni in mezzo contavano veramente poco e la politica non ascoltava minimamente le richieste della società civile.

Tuttora la cannabis è regolamentata male, la legge non tutela il consumatore e, tantomeno, il coltivatore per uso personale. Si punisce e si attacca il singolo cittadino ma molto meno l’organizzazione criminale, in un’ottica di contrasto alla cannabis che ha fallito da anni. L’associazione è aperta a chiunque volesse partecipare e mettersi in gioco, tra banchetti, video, manifestazioni, mobilitazione sui social. L’obiettivo è quella di creare una rete il più ampia possibile, siamo sulla buona strada ma serve l’aiuto di tutti!“.

Quanto è stato importante l’approdo sui social per il mondo dell’attivismo e poi, secondo te, la crescita di cui parli è ancora esponenziale?

“Assolutamente sì. È una bella curiosità perché secondo me la crescita d’interesse è strettamente correlata alla mobilitazione sui social. E questo non è avvenuto soltanto grazie alla digitalizzazione, ma anche per il cambio generazionale. Io stesso ‘mi sento in mezzo’ eppure lo ammetto senza problemi. Ma tornando sui social, quando abbiamo iniziato era molto più difficile organizzare dei raduni fisici che potessero coinvolgere un grande numero di persone.

Le associazioni avevano molte meno strutture di contatto online, la rete tra le persone era certamente meno ampia e salda. Grazie al web anche gli antiproibizionistiold school’ hanno iniziato finalmente a mobilitarsi sui social, una cosa che prima passava certamente in secondo piano. Oggi ci sono tantissime forze giovani che spronano anche i più vecchi a continuare a crederci, nonostante tutto“.

Difatti la vostra proposta di legge, il Manifesto Collettivo, è nata proprio grazie al web. Ci racconti un po’ com’è andata e, soprattutto, a che punto siamo? È stata depositata e poi il silenzio. La polvere nei cassetti del Parlamento l’avrà sommersa?

Manifesto Collettivo

“Esatto, adesso il Manifesto Collettivo è fermo come tante altre leggi in Parlamento, La grande novità di questa legge è il fatto che sia nata proprio da una rete web creata dagli attivisti. Associazioni e aziende hanno steso questa proposta articolo per articolo, tramite confronti via web.

È stato un lungo processo perché i dettagli da valutare sono tantissimi, e noi volevamo essere precisi e rigorosi. L’esempio più chiaro è quello del numero massimo di piantine che si possono coltivare e, dunque, di quanti grammi di cannabis possa tenere il singolo cittadino.

Il Manifesto Collettivo è diventato una proposta di legge effettiva ed è stato depositato grazie al deputato Matteo Mantero prima e al deputato Michele Sodano poi. Entrambi erano parlamentari del Movimento Cinque Stelle ma sono stati successivamente espulsi. Oggi purtroppo, come abbiamo detto, la proposta è ferma nei cassetti del Parlamento, ma siamo comunque contenti di sapere che sia servita come spunto per un’altra proposta di legge, quella di Perantoni-Magi-Licatini. Quest’ultima è leggermente più avanti nel ‘pantano dell’approvazione’; il testo base è stato adottato dalla Commissione Giustizia qualche settimana prima dell’inizio della raccolta firme.

Ti posso dire anche, in anteprima assoluta, che presenteremo degli emendamenti sulla linea del Manifesto Collettivo. Quindi per quanto riguarda la proposta di cui avrete sicuramente sentito parlare, quella delle 4 piante, ferma in commissione, proveremo ad ampliarla e sicuramente se ne parlerà sui giornali. Ci sono molti deputati pronti a proporre degli emendamenti seguendo i capisaldi del Manifesto Collettivo, per aprire gli orizzonti verso una legge più completa e, soprattutto, chiarire una volta per tutte quale potrebbe essere il limite massimo di piante coltivabili e di prodotto accumulabile”.

Questa raccolta di firme sembra aver unito, finalmente, il mondo dell’attivismo. Alla manifestazione a Roma del 18 settembre, eravamo veramente tutti insieme, tra aziende, associazioni e politici. L’interesse aumenta? Cosa dicono i vostri numeri?

“Sicuramente c’è da dire che, per quanto riguarda il web, abbiamo ricevuto delle ottime risposte, anche dal punto di vista della diffusione degli articoli. Quindi se parliamo proprio di dati tangibili online, sono veramente incoraggianti. Questo referendum, oltre ad aver unito tutte le aziende e le associazioni, ha certamente contribuito ad interessare un numero di persone sempre più ampio (abbiamo raggiunto quota 500 mila firme certificate con lo Spid in soli 7 giorni), ed è solo l’inizio! Sul territorio, nonostante gli ottimi risultati, bisogna ammettere che sia molto più complesso essere attivi ed efficaci.

Vorrei davvero spendere due parole per ringraziare tutti coloro che partecipano alle manifestazioni perché sono loro i veri eroi, e non è che siano dei parolai quelli che non si presentano! Innanzitutto perché il mondo odierno costringe le persone a lavorare continuamente, e spostarsi non è facile, ma soprattutto perché, spesso, è una scelta irreversibile quella di ‘metterci la faccia’. A maggior ragione se si parla di una sostanza illegale e così discriminata!

