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Alfredino: 40 anni fa la straziante musica d’un pozzo infame

La vicenda del piccolo Rampi raccontata in una serie tv e nelle canzoni

Cosa resta nella memoria universale

Ci sono cose che non si possono dimenticare, che restano impresse nella memoria collettiva, nella mente universale come dei sigilli indelebili. Vicende individuali che si intrecciano con gli avvenimenti della Grande Storia, diventandone parte integrante. Una di queste è indubbiamente la tragedia (difficile trovare un’altra definizione) di Alfredino Rampi. Me lo ricordo ancora, nonostante fossi una coetanea di quel bambino sorridente con la maglia a righe. Mi ricordo le lacrime di mia madre e la faccia scura e tesa di mio padre, ricordo mia nonna con il rosario in mano che pregava. Mi ricordo quell’estate come fosse ieri, nonostante siano trascorsi quarant’anni, eppure Alfredino non era mio parente, non abitava vicino casa mia, io non lo conoscevo nemmeno quel bambino.

Franca Rampi
Franca Rampi

L’estate del 1981: Per Elisa e Mazinga Zeta

Era il 10 giugno del 1981, dai jukebox echeggiava ‘Per Elisa‘ di Alice, la canzone che quell’anno vinse il Festival di Sanremo e ‘Cuccurucucu‘ di Franco Battiato, la canzone dell’Lp più venduto nel 1981. Ma quella del 1981 era anche l’estate di ‘Maledetta Primavera‘ di Loretta Goggi che al trentunesimo Festival si era posizionata seconda. Era l’estate di ‘Gioca jouer” di Claudio Cecchetto e ‘Rock’n’roll robot‘ di Alberto Camerini. Si ascoltava ‘Chi fermerà la musica‘ dei Pooh e si intonava Donatella Rettore con la canzone intitolata al suo nome.

Era un’estate italiana. In tv, quell’anno, si guardavano ‘Portobello‘, condotto dall’indimenticabile Enzo Tortora, ed i ‘Muppet show‘. Chi amava la musica seguiva ‘Discoring‘, la versione italiana di ‘Top of the pops‘, un segmento musicale all’interno di ‘Domenica in’ adattato per noi da Gianni Boncompagni. I bambini guardavano ‘Mazinga Zeta‘ e ‘Candy Candy‘. Era l’anno in cui il grande (e mio compaesano) Marco Lucchinelli è diventato campione del mondo della classe 500 del motomondiale. Me la ricordo bene quell’estate del 1981, sarebbe potuta essere una normale, bellissima estate italiana se quel bambino dalla maglia a righe non fosse caduto nel pozzo o se ne fosse uscito vivo.

Non ci sono cattivi ma buoni padri di famiglia

Angelo Licheri uno di coloro che ha tentato di estrarre Alfredino
Angelo Licheri portato a braccia all’uscita dal pozzo

Quell’estate del 1981 è stata squartata dalla vicenda di Vermicino. La storia di Alfredo Rampi la conosciamo tutti, anche chi non l’ha vissuta direttamente la conosce. Si tratta di una tragedia finita nel peggiore dei modi che ha fatto emergere un lato dell’Italia che, in un certo senso, rivela un’umanità ed una solidarietà disarmanti. Ma assieme a queste qualità ha mostrato il suo lato più disorganizzato. Ci sono stati errori, sbagli, disattenzioni, si è agito ai limiti dell’improvvisazione.

Ma resta comunque difficile tentare di attribuire delle colpe, non ci si riesce proprio a farlo: tanti hanno sbagliato ma tutti hanno tentato l’impossibile per tirare fuori Alfredino da quel pozzo. Tutti, ma proprio tutti, hanno agito con l’impegno del buon padre di famiglia. E anche i bravi padri sbagliano soprattutto, se in preda alla fretta ed al panico. Le ore passavano, il bambino andava tirato fuori di lì, il pensiero di quel seienne ad oltre trenta metri sottoterra ha angosciato tutto il nostro stivale, ci sono mancati il respiro, la fame ed il sonno.

Cosa ha cambiato il corso dell’estate?

Quel 10 giugno di quarant’anni fa è un assolato mercoledì, e sono le sette di sera. Alfredo Rampi è un bambino di sei anni che sta giocando nella casa delle vacanze della sua famiglia, nei pressi della borgata romana ‘la Borghesiana’. Cade in un pozzo artesiano profondo oltre sessanta metri scivolando a trentasei metri sotto terra. Sono stati diversi i tentativi per tirare fuori Alfredino dal pozzo, ma tutti si sono rivelati vani, alcuni hanno addirittura peggiorato la situazione, facendo sprofondare il bambino ancora più giù.

Attraverso un microfono Alfredo e la sua mamma si parlavano. Il microfono ha funto da cordone ombelicale tra il bambino e la madre, tra il piccolo ed il resto del mondo. Attraverso quel microfono un vigile del fuoco ha cantato la sigla di Mazinga Z, il supereroe preferito di Alfredino. Chi ha ascoltato la voce di quel bambino chiamare la mamma non potrà dimenticarla.