Persone che hanno una famiglia, altre che magari hanno in corso un divorzio, cause civili per proprietà industriali, situazioni lavorative nelle quali esporsi su questo tema potrebbe comportare dei rischi veramente sconvenienti. Rischi di perdere tutto, la casa, il lavoro, la possibilità di avere un futuro e perfino tuo figlio! C’è comunque da ammettere che gli eroi stiano aumentando, ce ne sono sempre di più pronti a scendere nelle piazze. Io non smetterò mai di ringraziarli. Avere coscienza collettiva è importante. Se tante persone comuni protestano pacificamente per una causa così urgente dal punto di vista sociale, la mobilitazione si fa davvero interessante“.

A proposito di referendum, tutto sembrava andare per il meglio, però a quanto pare in Italia la legge non è uguale per tutti. Tra mancate risposte dei comuni, certificati elettorali che non arrivano e mancate proroghe da parte dello Stato. Cosa sta succedendo?

referendum

“Come hai detto tu, fa sorridere che la legge, anche se in teoria dovrebbe esserlo, non sembri affatto uguale per tutti. Ma cosa è successo? In Italia, quando è in atto una raccolta firme, il comitato che la promuove deve raccogliere le 500mila adesioni in tre mesi.

Una volta raggiunto e superato questo numero, i Comuni di residenza delle persone che hanno firmato devono mandare dei certificati elettorali, che serviranno ai singoli cittadini per votare, ognuno nei seggi del proprio Comune di residenza. La legge dice chiaramente che i Comuni, una volta ricevuta la richiesta, debbano agire entro 48 ore, mandando dunque tutti i certificati elettorali.

Morale della favola? Sono passate più del doppio delle ore e ancora mancano più di metà dei certificati elettorali. A quanto pare i Comuni hanno deciso di interpretare queste 48 ore un po’ a modo loro. E il problema si fa ancora più grande perché purtroppo abbiamo una scadenza di consegna fissata al 30 settembre, ossia tra meno di due giorni. E evidente che si tratti di una corsa contro il tempo veramente difficile e piena di ostacoli.

Noi stiamo cercando di fare il possibile, tutti gli attivisti sono andati nei rispettivi Comuni e sono partiti un sacco di mailbombing. Sicuramente una proroga della consegna, come avvenuto per gli altri referendum (che avranno tempo fino al 30 ottobre) ci darebbe una grossa mano. Ma a quanto pare questo diritto è stato riconosciuto a tutti i referendum meno che a questo, senza alcun tipo di spiegazione e chiarimento”.

In questo momento il singolo cittadino, nella sua individualità, cosa può fare per dare una mano?

“Può fare esattamente quello che hanno già fatto in molti, ossia scendere nelle piazze con noi, mandare mail su mail ai Comuni, spargere in giro la voce riguardo a ciò che sta accadendo, restare aggiornato ora per ora seguendoci su Instagram (megliolegale, progettofreeweed) o su Facebook, continuare a far firmare tutti i conoscenti e, cosa più importante di tutte, informare il più possibile chiunque ne abbia bisogno.

Parlare di cannabis è importante, perché l’ignoranza di molte persone è dovuta proprio alla difficoltà di superare il ‘tabù della droga’ e iniziare a dibattere come si dovrebbe fare in democrazia. Sicuramente sollecitando i Comuni i risultati si vedranno, anche perché, parliamoci chiaro, la consultazione di un referendum nazionale potrebbe avere anche un po’ di priorità rispetto alla bollatura di un’autocertificazione. Quindi questo è ciò che può fare il singolo cittadino, forza ragazzi!”.

Con il referendum c’è stata un’importante presa di posizione da parte di tanti artisti e politici che non si erano mai schierati. Secondo te a che punto sono i legami, e dunque il dialogo, tra la società civile e la politica?

Sodano
Michele Sodano con gli attivisti alla manifestazione di Roma

“Secondo me il legame tra cittadinanza e politica è un po’ largo ancora, nonostante i risultati che si stanno ottenendo anche su altre tematiche. Comunque, che ci piaccia o no, anche i parlamentari sono persone, e in quanto tali, a volte, se ne fregano degli interessi della collettività, perché magari hanno un problema da risolvere con un altro parlamentare o perché quel determinato emendamento è stato fatto dal nemico politico per eccellenza. Gli interessi sono molteplici e spesso, ahimè, fuorvianti.

Si mette sempre avanti l’onore piuttosto che il dato oggettivo. Questa continua battaglia politica tra partiti, tra destra e sinistra, finisce spesso per offuscare le urgenze e le richieste della società civile. Come dicevamo prima, il web sicuramente aiuta ad aumentare la pressione sociale nei confronti del Parlamento, e questa è senz’altro una buona cosa. Poi, se riusciamo a consegnare queste firme, ci sarà la campagna referendaria da organizzare, e tutti i politici che si stanno schierando daranno una grossa mano.

Un plauso all’onorevole Elio Vito di Forza Italia, ad esempio, che si è schierato a favore della liberalizzazione nonostante il suo partito la pensi molto diversamente. È il momento di smetterla con quest’inutile lotta tra partiti. Il dato oggettivo dice che il mercato della cannabis, oggi, è in mano alle narcomafie. E che, nonostante anni e anni di proibizionismo, la situazione non faccia altro che peggiorare. Comunque sia, oltre ai cantanti, che magari catturano l’attenzione di una sfera più giovanile, bisogna ringraziare anche tutti gli attori che si stanno schierando. Un esempio recente potrebbe essere quello di Alessandro Gassman, che ringrazio a nome di tutta la società civile”.

Una delle conseguenze più importanti della liberalizzazione sarebbe l’apertura di tante possibilità per la ricerca scientifica sulla sostanza stessa. Quali sono le ‘zone grigie’ della cannabis ad oggi?

La ricerca è una delle grandi zone grigie della cannabis, anzi, la definirei oscura, tendente al nero. In Italia, essendo la cannabis una sostanza illecita, può essere coltivata soltanto da istituti autorizzati, dei quali Firenze sembra essere l’unico veramente operativo. Qui si può fare ricerca, sperimentazione e vendita terapeutica. Il problema è che, fin quando la possibilità viene data ad un solo istituto, gli studi scientifici sono veramente limitati.

Il personale è sempre lo stesso e, in generale, non è facile fare sperimentazione su un fiore illegale, perché non puoi usarlo nella quotidianità, non riuscendo dunque a sviluppare una ricerca soddisfacente in quanto a dati raccolti. La conseguenza di ciò, è che gli studi più importanti, attuali e innovativi provengono tutti dall’estero. Questo crea un impatto sociale certamente diverso perché è inevitabile che un cittadino italiano percepisca più distante e meno rilevante una scoperta scientifica fatta a Vancouver piuttosto che a Roma.

Poi c’è l’interesse generale di farne un prodotto farmaceutico, un processo che frena l’accessibilità e la reperibilità del prodotto. L‘aspirina si può prendere anche senza ricetta, la cannabis no. Anzi, ottenere la cannabis terapeutica è un vero incubo! La maggior parte dei medici non la prescrive, una scelta dettata, ancora, dal tabù che grava su questa pianta. Le quantità di prodotto terapeutico disponibile non sono nemmeno lontanamente avvicinabili alla domanda dei pazienti. Insomma, lo stato produce una medicina che però è veramente difficile da ottenere“.

democrazia
Appuntamento di questa notte

Qualche dato per chi non sa

“La cannabis è 114 volte meno letale dell’alcool ed è la sostanza stupefacente più consumata in Italia secondo la relazione annuale dei Servizi antidroga italiani del 2020. Si stima che ci siano almeno 6 milioni di consumatori nel nostro Paese e almeno 100mila persone coltivano per uso personale in Italia (non considerando tutti coloro che non lo fanno sapere). Inoltre il 30% dei nuovi ingressi in carcere sono legati all’articolo 73 (testo unico sugli stupefacenti).

Per quando riguarda, invece, qualche dato dai Paesi dove il mercato della cannabis è ormai ampiamente liberalizzato, bisogna ricordare che: in Canada, nel 2020, il mercato della cannabis è cresciuto del 61%, arrivando a quota 2,6 miliardi di dollari, nello Stato di New York la legalizzazione produrrà oltre 700 milioni di dollari e creerà oltre 50mila posti di lavoro entro il 2027″.

Cosa ne pensi di questi dati? Mi è sfuggito qualcosa? Vuoi approfondirne alcuni?

“Per quanto riguarda i posti di lavoro, come hai detto tu, sono riferiti all’America, dove tanti Stati hanno già legalizzato. Dunque molte persone si sono già trasferite e hanno trovato un impiego. Mentre in Italia il boom sarebbe ancor più evidente, basti pensare alla crescita esponenziale e redditizia del mercato della cannabis light. Quando si supererà ufficialmente lo stigma sarà una svolta incredibile per il nostro Paese.

E ancora, per quanto riguarda l‘articolo 73, l’assurdità è proprio che, tutti questi arresti, non risolvono assolutamente la situazione dello spaccio in Italia. Questo perché lo spacciatore di cannabis non è certo un boss della mafia. Anzi, spesso si tratta di ragazzi mandati in prima linea dalle organizzazioni criminali stesse. O addirittura si finisce per arrestare ragazzi innocenti soltanto perché vengono trovati, nel gruppo di amici, con la busta più grande di cannabis, trattandoli come se fossero spacciatori.

Paradossalmente, oggi, in Italia, si rischia di più a coltivare piuttosto che ad andare ad acquistare il prodotto dalla criminalità. I proibizionisti dovrebbero votare ‘Sì’ se volessero davvero stroncare la criminalità. Opportunità lavorative, colpi alla mafia, una sostanza che non fa male a nessuno e che, lo ripetiamo per l’ennesima volta, sarebbe meglio legale!!!“.

FreeWeed
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