Alfredino comunica con la madre attraverso un microfono
Franca Rampi comunica con il figlio tramite un microfono

Tre giorni di tentativi estremi per estrarre il bambino da quel pozzo, ore ed ore di angoscia, di paura, di fallimenti, di speranze vanificate. Il sabato mattina del 13 giugno, dal microfono calato nel pozzo, non si è più sentita più la voce del bambino, né alcun rumore. Il medico che fino a quel momento ha monitorato, come poteva, le condizioni di salute del bambino, ha quindi ufficializzato la notizia intuita e temuta da tutti: il bambino non dava più segni di vita.

Il corpo di Alfredo Rampi è stato poi recuperato l’11 luglio seguente, ventotto giorni dopo la sua morte. La mattina del 13 giugno tutto il Bel Paese si è arreso al fallimento. Quel giorno le tv si sono spente e sono stati tanti gli italiani ad uscire di casa con gli occhi rossi dal pianto.

La tv del dolore: la diretta fiume

Non eravamo abituati, allora, alla diretta tv, non eravamo abituati ai programmi di cronaca, alla spettacolarizzazione del dolore, non eravamo abituati a ciò che sarebbe successo in quella calda, pigra, serena estate italiana.

Mi ricordo l’espressione di Alfredino, sui giornali, sempre quella, che chiudeva un po’ gli occhi per il sole, con una canottiera a righe. Prima che cadesse nel fosso della televisione

Aldo Nove

Questa tragedia ha portato alla cannibalizzazione dell’opinione pubblica. La vicenda di Alfredino Rampi si è svolta a Vermicino ma si è svolta anche nelle case di tutti noi, attraverso una diretta fiume del Tg2 della durata di settantadue ore che ha rivelato una tv del dolore alla quale non eravamo abituati ed alla quale è impossibile abituarsi. L’intento della diretta a reti unificate era quello di ricevere la ripresa del salvataggio in tempo reale, ma così non è stato.

Il cambiamento epocale non consiste nella televisione che entra nelle nostre case, d’altronde era già avvenuto da anni. Siamo noi ora ad essere caduti nel fosso della televisione, portandoci dietro Alfredino e non potendo aspettarci una fine diversa dalla sua

Aldo Nove

Il ‘tam-tam’ mediatico ha nutrito la curiosità del pubblico che ha portato a raccogliere circa diecimila persone attorno al pozzo, compresi venditori ambulanti di cibo e bevande. Un assembramento che, probabilmente, ha avuto un ruolo importante nel rallentare la macchina dei soccorsi. A queste persone si aggiungono tutte le altre rimaste a casa impietriti davanti alla televisione.

Quella vicenda, ci ha travolti, ci ha resi protagonisti interattivi e non semplici spettatori morbosi: chi pregava, chi si prestava, chi proponeva idee, chi saliva in macchina e si metteva in viaggio per Vermicino, chi restava a casa a piangere e chi restava in silenzio a pregare. Ognuno, a modo suo, è stato protagonista di questa tragedia.

Perché si parla ancora di Vermicino

Il vigile del fuoco che ha parlato per ore con Alfredino
Il vigile del fuoco che ha parlato per ore con Alfredino

A distanza di quarant’anni si parla ancora di Vermicino. Se ne parla con lo stesso dolore al petto con cui se ne parlava nel 1981 e con cui se ne è continuato a parlare negli anni seguenti. Nulla è cambiato, niente ha attenuato quella sensazione di impotenza che ha pervaso tutti gli italiani. Se ne è parlato attraverso speciali dedicati, attraverso libri e se ne parla ora attraverso una serie tv.

La storia di Alfredo Rampi viene egregiamente raccontata nella serie Sky Alfredino – Una storia italiana’. Il racconto, che viene segmentato in quattro puntate, affronta la tragedia di Alfredo Rampi sotto un aspetto nuovo, puntando i riflettori non sui protagonisti ma su di noi, sui telespettatori, inconsapevoli coprotagonisti di questa dolorosa storia, offrendo la potente esperienza di essere nello sguardo dei soccorritori nel pozzo, di essere uno di loro come in tanti avrebbero voluto essere.

I protagonisti della serie tv

Alfredino, una storia italiana
Alfredino-una storia italiana

In questa miniserie ci sono loro, i protagonisti veri: Alfredino, la sua famiglia, in particolare la madre Franca, gli speleologi, i soccorritori, i vigili del fuoco. C’è Angelo Licheri, ipnotizzato da una notte di diretta, che si è calato in trance ed in canottiera, e che è stato più vicino di tutti al bambino nei 45 minuti passati a testa in giù a 60 metri di profondità. Ci sono fantini, nani, contorsionisti.

E poi ci siamo noi che eravamo a casa incollati alla tv, quella televisione in bianco e nero, davanti alla quale tutti i bambini, me compresa, nella notte tra il 12 e il 13 giugno 1981 si sono addormentati mentre le madri piangevano e le nonne pregavano. Gli sceneggiatori Barbara Petronio e Francesco Balletta ed il regista Marco Pontecorvo hanno fatto la scelta di non mostrare mai il bambino in fondo al pozzo, nella serie tv lo si vede solo nelle prime immagini, felice durante la vacanza al mare, quella vacanza durante la quale è stata scattata la famosa polaroid che lo ha immortalato sorridente con la sua maglietta a righe.

La mamma di Alfredo, Franca, è magistralmente interpretata da Anna Foglietta che elegge meritatamente la signora Rampi a mamma coraggio, a mamma reattiva, impegnata, attiva, è lei la vera eroina della storia. Ma tutto il cast è un’eccellenza. Le domande che ci poniamo da quella lontana estate restano inevase, anche dopo la visione del film. I dubbi restano accesi, le ipotesi restano aperte. “Se avessero fatto”, “io avrei fatto”, “avrebbero dovuto fare“. Inutile fare illazioni e supposizioni.

È troppo tardi ormai. ‘Alfredino – Una storia italiana’ non dà risposte ma mostra quel lato dell’Italia che fa rabbia e tenerezza insieme, rivela le fragilità e le forze, mette a nudo tutta l’impotenza che è emersa in quelle interminabili, lunghissime ore. Ore durante le quali la sfortuna, assieme alle palesi lacune presenti allora, l’hanno fatta da padrona. Non sono serviti tutti i tentativi, non sono bastati tutti gli sforzi, non sono arrivate tutte le preghiere.

Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremo ricordare, che cosa dovremo amare, cosa dobbiamo odiare

Giancarlo Santalmassi

Cosa abbiamo imparato da Vermicino?

Della vicenda del bambino caduto nel pozzo se ne parla ancora e se ne continuerà a parlare non solo perché ci ha profondamente cambiati ma anche perché questa storia rivela come alcuni binomi tipo fragilità e forza, morbosità e partecipazione, disorganizzazione ed impegno possano convivere nella stessa frase ed indicare una stessa cosa. Nella vicenda di Vermicino c’è stato un mix di sensazioni, emozioni, vibrazioni tutte comunque mirate allo stesso obiettivo: tirare fuori quel bambino dal pozzo, vivo.

Alfredino Rampi vermicino pozzo
Il pozzo

Si continuerà a parlarne per comprendere se la spettacolarizzazione del dolore possa essere in qualche modo stata utile a fare qualche tentativo, a sensibilizzare o se possa aver nociuto ed ostacolato. Se ne parlerà ancora affinché non accada più nulla del genere, per comprendere meglio gli errori commessi e per capire quanto la cattiva organizzazione possa costare. La vicenda di Vermicino ha portato alla costruzione del Centro Alfredo Rampi fondato nel 1981, per volontà di Franca Rampi, per promuovere la prevenzione dal rischio ambientale e un miglioramento del soccorso, tecnico e psicologico, nelle emergenze ed ha posto le basi per la nascita della Protezione civile.

La storia di Alfredo raccontata da una canzone

La storia di Alfredino è stata raccontata anche attraverso una canzone scritta da Francesco Bianconi dei Baustelle che si intitola ‘Alfredo‘. La canzone dei Bastuelle è una sorta di storytelling che narra la vicenda dal punto di vista del bambino.

Intanto Dio guardava il Figlio Suo
e in onda lo mandò

Francesco Bianconi

Una canzone dolcissima caratterizzata da una dualità, il testo esprime infatti due punti di vista: quello del bambino e quello della coscienza collettiva che scopre il lato più disorganizzato della vicenda, facendo emergere gli errori. Nelle strofe è riportato il pensiero di Alfredo che parla in prima persona e racconta quello che sta vivendo, ciò che sta pensando fornendoci una ‘nuova’ prospettiva dell’accaduto. L’uso del testo spezzettato mette in evidenza lo stato d’animo in cui il bambino si è improvvisamente trovato. Nella parte del ritornello, non è più il bambino che parla ma viene denunciata la realtà cronachistica di quanto stava accadendo in superficie.

Anche i punti di vista crescono

Dopo quarant’anni rivivo la vicenda in maniera diversa da allora. Vedevo mia madre piangere davanti alle immagini reali trasmesse dalla tv ed oggi, che sono mamma di una bambina che ha la stessa età che aveva Alfredino al momento della tragedia (e che si chiama Alice come la cantante che ha vinto Sanremo quell’anno), sono io che mi dispero difronte alla rivisitazione della vicenda.

È inutile che preghi come faceva mia nonna perché il finale della storia non si può cambiare: Alfredino non sarà tirato fuori dal pozzo vivo come tutta l’Italia sperava, non ci sarà l’happy end che tutti abbiamo atteso. Abbiamo spento le tv, abbiamo spento le radio, il balletto di Claudio Cecchetto non ci ha più divertito così tanto e ‘Per Elisa’ da allora ci rende malinconici.

MAzinga Z il superereoe preferito di Alfredo Rampi
Mazinga Z

Nessuno è riuscito a tirare fuori dal pozzo quel bambino dalla maglia a righe, ma mi dà un po’ di pace sperare, come ho immaginato quel giorno nei miei pensieri da bambina, che il suo supereroe preferito lo avesse liberato con il suo raggio ciclonico, lo avesse caricato sul suo jet scrander e portato su in alto, in cielo, dove ha potuto finalmente prendere respiro.

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